Christian Raimo, scrittore, saggista e docente, torna in libreria con la storia (autobiografica) di un padre, riapparso solo nei sogni, e un figlio, deciso a riscoprire quella figura e il mistero che la circonda. “L’invenzione del colore” è un libro a metà tra il romanzo di formazione e il giallo famigliare, e Christian, il protagonista, è un cinquantenne che, scavando nel passato, si renderà conto di quanto, all’improvviso, somigli a suo padre – Su IlLibraio.it un capitolo
Un padre e un figlio. Le voci circa un’invenzione che “ha rivoluzionato la storia del cinema”. E una somiglianza che emerge all’improvviso, dopo notti in cui quell’uomo, morto da dieci anni, ricompare nei sogni del figlio…
Christian Raimo, scrittore e insegnante, negli ultimi anni ha toccato diversi temi attraverso opere di narrativa e di saggistica (ricordiamo, tra gli altri, Tutti i banchi sono uguali, La vita che verrà e Willy – Una storia di ragazzi). Si è occupato di scuola e di crescita, di Roma (la sua città) e di cronaca. Spesso è intervenuto su tematiche politiche e di attualità, sui social e in tv.
Ora Raimo torna in libreria con L’invenzione del colore (che segna il suo passaggio alla La nave di Teseo): un po’ un romanzo di formazione, con un protagonista già cresciuto, e un po’ giallo familiare.
Può interessarti anche
Al centro della trama, infatti, troviamo Christian, insegnante cinquantenne la cui vita risulta intrecciata di colpo a quella del padre Raffaele. Perché ora compare nei suoi sogni? E perché è vivo e ha lasciato la famiglia? Non ci sono risposte certe, ma Christian decide di inseguire quell’ombra.
Inizia così un viaggio che lo porta nella storia della sua famiglia (dopo che nel 2022 anche la sorella Veronica, scrittrice e traduttrice, aveva dedicato un’opera narrativa alla propria famiglia, Niente di vero) – il primo incontro tra i genitori, le vacanze dai nonni – e in quella del cinema. Sì, perché Raffaele ha dedicato l’intera vita alla Technicolor e le grandi pellicole di un’epoca che non c’è più, inevitabilmente, si mischiano ai ricordi e alle scoperte, al racconto di una generazione e forse di un Paese intero.

Christian Raimo nella foto di Dino Ignani
Può interessarti anche
Raimo scava nel suo e nel nostro passato, riemerge con Bud Spencer e Terence Hill, con battute diventate cult e con la consapevolezza di assomigliare a suo padre nonostante tanti anni di lontananza.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un capitolo:
6.
Con la primavera, l’avevo sognato parecchie volte, mio padre.
Spalle larghe, alto uno e sessantacinque, i capelli alla Einstein; aveva una barba di tre giorni appena imbiancata, e un corpo più magro e asciutto di quando era vivo, gli occhi come sempre scuri e limpidi, e un principio di nascondimento inedito in quello sguardo affamato che è stata la maggior parte dell’eredità con cui mi ha cresciuto.
La scansione di questi sogni, per come ero riuscito a ricostruirli nelle mattine successive, era quasi sempre identica.
Mio padre non era morto, era andato via. Aveva soltanto lasciato mia madre, mia sorella e me, e si era reinventato una nuova famiglia, decidendo di essere beato e lontano. Erano sogni a loro modo divertenti. Mio padre sembrava a suo agio. E le discussioni che scaturivano da questa scelta avevano dei toni così familiari a quelli che accompagnavano i litigi tra mia madre e lui quand’era in vita, che se da una parte mi avevano sconcertato (era parecchio che non lo sognavo), per altri versi mi avevano anche lasciato del calore e un umore buono. Sono venuto a trovarvi e mo me ne torno dalla mia famiglia, poteva dire (come in una commedia di Eduardo adattata a un italiano standard).
Scopri la nostra pagina Linkedin
Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it
Non era chiaro in nessuno dei sogni quando questo allontanamento fosse avvenuto, e non perché il sogno fosse condensato, al limite del fantasmatico. Era indiscusso invece chequesta fosse una scelta irreversibile e del tutto autonoma. Perché mio padre se n’era andato? Che cosa era accaduto? Mia madre nel sogno era elusiva, pure scocciata, come se le pesasse rispiegarmi la storia da capo; io ero frustrato a chiedere.
In altri sogni, sogni più cupi, più silenziosi, io e mia madre eravamo fermi, due ologrammi realizzati con una tecnologia grossolana nella penombra di un quadro statico, in attesa di una telefonata di auguri per il mio compleanno. La scena si svolgeva nell’appartamento in cui la mia famiglia ha vissuto fino ai miei dieci anni, in cucina sulle sedie colorate con lo schienale rinforzato di gommapiuma, la tavola non apparecchiata, il telefono fisso (un vecchio apparecchio all’angolo del corridoio).
Può interessarti anche
Mia sorella Veronica – che oggi fa la traduttrice e la scrittrice – nel sogno bazzicava ancora l’università fuori corso. (Nel mondo dei sogni e anche nel mondo vero ha un po’ di anni in meno di me). Come avveniva anche in altri di questa serie di sogni, era uscita, forse con gli amici forse da sola, o si trovava fuori casa per una lezione svogliata. Aveva sbattuto la porta, svicolata senza nemmeno un ciao. Nel sogno era convinta che mio padre non si sarebbe fatto più sentire se non per sbaglio.
La ragione per lei era semplice: non gli andava. Il genere di risposte di mia sorella: dichiarava di avere a cuore la verità tagliente ma evitava di riaprire le ferite.
Ma la chiamata in effetti non arrivava. Il vecchio telefono con la rondella visto da lontano era un orologio grigio. Restava confuso nell’oscurità e finiva per segnare l’angoscia dei minutimuti in cui io e mia madre vegliavamo la sospensione del tempo composto di onde che venivano soffocate prima ancora di gonfiarsi.
Scopri il nostro canale Telegram
Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati
Erano sogni non lunghi ma diluiti, questo amplificava l’intensità delle emozioni. Mi svegliavo con la sensazione che mi avessero dato dei piccoli colpi sulla gola durante il sonno. Io, non essendo stato educato a soffrire ma piuttosto a contemplarlo il dolore, riconoscevo la mia debolezza ma mi limitavo a considerarla un guasto del carattere. La sofferenza di mia madre invece era rancore. La sua nettezza finiva per avere un che di sacro, prevedeva silenzi e nevrosi rituali: quello che per lei era incomprensibile lo riteneva ingiustificabile. Fingeva di sopportare, ma non si faceva nessun problema a dare in escandescenze, a masticare e sputare una pasta d’imprecazioni contro la scansione del tempo, e poi a altissima voce tracciava linee e schemi, che erano chiari solo per lei, tutti interrotti e ingarbugliati.
Da parte mia chiedeva, senza dover essere esplicita, una complicità a scartamento ridotto. Ripeteva sempre: Visto che sei mio figlio… Ma poi le bastava anche che io, come testimone, non la giudicassi, che la rimirassi solo un po’, almeno.
Come si fa con le statue di sale sperando che non si sciolgano, o non si frantumino, e che insomma nessuna storia finisca.
(continua in libreria…)
Scopri le nostre Newsletter
Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it
Fotografia header: Christian Raimo, nella foto di Dino Ignani