Dopo la morte di Marjane Satrapi, a soli 56 anni, la sua opera a fumetti più celebre, “Persepolis”, torna a parlarci con una forza nuova: non solo come memoir sull’Iran della Rivoluzione islamica, ma come libro sull’adolescenza, sull’esilio, sul corpo femminile, sulla libertà e sui pregiudizi dell’Occidente

Sembra proprio che il fumetto sia diventato negli ultimi decenni uno dei linguaggi più capaci di raccontare il nostro mondo. Forse perché, anche da adulti, i disegni legati alle parole continuano ad aiutare la nostra immaginazione, riuscendo a rappresentare concetti complessi in pochi tratti. Dopotutto, iniziamo tutti a leggere con i disegni.

Ma ci sono libri che più di altri dimostrano questa possibilità. Persepolis (Rizzoli Lizard, traduzione di Cristina Sparagana e Gianluigi Gasparini) di Marjane Satrapi è uno di questi. E oggi, dopo la morte dell’autrice franco-iraniana, a soli 56 anni, rileggerlo significa qualcosa di diverso. Non perché questo fumetto abbia bisogno della morte della sua autrice per essere riconosciuto come un classico contemporaneo, ma perché ha bisogno di una nuova forma di ascolto.

copertina di Persepolis

Tra le autrici e gli autori che negli ultimi decenni hanno raccontato il presente attraverso il fumetto – da Joe Sacco, con i suoi reportage da Palestina a Gaza, fino a Zerocalcare, con il suo modo di intrecciare politica e società moderna – Marjane Satrapi rimane una delle figure più iconiche.

Con Persepolisdal greco “Città dei persiani” – ha portato sulla scena internazionale il primo fumetto iraniano mai realizzato, uscito nelle librerie italiane a inizio degli anni Duemila.

Queste pagine raccontano la storia autobiografica dell’autrice, dai suoi nove ai suoi ventidue anni, che si lega inevitabilmente alla Storia dell’Iran e dei Paese europei tra il 1979 e i primi anni Novanta.

Di cosa parla Persepolis, il memoir grafico di Marjane Satrapi

La narrazione prende il via in una Teheran laica e progressista, dove la piccola Marji cresce in una famiglia colta, benestante e soprattutto politicamente consapevole. La sua infanzia viene però interrotta dalla Rivoluzione islamica del 1979. Con la caduta dello Scià e l’instaurazione del regime teocratico, la bambina sperimenta sulla propria pelle la progressiva trasformazione della società: l’obbligo del velo, la chiusura delle scuole bilingui, la censura, il controllo dei comportamenti quotidiani.

Ascoltare musica, usare lo smalto, indossare scarpe considerate troppo vistose possono diventare imperdonabili gesti di resistenza in quegli anni. Così, mentre l’Iran viene martoriato dagli otto anni di guerra contro l’Iraq, la ribellione di Marjane spinge i genitori a mandarla quattordicenne in Austria, per studiare in libertà.

Può interessarti anche

Qui, però, l’adolescente affronta lo shock culturale dell’esilio e una profonda crisi identitaria: non è più del tutto iraniana, ma non sarà mai davvero europea. Il ritorno in patria da giovane donna segna l’ultima fase dell’opera: il tentativo di riadattarsi a una società ormai irriconoscibile e il dolore di scoprire che la libertà ha sempre un prezzo.

Tra queste pagine, Persepolis segue un doppio filo che ci porta prima tra i parenti di Satrapi – i genitori, la nonna, l’amato zio – nel pieno della sua difficile adolescenza, per poi aprire riflessioni sull’esilio, sul corpo femminile, sulla libertà e sul modo in cui l’Occidente guarda ciò che non conosce.

Persepolis tra Iran, esilio e libertà

Negli anni il fumetto di Marjane Satrapi è stato letto, tradotto, studiato e poi anche guardato, grazie all’adattamento cinematografico firmato dalla stessa Satrapi insieme al regista e fumettista Vincent Paronnaud, che vinse il Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2007 e fu candidato all’Oscar.

Ma riprendere in mano questa storia nel 2026 ha tutto un altro sapore.

Seguiamo Marjane Satrapi sapendo già cosa avviene dopo la chiusura di quelle pagine. Conosciamo più di vent’anni di futuro dell’Iran, sappiamo che cosa è accaduto con le donne iraniane, le proteste, la repressione, e conosciamo il movimento Donna Vita Libertà.

Marjane Satrapi, Donna Vita Libertà e la speranza di rivedere Teheran

Nel 2023, parlando proprio del movimento nato dopo la morte di Mahsa Amini in un’intervista rilasciata a La Repubblica, l’autrice raccontava di aver sempre pensato che sarebbe tornata a Teheran solo dopo la propria morte.

“Sappiamo da Hannah Arendt che i regimi totalitari raggiungono l’apice della violenza nel momento in cui s’instaurano e quando crollano. Mi sembra evidente che la Repubblica islamica sia arrivata al tramonto.”

Per la prima volta, in quel contesto, cominciava a credere di poterla rivedere da viva.

