“Un uomo bruciato vivo”, Dario Fo racconta la tragica storia di Ion Cazacu

di Redazione Il Libraio | 08.04.2015

“Di questa infamità vergognosa noi, spettatori spesso indifferenti, siamo del tutto colpevoli". Dario Fo, con Florina Cazacu, rimasta orfana di padre, racconta la storia di "Un uomo bruciato vivo", il piastrellista romeno Ion Cazacu; nel dialogo a due voci pubblicato da Chiarelettere si parla di ingiustizia, soprusi e mafia nella "giungla dell'edilizia lombarda"... - Su ilLibraio.it un estratto


Il Premio Nobel Dario Fo ricostruisce con Florina Cazacu, la tragica storia di Ion Cazacu, padre della donna, piastrellista romeno, bruciato vivo nel 2000 da un impresario edile di Gallarate, per aver chiesto lo stipendio che gli spettava. Una storia di violenza e di soprusi che si ripete.

“Di questa infamità vergognosa noi, spettatori spesso indifferenti, siamo del tutto colpevoli”, dice Dario Fo; “Non ho fatto altro che cercare di comportarmi così come mi ha sempre insegnato mio padre. Non arrendersi mai, non rimanere fermi ad assistere alle ingiustizie mentre pochi uomini spietati ci trattano da schiavi”, fa eco Florina.

Un dialogo a due voci dal titolo Un uomo bruciato vivo, pubblicato da Chiarelettere, racconta la storia che si ripete, la storia dei soprusi nel mondo degli operai; la centrale ed emblematica vicenda di Ion è solo l’apice di una piramide di violenza che coinvolge moltissimi lavoratori: due operai kosovari nelle Marche sono stati uccisi da un impresario locale perché pretendevano il rispetto del contratto di lavoro, e lo stesso marito della Cazacu è vittima di violenza.

Un libro che chiede giustizia e verità, attraverso la tenace voce di Florina, per fermare la “giungla dei soprusi” nella Lombardia dell’edilizia, controllata dalle mafie, vittima delle frodi fiscali e senza freni (o quasi) imposti dalla politica.

Un-uomo-bruciato-vivo_Fo-Cazacu

 Su ilLibraio.it il prologo
(per gentile concessione di Chiarelettere)

Questo libro

Un esercito di nuovi schiavi

Pensiamo sia bene aprire il racconto a dialogo, che verte soprattutto su un aberrante fatto di cronaca avvenuto all’inizio di questo secolo, con una notizia quasi del tutto sconosciuta: secondo il rapporto realizzato da Fillea e Ires-Cgil (Il rapporto sui lavoratori stranieri nel settore delle costruzioni, realizzato da Fillea (Federazione italiana lavoratori legno, edili e affini) e dall’Istituto di ricerche economiche e sociali (Ires) della Cgil, è consultabile al sito http://www.ires.it/contenuti/lavoratori-stranieri-nel-settore-delle-costruzioni-v°-rapporto-ires-fillea.) l’evasione e l’elusione fiscale nell’edilizia, per quanto riguarda la sola Lombardia, nel 2010 ammontava a un miliardo e 100 milioni di euro.
Il 2 luglio 2012, alla Procura della repubblica di Busto Arsizio, il sostituto procuratore Nadia Calcaterra e il capitano delle fiamme gialle Paolo Pettine indicono all’improvviso una conferenza stampa, nella quale danno notizia di un’operazione, condotta simultaneamente dalla procura e dalla finanza, attraverso la quale è stata portata alla luce una vera e propria organizzazione criminale che dal 2005 ha messo in atto in Brianza e dintorni un’ingente frode contributiva e fiscale per oltre 23 milioni di euro, utilizzando lavoratori, prevalentemente extracomunitari, che figuravano impiegati presso una medesima impresa, con legale contratto e pagamento dei contributi, quando in verità costoro erano assunti da altre aziende, che fungevano da copertura per l’impresa principale. Tali società, tutte riconducibili a soggetti partecipi della frode, erano di fatto inesistenti e provvedevano a mascherare la costante somministrazione illecita di manodopera con delle fatture che non trovavano però riscontro nella relativa dichiarazione dei redditi.
I responsabili delle varie società, undici persone, sono stati incriminati per reati di emissione e utilizzo di fatture, naturalmente false, per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione dei redditi, indebita compensazione d’imposta, nonché somministrazione e utilizzo irregolare di manodopera. Gli inquirenti hanno indagato per due anni consecutivi, con grande impegno, prima di arrivare all’incriminazione di tutto il gruppo.
Ma quanti sono gli operai, provenienti dall’Est e dall’Africa,che dall’inizio di questo secolo, in Italia, sono caduti vittime di questi biechi sfruttatori? C’è da non crederci: sono circa 1400. Spesso, a questi operai, oltre ai contributi, si è fatta mancare anche la paga. È risaputo che con questo atto indegno si giungeva a non versare milioni di euro, che naturalmente diventavano il bottino principale di questi truffatori. Come potevano costoro permettersi di negare la paga stabilita agli operai per mesi e mesi? È semplice, con il ricatto, e spesso con la violenza.
Davanti alle richieste di saldare il dovuto si iniziava col rimandare il versamento per mancanza temporanea di liquidità. Ma quando i richiedenti sollecitavano il dovuto residuo, poiché si trovavano a non poter mantenere la famiglia e pagare i debiti, spesso contratti con gli strozzini, ecco che si arrivava, da parte dei datori di lavoro, alla minaccia, che consisteva nel denunciare gli operai in quanto privi di permesso di soggiorno.
E, se costoro insistevano, ecco che la denuncia, sempre anonima, in cui si insinuava perfino che il lavoratore fosse parte di un giro di spacciatori, giungeva puntualmente alla polizia, che procedeva all’arresto e al rimpatrio forzato dello sventurato clandestino.
Perché ci siamo preoccupati fin dal prologo di questo testo di denunciare una situazione tanto drammatica e indegna, che si perpetua da anni nel nostro paese? Soprattutto per la ragione che di questa infamità vergognosa, noi, spettatori spesso indifferenti, siamo del tutto colpevoli.

