Pubblicato nel 1922, “Siddhartha” di Hermann Hesse è un classico della letteratura tedesca, un romanzo di formazione ormai di culto, un longseller amato e letto da molte generazioni… Ma cosa ci racconti oggi questa storia ambientata in un tempo e in un luogo così lontani – l’India del VI secolo a.C.? Ecco quattro ragioni per riprendere in mano il “poema indiano” del Premio Nobel Hermann Hesse, in un presente segnato dalla velocità, dall’iperconnessione e dalla richiesta costante di risultati

Rileggere un libro spesso significa concedergli una seconda possibilità o, altrettanto spesso, tornare con sicurezza a qualcosa che si è molto amato. Con Siddhartha (Adelphi, traduzione di Massimo Mila) accade qualcosa di intermedio: la rilettura non è solo conferma, ma anche riscoperta.

Riprendere in mano questo breve romanzo di Hermann Hesse significa tornare a una prosa limpida e riconoscibile, ma anche confrontarsi di nuovo con domande che riguardano il rapporto con il mondo e con sé stessi. Siddhartha è uno di quei libri che, pur restando identico, sembra evolversi insieme a chi lo legge. Viene allora naturale definirlo un classico, secondo le parole di Italo Calvino, “un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

copertina di Siddhartha di Hermann Hesse

Ma che cosa rende Siddhartha un romanzo che continua a essere letto e riletto? E perché tornare oggi a questa storia ambientata in un tempo e in un luogo così lontani?

Indice

Siddhartha: tra i grandi romanzi di formazione

Pubblicato nel 1922, Siddhartha racconta il percorso di un giovane brahmino che non si riconosce nella vita che gli è stata assegnata e sceglie di allontanarsi, alla ricerca di un senso di completezza. La sua è una formazione irregolare, fatta di esperienze, incontri, errori e ripartenze, che non conduce a una meta definitiva.

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Hesse costruisce un bildungsroman, un romanzo di formazione, che non celebra l’arrivo, ma il cammino: una ricerca che resta aperta e che proprio per questo continua a parlare a generazioni diverse di lettori e lettrici. In questo senso, Siddhartha racconta anche una forma di ribellione: non gridata né collettiva, ma silenziosa e individuale. È la ribellione di chi rifiuta un destino già scritto, di chi mette in discussione ruoli, aspettative e modelli di successo, scegliendo di imparare non attraverso regole e precetti, ma attraverso la vita stessa.

Il protagonista attraversa esperienze diverse – l’ascesi, l’amore, la ricchezza, la perdita – che diventano lo spunto narrativo per riflettere su amicizia, saggezza, desiderio e dolore. Non c’è una conquista finale, né una verità che si impone sulle altre: ciò che resta è la possibilità di uno sguardo nuovo sul mondo, maturato nel tempo e attraverso il dubbio.

Siddhartha: insegnamenti, non dottrina

Il protagonista non coincide con il Buddha storico e non fonda alcuna religione. Siddhartha è der Suchende, “colui che cerca”, e la sua diffidenza verso i maestri e verso il sapere trasmesso in forma dogmatica attraversa tutto il romanzo. La conoscenza, per Hesse, non può essere insegnata come una lezione: passa attraverso l’esperienza diretta, il vivere pienamente ciò che accade.

Proprio questa assenza di una dottrina rigida è uno degli elementi che hanno garantito al libro una lunga vitalità. Siddhartha (opera e personaggio) non propone un sistema chiuso di pensiero, ma suggerisce un atteggiamento: ascoltare, attraversare, comprendere. È anche per questo che il romanzo conosce una nuova, vasta diffusione negli anni Sessanta e Settanta, anche negli Stati Uniti, diventando un testo di riferimento per generazioni in cerca di alternative culturali e spirituali.

Siddhartha: un’opera attuale

Uno degli aspetti che colpiscono maggiormente in una rilettura adulta è l’irrealtà del tempo che attraversa il racconto. Siddhartha ha più di cent’anni, eppure riesce a parlare con forza al presente. L’India del VI secolo a.C., descritta attraverso uno sguardo europeo e letterario, più simbolico che realistico, diventa un luogo quasi universale, sottratto a coordinate storiche troppo precise.

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Il tempo del romanzo è dilatato, sospeso, lontano da ogni logica di produttività o prestazione. In un presente segnato dalla velocità, dall’iperconnessione e dalla richiesta costante di risultati, possiamo leggere in Siddhartha l’idea di rallentare, di fermarsi, di abitare il presente. Temi che oggi non occupano una posizione centrale nel discorso pubblico, ma che continuano a riaffiorare come necessità diffuse.

È forse per questo che la rilettura funziona in modo particolare nell’età adulta: non tanto come invito a cercare qualcosa di nuovo, quanto come occasione per (ri)mettere in discussione il ritmo, le priorità e il modo in cui si guarda al tempo.

Il contatto tra letteratura tedesca e pensiero orientale

Siddhartha nasce dal profondo interesse di Hesse per l’India e per il buddhismo e si inserisce in una lunga tradizione della cultura tedesca che guarda all’Oriente come spazio simbolico e spirituale. Dopo Johann Gottfried Herder e Johann Wolfgang von Goethe, l’attenzione per le dottrine indiane attraversa la filosofia e la letteratura tedesca, trovando risonanze anche nel pensiero di Arthur Schopenhauer, che individuava nelle Upanishad un punto di riferimento fondamentale.

L’uomo che cerca sé stesso di Hermann Hesse si inserisce in modo naturale all’interno del contesto indiano qua descritto, non storico ma metafisico. Siddhartha così si allontana ferocemente dalla possibilità di essere un libro di viaggi, dal carattere antropologico o geografico, e “può a buon diritto considerarsi come un felice concretamento artistico di queste affinità spirituali” tra le due culture, come ha scritto Massimo Mila nella nota introduttiva.

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