Se è vero che a lungo la letteratura è stata divisa in prosa e poesia, è altresì vero che esistono opere “impossibili” da categorizzare: testi il cui interesse consiste proprio nella forma ibrida e fluida. Su ilLibraio.it alcuni recenti esempi: da “Osebol” di Marit Kapla, un poema narrativo che testimonia la vita tra i boschi svedesi a “Le luci”, in cui Ben Lerner sperimenta e compone collage di parole, passando per Ocean Vuong, la cui scrittura unisce delicatezza poetica e cruda realtà vissuta…

A lungo la letteratura è stata suddivisa in prosa e poesia. È capitato, però, forse più nella modernità che nell’era classica, di incontrare opere di più difficile definizione. Non romanzi o racconti nella loro forma canonica. Non componimenti dai versi misurati e chiari, ma testi il cui interesse, per la critica e per chi legge, consiste proprio nella forma ibrida e fluida. Ecco dunque alcuni recenti esempi di opere inadatte a cadere nelle tipiche categorizzazioni…

Osebol, un poema narrativo

Aprendo Osebol, tomo di quasi 800 pagine (pubblicato da Garzanti con la traduzione di Andrea Berardini), sull’aletta incontriamo una prima descrizione. Osebol, si legge, è un villaggio situato nella Svezia sud-occidentale, immerso nel paesaggio boschivo. Uno di quei posti da sogno, in copertina sulle riviste di viaggi. Ma anche uno di quei luoghi che, più di altri, hanno subito gli effetti della globalizzazione e dell’avanzamento tecnologico.

Oggi, anche per i lettori e le lettrici italiane, Osebol non è più solo un toponimo svedese, ma anche il racconto della vita in quelle case, su quelle strade, tra gli alberi e i torrenti. Un poema narrativo (se dovessimo riferirci a un genere) nato per volontà di Marit Kapla (giornalista ed ex direttrice creativa del Göteborg Film Festival), e soprattutto, grazie alle testimonianze dirette degli abitanti. E per questo Osebol è unico.

Mappa della Svezia con la città di Osebol

L’illustrazione, presente nelle prime pagine dell’opera, mostra la posizione del villaggio di Osebol

Molte grandi opere hanno un elemento in comune: quello di riuscire a tessere una narrazione universale nonostante parlino di un luogo specifico e particolare. Più si leggono le pagine del poema e più ci si immerge nella città. Allo stesso tempo, si è portati a riflettere su ciò che è oggi la nostra quotidianità: rumore, confusione, macchine. Mentre chi fugge dalla metropoli, che sia Milano o Stoccolma poco importa, scopre un nuovo rumore: un ronzio…

Alla fine però ho capito…
è il silenzio che sento
erano vent’anni che non lo sentivo
a Stoccolma.

Lars Jörlen (1946-2021)

In Osebol i versi si legano l’uno all’altro anche quando la mano che li ha scritti è diversa.

Non sono poesie raccolte per temi, eppure Kapla riesce a creare un percorso. E chi legge non può fare altro che seguirlo. Parola dopo parola, vita dopo vita. Perché di ogni voce raccolta è scritta la data di nascita, e talvolta, quella di morte.

Le vite dei pochi abitanti rimasti vengono alla luce come fossero dei lampi. Delle istantanee che portano alla mente brevi episodi. E così anche la città si illumina, ma di una luce malinconica, perché i numeri vanno sempre più in là nel tempo e i nomi che si leggono iniziano a diventare familiari. Sono poche decine. E l’autrice li ha intervistati tutti nell’arco di 3 anni.

Osebol di Marit Kapla

Non c’è contesto o presentazione, le voci vanno e vengono così come i ricordi. Reportage e poesia, biografia e atlante geografico si fondono insieme per tentare di trasmettere l’esistenza – in pericolo – di un villaggio nel corso di un secolo intero.

Osebol è uno splendido esempio dell’evoluzione della letteratura: se la forma rimane quella della poesia, e le frasi si spezzano come fossero versi, il linguaggio utilizzato non è aulico e non gioca con rime o assonanze. Anzi, addirittura la voce dell’autrice non c’è, è solo la sua mano a vedersi nella composizione di queste pagine. E anche le domande, tanto tipiche e fondamentali in una qualsiasi intervista, devono essere immaginate da chi sfoglia il volume.

