Una ragazza triste come tante, con le cuffie piene di malinconia e un quaderno sempre in borsa. Un innamoramento che nasce come luce, come una stanza bianca in cui tutto sembra possibile. E poi una violenza, una frase che blocca tutto: “Non scrivere di me”. Nel suo nuovo romanzo, Veronica Raimo racconta la zona grigia in cui amore, potere e abuso smettono di essere distinguibili, e la scrittura diventa prima rifugio, poi colpa, infine (forse) necessità…

Ascolta canzoni degli Smiths e tutto ciò che può dare malinconia.

Una colonna sonora che, abbinata a un bicchiere di vino e a una Moleskine da riempire di versi e frasi rubate alle conversazioni altrui, diventa subito un manifesto esistenziale.

La protagonista di Non scrivere di me (Einaudi) ha il profilo perfetto per essere ricordata e, insieme, per confondersi tra molte altre: barista con ex velleità da scrittrice, ironica, affilata, incapace di abitare fino in fondo una relazione sentimentale, sempre leggermente scostata rispetto al coinvolgimento emotivo. Una ragazza triste come tante. E proprio per questo – o, almeno, così vorrebbe sentirsi lei – unica.

Copertina del romanzo Non scrivere di me di Veronica Raimo

Veronica Raimo parte da qui, da questa figura apparentemente riconoscibile, quasi conforme a un immaginario condiviso, e costruisce il suo romanzo come una lenta deviazione. L’autrice, già amatissima per Niente di vero (sempre Einaudi, finalista al Premio Strega 2022), usa ancora una volta l’ironia non come ornamento, ma come strumento: un’arma per smascherare le fragilità, per dire ciò che di noi non vorremmo mai scrivere, per aggirare le difese prima di colpire il punto esatto.

La storia prende avvio con una rivelazione che non arriva in forma di detonazione narrativa, ma come un’informazione che scivola nella vita quotidiana. La protagonista è al lavoro quando scopre che Dennis May – l’uomo che ha amato, l’uomo attorno a cui ruota gran parte della sua memoria emotiva – è morto. Si è suicidato. È una notizia che non chiede reazioni spettacolari, ma apre una crepa. Come accade spesso con le cose decisive, arriva di lato, costringendo il pensiero a tornare indietro, a riorganizzare ciò che credevamo di aver già archiviato.

veronica raimo niente di vero

Da qui si innesta una narrazione che inizialmente conserva quella sterzata che avevamo imparato a riconoscere: un disincanto che protegge, che mette distanza, che trasforma l’esposizione in controllo. La protagonista racconta se stessa, il suo passato, le sue relazioni con una voce che sembra sempre un passo avanti rispetto al dolore, come se potesse permettersi di guardarlo senza esserne travolta. C’è dolcezza nel ricordare l’innamoramento, e insieme una zona d’ombra che resta sospesa.

L’amore per Dennis viene rievocato come un’esperienza fondativa, elementare nella sua naturalezza: “Un pensiero semplicissimo: sono innamorata“. Ma Dennis non è solo l’uomo amato. È un regista di cinema indipendente, marginale e sovversivo quanto basta per sembrare libero, uno di quelli che abitano i circuiti laterali, i festival minori, le conversazioni colte che fanno sentire chi ascolta improvvisamente ammesso a qualcosa. Lei lo venera anche per questo: per il suo sguardo, per il modo in cui sembra leggere il mondo – e, per riflesso, per il modo in cui guarda lei.

L’innamoramento coincide allora con una serie di prime volte: essere chiamata, essere vista, essere scelta. Una verità assoluta che si manifesta persino in una lingua straniera, con quella vulnerabilità ulteriore che l’estraneità porta con sé. È un amore che si imprime nella memoria come luce, come promessa, come una stanza bianca in cui tutto sembra possibile.

Poi, senza una cesura netta, qualcosa si rompe. Non c’è un prima e un dopo, ma una continuità inquietante. L’atto di violenza arriva proprio dalla persona amata, desiderata, ancora nominata come tale. Non è un’irruzione estranea, ma una torsione interna alla relazione. La protagonista prova a raccontarselo in altro modo, a spostarlo su un piano teorico, quasi ideologico, come se il linguaggio potesse salvarla: “non era la violenza di un uomo su una donna… era una guerra di civiltà”. È un tentativo disperato di dare senso, di non chiamare le cose con il loro nome, mentre il corpo resta lì, inchiodato, tradito.

Ed è in questo spazio scomodo che Raimo colloca il cuore del romanzo. La violenza non viene isolata come evento eccezionale, ma mostrata nella sua capacità di infiltrarsi, di confondersi con l’amore, con il bisogno di essere scelta. E soprattutto con la parola. Perché a sigillare quell’esperienza non è solo l’atto in sé, ma la frase che lo accompagna, che lo conclude e lo condanna: “Non scrivere di me”. Detto a una ragazza che vuole essere scrittrice, che vive con un quaderno sempre in borsa, come un talismano, come una porzione minima di spazio che le appartiene. È lì che la violenza diventa totale: quando non si limita a occupare il corpo, ma interdice la parola.

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La scrittura, fino a quel momento, è stata una presenza costante, un modo di essere al mondo. Dopo, non lo è più. Non scrivere diventa una forma di sopravvivenza e, insieme, di annullamento. La protagonista non smette solo di raccontare: smette di desiderare, di amare, di vivere. Galleggia. E mentre pensa a Dennis ogni giorno, non pensa alla sua morte, ma alla propria. Lo dice con una lucidità clinica, elencando sintomi e protocolli, come se anche il pensiero della fine potesse essere addomesticato.

Raimo accompagna il lettore dentro questa zona di straniamento senza mai offrire scorciatoie morali, che nel discorso sull’abuso rischiano di apparire quasi retoriche. Si interroga, piuttosto, sulla possibilità stessa di raccontare la violenza: “Qual è la lingua per raccontare la violenza?”, si chiede la protagonista, desiderando una lingua fredda, neutra, senza metafore, senza ricompense. Una lingua che non trasformi, che non addolcisca. È una domanda che attraversa tutto il romanzo e che riguarda, inevitabilmente, anche chi legge.

In questo senso, Non scrivere di me dialoga con altre narrazioni che hanno scelto di restare dentro la zona grigia del rapporto di potere. Viene in mente American Bitch, l’episodio di Girls in cui Hannah incontra Chuck Palmer, scrittore celebre accusato di molestie, in un appartamento che diventa una camera di risonanza del privilegio maschile. Allo stesso modo, un’altra serie che ha fatto del #metoo il suo centro, The Morning Show costruisce la figura del predatore come qualcuno che non si percepisce mai davvero tale. Mitch Kessler non è un mostro riconoscibile, ma un uomo convinto di aver agito all’interno di un sistema di consenso implicito, di scambi non detti, di regole informali che il potere rendeva possibili.

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Ma Raimo compie un gesto ulteriore, perché affida tutto questo a una lingua che resta brillante, controllata, mai compiaciuta, e proprio per questo destabilizzante.

Alla fine, il romanzo è la storia di una ragazza triste come tante, dentro quel conformismo che rende persino il dolore un’immagine riconoscibile – “nel conformismo delle ragazze tristi, la testa infilata nel forno è sempre stata un’immagine che funziona”. Ed è proprio perché questa storia riguarda tante che non può restare senza parole. Raimo quelle parole le cerca, le mette in discussione, le espone al rischio. Senza promettere redenzioni, senza offrire pacificazioni. Restituendo, invece, tutta la complessità di ciò che accade quando amore, violenza e scrittura smettono di essere separabili.

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nota: foto da GettyImages, febbraio 2026.

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