Su ilLibraio.it il primo capito di "Panorama", il nuovo romanzo di Tommaso Pincio

Ottavio Tondi, il protagonista di Panorama (NN Edizioni), il nuovo romanzo di Tommaso Pincio, non ha mai incontrato Ligeia Tissot. Si sono scritti messaggi per quattro anni sul social network Panorama, l’ha vista in foto e ha passato un’infinità di ore a guardare il suo letto disfatto. Prima di quei messaggi, Ottavio Tondi non aveva mai scritto nulla, non una parola né un appunto. Il suo lavoro e la sua vita erano dedicati alla lettura. Ma non era un lettore qualunque. Era il lettore, colui che aveva determinato la pubblicazione del più grande best seller di tutti i tempi, e che da allora decideva delle fortune dei romanzi in libreria. Ma tutto questo succedeva prima, prima dell’incidente di ponte Sisto, prima che il mondo smettesse di leggere i libri, prima che Ligeia Tissot entrasse nella vita di Ottavio Tondi…

Il nuovo romanzo di Pincio, narratore onnisciente, è prima di tutto un libro scritto molto bene, in cui non mancano i riferimenti a personaggi reali del mondo dell’editoria, del quale l’autore racconta (anche) il lato meno nobile.

Su ilLibraio.it un estratto dal romanzo
(per gentile concessione dell’editore)

«Ho letto di un’accidia maligna, di un umore come di animali stroncati su un fianco nel sonno da calura, di leoni e bufali indifferenti alle mosche, offerti  alla morte pomeridiana, al sogno di diventare scheletri».
Ottavio Tondi,
Memorie delle cose lette prima  di dire m’addormento

(appunto n. 103)

Mai, la parola chiave è mai. Il resto può discutersi, ma quanto al punto nodale, al nocciolo,  un fatto è pacifico: in quei quattro anni Ottavio Tondi non ha mai incontrato Ligeia Tissot. Mai, neppure una volta. L’ha vista in foto, questo sì, in molte foto. L’ha vista ritratta in immagini del passato, del tempo in cui lei era ancora adolescente e sgraziata, e in foto più recenti, scattate in quei quattro anni o poco prima, foto che lei, almeno nei primi tempi, gli spediva in continuazione e nelle quali appariva già donna e padrona della sua bellezza; foto in cui poggiava sui palmi il viso imbronciato o sedeva sull’erba di un parco, illuminata dal sole, o se ne stava in piedi e infreddolita, di notte, a fumare in strada, avvolta in uno scialle che pareva una coperta militare; foto in cui era sempre spietatamente giovane e sempre elegante, sempre con quella sua luce nello sguardo, una luce irruenta e folle, da assassina. Le tante immagini che Ligeia gli ha spedito in quei quattro anni di scambi epistolari sono tuttavia nulla al confronto del numero di ore trascorse da Tondi a osservarle; un numero enorme, insano.  A forza di guardarle, non soltanto perse la cognizione del tempo, le trasformò. A un tratto, sotto i suoi occhi, quelle foto smisero di essere semplici foto per diventare ricordi, foto interiori, scatti della sua mente, di una memoria immaginaria nella quale la persona di Ligeia era ricomposta in ogni dettaglio, inclusi quelli che non poteva conoscere, l’odore della pelle, dei capelli, il calore dell’alito.

Ma anche questo spreco di tempo è niente se paragonato all’abisso di accidia, alla scriteriata infinità di ore che Ottavio Tondi dissipò guardando il letto sempre sfatto di Ligeia Tissot; ammesso  e non concesso che “guardare”sia il verbo appropriato e che il letto fosse davvero quello in cui dormiva Ligeia Tissot. I suoi occhi vivevano per quel giaciglio in disordine. Lo fissavano, lo contemplavano, lo studiavano, lo sorvegliavamo. Ci fosse un verbo che raduni queste quattro azioni sotto il senso di un’estenuante attesa, quel verbo renderebbe un’idea di cosa volesse dire, per Tondi, guardare. Aspettava lei, ovviamente; aspettava di vedere Ligeia Tissot infilarsi sotto quelle lenzuola e scompigliarsi i capelli sopra quei cuscini. Ma non è mai successo.

