Roberto Costantini con "Una donna normale" dà vita a un nuovo personaggio, forte e fragile insieme: una donna che affronta il suo lavoro con dubbi ma con determinazione e che sa riconoscere le priorità, seppure con il dolore di dover mettere i suoi valori e i suoi affetti al secondo posto, mentendo quando necessario. Perché il suo ruolo di madre e di moglie è soprattutto quello della protezione e dell’accudimento, a qualunque costo, anche rischiando di perdere un poco di sé...

Si alza presto per fare ginnastica, beve té verde perché fa bene, si dispera con due figli adolescenti, si ritaglia i momenti di intimità con il marito: Aba Abate è la protagonista di Una donna normale di Roberto Costantini (Longanesi). Ha un figlio, Francesco, che non digerisce il latino, e gioca troppo agli sparatutto, una figlia, Cristina, che non trova sicurezza, quei chili di troppo che alla sua età diventano un motivo di imbarazzo, un marito, Paolo, insoddisfatto del suo lavoro di pubblicitario, arenato nella scrittura di un libro. Nelle sue giornate ci sono lo shopping al centro commerciale, l’amica del cuore con i suoi uomini sempre sbagliati, il cane che zoppica: la normalità, compreso un lavoro al ministero, tra scartoffie e amministrazione.

Però in ufficio Aba tiene una borsa quarantotto ore, dentro c’è una parrucca e un cambio: è quello che serve quando Aba deve viaggiare all’improvviso. E deve abbandonare apparenze e prevedibilità. Perché il suo lavoro non è fatto di scartoffie e amministrazione, questo è quanto deve raccontare a tutti, anche al marito Paolo. Al lavoro Aba è Ice, fa la spia e si occupa di coordinare una rete di infiltrati, sventa attentati, partecipa a interrogatori, rischia la vita.

Ice è il soprannome che le hanno dato all’università perché tiene lontani tutti. E le si addice anche sul campo, dove la sua prassi è la strategia, la freddezza e la capacità di affrontare con lucidità problemi che sembrano terribili ai più. Come vedere un proprio collaboratore assassinato, e lavorare per rintracciare un “little boy”, un terrorista: un ragazzo come tanti, arrivato come gli altri, che potrebbe farsi esplodere, dovunque, potrebbe uccidere donne e bambini, innocenti come Francesco e Cristina. E allora Ice deve agire, prendere aerei, andare in Libia, incontrare informatori e persone senza scrupoli, che vendono persone e segreti per soldi, e non si capisce da che parte stanno.

Superare il confine tra il bene e il male, per accedere a quel lato oscuro dove si può ordinare un attacco omicida, assistere complici a una tortura, tutto purché quel “little boy” possa essere catturato. Tutto, anche perdere la propria umanità, lasciarsi andare in un pozzo, spostare ogni giorno più in là quel confine, perché non si può fare diversamente.

“Sto usando la mia libertà per il bene? So riconoscere il bene dal male?”.

Ha solo sette giorni per trovare il possibile attentatore, capire chi lo ha aiutato, sovvenzionato, fatto entrare in Italia, quali interessi muovono la sua azione. E in questi sette giorni ha al suo fianco tre collaboratori brillanti ma giovani e acerbi alle regole del gioco. E poi ha il professor Johnny Jazir, subdolo, viscido ma necessario alleato.

Le due donne, Aba e Ice, si affrontano in un dialogo interiore che è intriso di sensi di colpa, urgenza, ansia per i minuti che scorrono, e preoccupazione per i propri cari. È un equilibrio precario quello di Aba, che riceve le telefonate più normali nel mezzo delle azioni più pericolose, e si affanna affinché al rientro dalle sue missioni, impolverata e stanca, possa avere una parola di conforto per la figlia, un incoraggiamento per il marito, la complicità per il figlio che sta crescendo. Hakuna matata, non darti pensiero, le ripete un Paolo dolce e comprensivo. Ma Aba è piena di paure: quella di volare, che non l’abbandona mai, e che deve combattere nei viaggi notturni come Ice verso mete sperdute e pericolose. E poi la più grande di tutte, quella soffocante: la paura di lasciare soli i figli, se qualcosa dovesse andare storto. Cosa faranno allora senza di lei? Senza la donna normale che si occupa delle loro vite?

Ed è proprio il ritorno a casa, ai piatti da lavare, al tavolo pieno di briciole, ai jeans che Cristina non riesce mai a trovare, che la rimette in pace con la sua dualità. In quell’aereo che finalmente appoggia a terra, in quell’aria familiare di Roma, così diversa dal caldo polveroso della Libia.

“È come se l’altro mondo, quello dall’altra parte del mare, dall’altra parte di Aba, mi stesse indebolendo, mentre basta il ritorno sulla parte giusta del mare, sulla parte giusta di me, a rasserenarmi.
Come se il freddo e la pioggia ripulissero anche l’anima”.

Roberto Costantini dà vita con Aba a un nuovo personaggio, vero e credibile, forte e fragile insieme: una donna che affronta il suo lavoro con fatica, con dubbi ma con determinazione, sa riconoscere le priorità, seppure con il dolore di dover mettere i suoi valori e i suoi affetti al secondo posto, mentendo quando necessario. Perché il suo ruolo di madre e di moglie è soprattutto quello della protezione e dell’accudimento, a qualunque costo, anche rischiando di perdere un poco di sé, anche mettendo davanti l’altra, quella “di ghiaccio” con i modi duri. Tutto quell’orrore non ha a che fare con lei.

“È solo il lavoro per cui sei pagata, nient’altro. Appena chiuderai questo caso, tutto tornerà normale”.

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