“Non so dire quando esattamente, non bisogna avere fretta perché in questo momento la Repubblica islamica è un corpo malato, infetto, che è meglio non toccare per non lasciarsi contagiare dai suoi virus. […] A febbraio (la Repubblica islamica, ndr) ha festeggiato 44 anni di vita, sono certa che non arriverà a 50…”

Oggi quest’ultima frase fa male, perché dentro c’era una convinzione politica ma anche una promessa personale. Satrapi pensava che avrebbe potuto assistere alla fine del regime che aveva raccontato con le sue immagini e che così tanto aveva inciso sulla sua vita. Il futuro dell’Iran continuerà a muoversi, e forse darà ragione alla sua speranza. Ma Satrapi non potrà più vederlo, e per questo a noi resta il compito di tornare alle sue pagine.

In ogni modo, finché ci sarà petrolio in Medio Oriente, ci si potrà scordare della pace…” dice il padre a una giovanissima Marji, cercando di spiegarle la realtà dietro ai comportamenti politici dei governi e delle potenze straniere. È una frase chiama in causa tanto l’Iran quanto i Paesi occidentali, perché vista dagli occhi di chi paga le conseguenze. E Persepolis è anche questo: la storia geopolitica che prende la voce di chi non ha potere, ma ha una vita, una famiglia, un corpo, dei desideri, una musica da ascoltare, una città da ricordare.

La forza di Satrapi è sempre stata quella di non trasformare nessuno in un simbolo puro. Nelle sue pagine non c’è mai la comodità di un mondo diviso una volta per tutte tra giusto e sbagliato, bianco e nero, bensì una complessità più adulta: lascia che siano i fatti e le contraddizioni a restituire le sfumature della storia.

Non c’è quindi un solo modo di leggere Persepolis. Chi lo scopre oggi e chi lo riprende in mano a distanza di anni troverà forse la stessa sensazione: una storia già sentita e al tempo stesso eccezionalmente nuova. Non importa se a leggerlo sarà chi ha vissuto quella Storia in prima persona o chi negli anni Novanta doveva ancora nascere. Tra le considerazioni e i pensieri di Marjane Satrapi ci sono concetti che non hanno nazionalità né lingua, eppure sembra che qualcuno debba sempre ricordarceli.

Perché Persepolis parla ancora anche dell’Occidente

Forse il punto più importante di rileggere o scoprire Persepolis oggi è proprio questo: questo fumetto non ci permette soltanto di osservare la situazione iraniana con un livello di comprensione in più, ma ci costringe a osservare anche noi stessi. Ci mette dall’altra parte del vetro. Non siamo più solo quelli che guardano “l’altro”, che lo spiegano, lo giudicano e poi lo semplificano. Siamo anche quelli che vengono guardati.

Satrapi, in questo, è spietata come può esserlo solo la realtà. Disegna gli europei degli anni Novanta con le loro distrazioni, le loro libertà date per scontate, le loro paure del diverso, il loro razzismo più o meno dichiarato, la loro tendenza a trasformare le guerre degli altri in oggetti di conversazione o di studio. E lo fa senza assolvere nessuno, ma anche senza distribuire sentenze. Perché il suo bersaglio non è mai un popolo intero, una cultura o una religione. Il bersaglio è la semplificazione: quella dei regimi, quella degli occidentali, quella di chiunque preferisca un’etichetta alla complessità di una persona.

Marjane Satrapi autrice di Persepolis foto GettyEditorial 4-6-2026

Marjane Satrapi, autrice di Persepolis (foto GettyEditorial)

Continuare ad ascoltare Marjane Satrapi, “morta di tristezza”

Negli ultimi anni Satrapi era tornata a guardare l’Iran con una speranza nuova. Con Donna Vita Libertà (Rizzoli Lizard, traduzione di Lara Pollero), progetto collettivo (con Jean-Pierre Perrin e Farid Vahid) dedicato alla rivolta nata dopo la morte di Mahsa Amini, aveva rimesso la sua arte al servizio di una necessità politica concreta: raccontare, spiegare, creare empatia, ricordare agli iraniani che non erano soli. Stava nuovamente cercando di dare forma alla libertà.

Nel 2025 però, Mattias Ripa, marito e grande amore dell’autrice, è morto prematuramente  all’età di 53 anni, segnando profondamente la sua esistenza. Nel comunicato trasmesso dai familiari di Satrapi si legge “è morta di tristezza a poco più di un anno dalla scomparsa di Mattias”.

Marjane Satrapi non rivedrà l’Iran che considerava “casa”, né il destino del regime che considerava vicino alla fine. Ma ha lasciato al mondo uno strumento per continuare a guardare, attraverso linee nere su pagine bianche.

Pollo e prugne

L’invito è quello di leggere tutti i suoi libri, da Pollo alle prugne (Rizzoli Lizard, traduzione di B. Battaglia) a Taglia e cuci (Rizzoli Lizard, traduzione di D. Papa), per chiederci – se ancora non l’abbiamo capito – che cosa significhi crescere sotto un potere che decide del nostro corpo, lasciare il proprio Paese per sopravvivere, essere accolti e insieme fraintesi, o essere visti stranieri in qualsiasi terra.

Taglia e cuci

Tra tutti, rileggere Persepolis non ci servirà a salutare Marjane Satrapi, ma a continuare ad ascoltarla.

Libri consigliati