Non gli è mai capitato di vederla. Né lei né nessun altro. In compenso ha visto una gran quantità di oggetti, le cose con le quali lei si era coricata e che lasciava lì dopo essersi alzata, cose di ogni sorta e sempre diverse, prove incontestabili che qualcuno occupava quel letto, anche se a lui non è mai riuscito di vedervi altro che oggetti inanimati. A detta di Ligeia, l’entropia del letto non era senza ragione. È per gli acari, gli scrisse il 4 gennaio del secondo anno di corrispondenza. Hanno bisogno di umidità, ricavano l’acqua dall’aria, gli spiegò.

Un letto rifatto appena dopo il risveglio è il loro ambiente ideale. Lasciandolo in disordine, cuscini e lenzuola perdono l’umidità accumulata nella  notte, gli acari si disidratano e muoiono. I contatti di Ottavio Tondi con Ligeia Tissot non andarono oltre la corrispondenza digitale, i messaggi più o meno lunghi scambiati su Panorama, in quei quattro anni, acari a parte. Fu una corrispondenza a tal punto intensa e ricca di reciproche rivelazioni che l’aggettivo “intimo” riferito al loro rapporto non suona fuori luogo, malgrado nei toni che entrambi usavano non si scorgono mai, se non per brevi periodi e in maniera comunque ambigua, gli accenti di una vera intimità.

D’altra parte, considerate le tante cose che lei gli diceva di sé e le tante foto che lei gli spediva assieme ai messaggi e la miriade di oggetti che lei lasciava sul letto sfatto e che lui inventariava con metodo ossessivo, Tondi riteneva di conoscere quella ragazza meglio di chiunque altro o comunque abbastanza bene da indurlo a dare per verosimile questa sua fantasia: che sarebbe bastato un nonnulla, un incontro o poco più, perché il loro rapporto virtuale sfociasse in ciò che biblicamente si intende con intimità. Tondi restò a lungo persuaso che questo nonnulla fosse una possibilità nell’ordine delle cose, uno sviluppo pressoché inevitabile della loro corrispondenza, una logica conclusione che solo il caso, anzi no, lui stesso aveva impedito.

Da dove traesse un simile convincimento è un mistero. Nella realtà, Tondi non impedì alcunché. A parte un paio di battute e un vago accenno a  una sua venuta a Roma, Ligeia non gli propose mai di incontrarsi né manifestò concretamente un simile desiderio. Lui non fu da meno. Non propose nulla, non manifestò niente. Il solo effettivo ostacolo che si frappose all’eventualità di un appuntamento fu la totale mancanza di iniziativa, peraltro espressione tipica dell’inazione propria di tutti quegli individui marginali che, come lui, amavano leggere, ma che in lui acquistava un risalto emblematico, essendo lui non un lettore qualunque, ma l’epitome, l’incarnazione di una passione già rara in passato e oggi del tutto scomparsa. Se di molte persone, al semplice guardarle in faccia, si può dire che finiranno male, qualcosa di non molto diverso era possibile dedurre dallo speciale talento di Tondi nel non incidere sulle cose, per restare assente, inerte in ogni circostanza, a meno che non ci fosse in ballo la lettura di un libro. Da una persona così era folle aspettar-si sviluppi diversi da una deriva irrefrenata degli eventi.

Tondi la vedeva in tutt’altra maniera naturalmente. Nei suoi pensieri, associava la mancata intimità con Ligeia Tissot al ricordo di una mostra d’arte visitata anni addietro. Tanto il nome dell’artista che quello della galleria li aveva scordati, ma l’opera, la sola esposta, gli era rimasta bene impressa: una parete bianca costellata di fori neri realizzati attorcigliando pezzi di gomma nera, la gomma delle camere d’aria. In particolare, Tondi ricordava l’odore che impregnava la sala, il profumo di quelle rose. Sapeva di polvere grassa e umidità, di penombra. L’odore che si respira nelle officine e che, alle narici pur non particolarmente sensibili di Tondi fece, chissà perché, l’effetto di un rimpianto. Non fosse stato per questa suggestione olfattiva non avrebbe mai perdonato all’artista lo stucchevole titolo dell’installazione,