«Senza memoria non esiste l’intelletto»

Spesso, ultimamente, mi sono trovato ad accennare, a personaggi ben noti del mondo culturale, alcuni dettagli di un fatto avvenuto quindici anni fa; un avvenimento di una violenza inaudita, che ha sconvolto l’Italia intera. Ebbene, c’è da non crederci, nessuno o quasi si ricordava di quel fatto orrendo. È proprio vero: siamo un popolo non solo disinformato ma privo di memoria storica. È come se i nostri cervelli, in tempi diversi, fossero stati infilati nella lavatrice e sottoposti a un programma di ripulitura totale. Voltaire diceva che un popolo che perde coscienza e conoscenza del proprio passato, soprattutto se recente, è chiaramente un popolo smarrito, che non sa più in che direzione muoversi per sortire dall’inerzia in cui continua a scivolare. Ed è perciò che come dovere civile sentiamo l’obbligo di raccontare questi avvenimenti, farvi la cronaca dei vari processi che ne sono scaturiti e mettere a fuoco i diversi passaggi per arrivare alla sentenza finale che ha stravolto brutalmente giustizia e verità. Florina è una bella ragazza romena dal corpo slanciato che si esprime in un ottimo italiano. Vive nella banlieue di Milano da cinque anni, quasi quindici anni dopo il tempo in cui il padrone dell’impresa edile, Cosimo Iannece, per cui suo padre, Ion Cazacu, lavorava, gli versò addosso una bottiglia di benzina e gli diede fuoco, trasformandolo in una torcia umana. La ragione di questo folle gesto pare fosse determinata dalle richieste insistenti di Cazacu, che pretendeva di essere retribuito per il suo lavoro. Inoltre Cazacu, giacché con i suoi compagni si era trovato in anticipo sui tempi della messa in opera delle piastrelle, pensò di presentarsi in un altro cantiere, nel quale avevano già lavorato, e iniziare la realizzazione di un’altra pavimentazione. Ma, ahimè, per distrazione aveva lasciato a casa il cellulare, per cui Iannece non riusciva a comunicare con lui. In poche parole il telefono suonava a vuoto. Questo silenzio aveva indotto Iannece a supporre che fra i suoi operai e l’altro imprenditore si fosse tramato un accordo che l’avrebbe escluso completamente. Ma torniamo al tragico episodio della benzina. Di quel crimine si parlò molto in tutta Europa, ma specie da noi, in Italia e in Lombardia, ognuno si trovava sconvolto per tanta brutalità. Florina venne a casa mia chiedendo aiuto. Era appena arrivata in Italia e mia moglie Franca si stava dando da fare affinché la questura le prolungasse il permesso di soggiorno nel nostro paese per sbrigare assieme alla madre tutte le pratiche giudiziarie. Franca andò di persona a sollecitare il questore di Milano, che riuscì in pochi giorni a risolvere il problema. A me Florina chiedeva in particolare che la aiutassi a raccontare la vicenda dell’omicidio di suo padre in modo chiaro e corretto. Purtroppo, nel modo in cui molti giornali, radio e televisioni avevano riportato il dramma, vi erano pressapochismi e inesattezze che di certo non giovavano alla verità dei fatti. Io accettai di aiutarla. Purtroppo era quello il tempo in cui mi trovavo, con 8Franca, completamente sommerso dalle richieste di interventi più disparati: spettacoli per sostenere lotte sindacali e di studenti, nonché occupazioni di fabbriche e di università, raccolta di fondi per opere di solidarietà per diseredati… Fummo costretti a rimandare di mese in mese. Finalmente oggi sono con Florina a fare una specie di resoconto e a porle domande una appresso all’altra sul reale svolgimento dei fatti. Ecco il resoconto del nostro dialogo.

(continua in libreria…)

 

La canzone de “Il Teatro degli Orrori” dedicata a Ion Cazacu.

LEGGI ANCHE:

2015: ecco i 6 auspici di Dario Fo per il nuovo anno

DARIO FO: “LA MIA LUCREZIA E’ PIU’ MODERNA DI RENZI”