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Ocean Vuong, un autore che fluttua tra le parole

La memoria torna anche in Il tempo è una madre (Guanda, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan) di Ocean Vuong – scrittore statunitense nato in Vietnam, di cui da poco è uscito in Italia L’imperatore della gioia -, che ripercorre il tempo e la vita a seguito della morte della madre. 

Ma l’attenzione va posta sulla forma di questo viaggio, non tanto sulle tappe che lo compongono. Vuong racconta di sé attraverso delle poesie che escono dal canone classico: il tema quotidiano si unisce a immagini astratte e profonde, espresse non in versi ma con parole dure, affilate e concrete. 

Dal sesso (a tratti molto esplicito) alle dipendenze, dai ricordi d’infanzia alle sensazioni dopo la perdita. Più temi compaiono negli stessi componimenti e tutti insieme portano chi legge in uno stato mentale di malinconia e oppressione. E così, similmente, accade quando si legge Cielo notturno con fori d’uscita (La nave di Teseo, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan), la prima raccolta poetica di Vuong a essere tradotta in Italia e nella quale si uniscono insieme il verso libero e il gusto per il classico

Poesie di Ocean Vuong

Ricordiamo che Ocean Vuong ha debuttato in Italia con Brevemente risplendiamo sulla terra, La Nave di Teseo, 2020

Né prosa né poesia, indefinito come lo è ciò che ha più definizioni. In Vuong questa fusione – questa ibridazione – accade ancora prima di scrivere. Le opere che noi leggiamo sono originariamente in inglese, una lingua imparata e considerata madre, ma anche un linguaggio che sua mamma, immigrata in fuga, non ha mai appreso. Sono dunque parole che non solo non verranno mai udite, ma sono anche incomprensibili. Come forse ogni dichiarazione a chi amiamo.

Leggendo questi testi si incontra una sorta di dicotomia, tra ciò che è reale e ciò che è immaginario. Ma un tema ricorre spesso, la caduta. A tratti esplicita – con l’idea di gettarsi, volare, crollare… – a tratti insita nell’atmosfera descritta e suggerita dalla forma che prendono le parole e i componimenti di Ocean Vuong. Cade il narratore e cade con lui chi legge. 

Le luci sperimentali e personali di Ben Lerner

Le luci di Ben Lerner

Ben Lerner (foto di Beowulf Sheehan)

Poesia, romanzo, poesia. Si potrebbe definire così il percorso artistico di Ben Lerner, premiato e amato autore statunitense che, per l’appunto, dopo tre acclamate raccolte e due romanzi (più un saggio), torna ai versi. Le luci (traduzione di Martina Testa) è infatti stato recentemente pubblicato da Sellerio, e raccoglie una serie di scritti degli ultimi quindici anni, periodo dedicato ad altre pubblicazioni.

È un’opera che racchiude le altre, che esalta il carattere unico – ibrido – di Lerner, che riprende in forma nuova temi già trattati. E lo si può capire anche sfogliando le opere precedenti (anche se il consiglio è di soffermarsi per entrare, quasi letteralmente, nelle riflessioni dell’autore classe ’79) come Topeka School e Odiare la poesia.

Le luci si muove come un pendolo, alternandosi tra la dimensione puramente intima e personale, e quella globale, universale. Due estremi così lontani e così vicini che Lerner mette in contatto anche attraverso un linguaggio sperimentale. Tant’è vero che in un’intervista afferma: “Non mi illudo che la poesia sperimentale possa improvvisamente portare un cambiamento strutturale in una società, ma se dovessi immaginare un mondo senza persone che cercano di esplorare nuovi territori di pensiero e di sentimento, nuove possibilità di linguaggio, allora mi dispererei davvero“.

Ancora una volta, pagina dopo pagina, Lerner si appropria del mezzo espressivo e tra capitoli in prosa e altri in poesia, riesce anche a “comporre dei ‘collage‘ riutilizzando linguaggi molto specifici…”.

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