Le rose che non colsi. Eppure è proprio in termini tanto stucchevoli che Tondi ha finito col pensare alla sua Ligeia: un fiore spuntato dal nulla soltanto per lui e nel nulla infine appassito perché lui si era guardato bene dal coglierlo.  Per dirla in altri termini, Tondi si era persuaso che, almeno nei primi tempi, Ligeia aspettasse solo un suo passo e che fosse stato lui, col suo tergiversare, a raffreddarle l’anima, a tenerla a distanza, indirizzando la loro corrispondenza su un binario morto. Per molti versi, non sbagliava. Non si può infatti negare che abbia fatto di tutto affinché l’ipotesi di un amore sopravvivesse nell’unica forma per lui conveniente, un lento appassimento. Quale altro senso si potrebbe cercare nel tono dei suoi messaggi? Fosse stato per loro, per lui e i suoi messaggi – quei messaggi sempre gentili, affettuosi anche, e però sempre troppo composti, misurati malgrado le allusioni scherzose, le ambiguità – l’appassimento sarebbe durato in eterno. Del resto, al punto della vita in cui era  giunto, Tondi tendeva a vedere ogni cosa sotto quella luce. Era l’umore, la sensazione che puntualmente l’assaliva al risveglio, restandogli incollata addosso fin quando non tornava a letto e ripiombava nel sonno, cosa che nonostante l’età, le ansie e le scarsissime attività che riempivano le sue giornate seguitava a risultargli facile.

L’appassimento aveva attecchito anche nel mondo circostante, almeno ai suoi occhi. Tondi ne scorgeva segni un po’ dappertutto, nel disordine progressivo che governava la casa, nei cibi scaduti in frigo, negli strati di polvere che velavano i libri e ovviamente anche nei libri stessi, i libri che aveva smesso di leggere ma che ancora tappezzavano le pareti, malgrado molti, i più preziosi, le rarità da collezionisti, li avesse venduti per sbarcare il lunario. Perfino le notizie che giungevano dai mezzi di informazione gli parlavano di appassimento. L’economia ristagnava, la società invecchiava, la povertà aumentava. Alla guida del Paese erano subentrate facce nuove, figure energiche e brillanti, è vero, ma nella loro pochezza morale, nella loro mancanza di autentici ideali, Tondi intravedeva comunque lo stigma di un precoce appassimento. Quei politici gli sembravano destinati, se non intenzionati a fallire; uguali ai vecchi pur essendo giovani.

Simili giudizi rispecchiavano le considerazioni che Tondi faceva su di sé, oltre alla sfiducia cronica verso qualunque possibilità di cambiamento, uno scetticismo frutto della sua esistenza votata alla lettura. Fra le ragioni che lo indussero a mantenere un certo distacco con Ligeia, la più profonda e vera è da cercarsi proprio nei tanti libri che aveva divorato. Un’eventuale intimità rischiava di somigliare a romanzi dalla trama abusata. Ne aveva lette fin troppe di quelle storie dal finale annunciato e non felice (i finali annunciati non lo sono mai) per non sapere che la dignità letteraria e la nobiltà da tragedia che nei romanzi ammanta ogni sorta di nefandezza e miseria, non resistono all’impatto della realtà. Si prenda l’esempio di  quell’incarnazione del male assoluto conosciuta col nome di Nikolaj Stravogin. Avvolto nella tela di mistero che Dostoevskij gli tesse attorno, questo spregevole individuo che offende per il puro piacere di offendere ci incuriosisce e affascina. Non è affatto improbabile che i suoi capelli troppo neri, i denti come perle, le labbra come coralli, l’aria da maschera, repulsiva eppure magnetica come un dipinto, eserciterebbero un ascendente anche nel mondo reale. Nondimeno di un simile individuo, nel mondo reale, finiremmo per diffidare e lo terremmo a distanza. Leggendo I demoni, invece, non vediamo l’ora di incontrarlo e appena intuiamo che le sue apparizioni nel romanzo saranno soltanto saltuarie affiora in noi una punta di delusione, anzi molto più di una punta. E che dire di Gregor Samsa? Non siamo forse tutti mostruosi insetti, nel ritrovarci immersi nella Metamorfosi? Ma quanti di noi vorrebbero seguitare a essere un Samsa una volta posato il libro?

Quando gli spedì il primo messaggio, Ligeia Tissot aveva appena ventiquattro anni, la metà esatta dei suoi, la metà di quei quarantotto anni che lui non si capacitava di aver compiuto mal-grado ne sentisse tutto il peso. In quel dettaglio che gli era impossibile dimenticare vedeva i presupposti del più vieto e miserabile dei cliché.

Nemmeno l’aura redimente della letteratura riusciva davvero a riscattare la storia dell’attempato sibarita che sbava sulla serica pelle di una fanciulla in fiore. Di romanzi di quel tenore ne aveva letti a bizzeffe: erano solitamente orribili, noiosi al massimo grado, mai memorabili. Salvava Lolita, ovviamente, e pure con scarsa convinzione, trovando il protagonista troppo esasperato, troppo sui generis per essere credibile. E comunque le qualità che lo rendevano più interessante o meno patetico di tanti altri personaggi a lui affini, vale a dire l’immoralità sfrontata e la caustica brillantezza, non erano alla portata di Tondi. Gli mancava il fisico per quel ruolo, ma soprattutto gli mancava la disinvoltura, l’assenza di remore. Era ossessionato dal giudizio sociale. Non gli riusciva di fare alcunché senza chiedersi cosa avrebbero detto gli altri, i vicini, i conoscenti, la gente. E cosa avrebbe detto la gente di un uomo prossimo alla cinquantina, per nulla piacente e caduto in disgrazia, che cercasse di entrare in intimità con una ragazza tanto più giovane di lui da poter essere tranquillamente sua figlia?

Non deve dunque stupire che Ottavio Tondi non abbia mai osato spingersi oltre i confini della convenienza quale lui la intendeva o, per meglio dire, la paventava. Di desideri e pensieri sconvenienti ne aveva. Quale uomo non ne avrebbe avuti al suo posto, davanti a una ragazza simile? Molte di queste voglie, di questi suoi sogni inconfessabili, traspaiono tra le righe della corrispondenza con Ligeia, e spesso in misura non meno evidente degli sforzi di reprimerli o dissimularli.

Alcuni slanci, in particolare quelli degli ultimi tempi, erano voluti, frasi chiaramente allusive ma mai davvero esplicite e alle quali si abbandonava ogni qualvolta avvertisse la sensazione che lei si stesse stancando di un rapporto tanto sterile, fatto unicamente di parole che non portavano a nulla. I passaggi in cui si tradiva erano tuttavia perlopiù involontari. I veri sentimenti li teneva per sé, coltivandoli e coccolandoli alla sua maniera, la maniera già detta, quella dell’eterno appassire.

Se è vero che l’evoluzione dell’umana specie può spiegarsi in virtù di una propensione in apparenza insensata a desiderare l’impossibile, a volere la luna, Ottavio Tondi era un essere umano come tutti gli altri, a parte una piccola differenza: lui, la luna, qualunque luna, che fosse Ligeia Tissot o una meta assai più raggiungibile, non soltanto non l’avrebbe mai avuta, non l‘avrebbe mai davvero desiderata. Sapeva che il suo posto era sulla Terra, il posto di chi è condannato a sospirare, a vagheggiare l’impossibile ammirandolo dal basso, da lontano. Sapeva pure che un giorno o l’altro qualcuno, per tentare l’impresa, si sarebbe levato in cielo a bordo di un razzo puntando alla luna, alla sua luna, quella che lui, per anni, si era limitato a guardare. Quel giorno Ottavio Tondi avrebbe fatto quel che faceva ogni giorno, sarebbe rimasto a osservare e, nell’osservare la scia vaporosa allungarsi verso l’impossibile, avrebbe vissuto sulla propria pelle quel che da lettore aveva vissuto per interposta persona, avrebbe cioè provato l’amarezza di una verità che in fondo conosceva da sempre: che la vera ragione per cui si vuole la luna è che nulla è eterno in questo desolato mondo, neppure l’appassimento.

(continua in libreria…)

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