“L’Iran del popolo, con i suoi sogni, le sue contraddizioni e la sua ironia tagliente, ci somiglia molto più di quanto la distanza geopolitica ci permetta di confessare”. Abbiamo intervistato Pegah Moshir Pour per parlare del suo nuovo libro, “La casa dimenticata”, e della sua terra d’origine, reduce da mesi di tensione e guerra, fino all’atteso accordo con gli Usa: “I ragazzi della Gen Z sono nativi globali, giovani ‘misti’ privi dei bias culturali o religiosi dei padri. Ai genitori dicono: ‘Rispetto le mie origini, ma sono anche altro’. È una rottura che mette in discussione la famiglia per poter, di riflesso, scardinare una società che non li rappresenta”. Tanti i temi affrontati (tra cui il cinema, “un’arma di denuncia e un farmaco contro la frustrazione quotidiana”). Per l’autrice, attivista e podcaster, “L’Iran è cambiato. Se non lo raccontiamo, non rendiamo giustizia a chi combatte per trasformarlo. Spesso in Occidente si fatica a credere che a Teheran le donne escano senza velo o vadano in moto. Teoricamente è tutto illegale, ma la costante disobbedienza civile ha normalizzato l’infrazione della legge. La ribellione è diventata quotidianità, e non fa più paura…”
C’è una chiave che racchiude il senso profondo de La casa dimenticata, il nuovo romanzo di Pegah Moshir Pour (Garzanti). È quella di un’abitazione sospesa nel tempo che racchiude un labirinto di segreti familiari e domande che la giovane protagonista, Farah, custodisce dentro di sé senza ancora saperle dare un nome.
Contro ogni logica e raccomandazione, la giovane protagonista sceglie di restare a Teheran. Vuole comprendere l’esilio del nonno, le ragioni di una partenza su cui la madre ha steso un velo di ostinato silenzio.
La verità riaffiora grazie alla nonna e a quella chiave che apre le porte di una dimora che conserva diari, libri e riviste clandestine – tra cui Oro nero, pubblicata tra il 1983 e il 1984 – testimonianze di una generazione che aveva creduto nella libertà di pensiero. Quella stessa libertà che il regime degli ayatollah nega sistematicamente.
Da quel momento, la ricerca di Farah si trasforma in un duplice atto di insubordinazione: continua a esplorare un passato rimosso e trasforma quella casa in un rifugio per Saba e Gulbano, due donne e madri dalle traiettorie distanti, ma unite dalla medesima urgenza di emancipazione.
In questo perimetro, prende forma una sorellanza che si fa resistenza silenziosa. Il romanzo intreccia così le maglie di una vicenda intima e personale con le grandi tensioni del presente: l’ombra del programma nucleare, l’eco potente del movimento Donna Vita Libertà e la complessa, spesso invisibile, condizione degli afghani in Iran.
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Riflettendo su Due spicci, la terza serie animata di Zerocalcare per Netflix nella loro newsletter Tlon, Maura Gancitano e Andrea Colamedici identificano nei millenial la generazione che “ha capito tutto e non può niente”. E lo fanno attraverso il parallelismo con il Conte di Montecristo: l’abate Faria (la generazione dei padri) ha consegnato ai figli la conoscenza – una mappa lucida dei tradimenti e delle ingiustizie del mondo – senza però lasciare loro il “tesoro”, inteso come risorse materiali e collettive per incidere sulla realtà. Il risultato è una frattura drammatica: una generazione educata a comprendere tutto con precisione critica, ma condannata all’immobilità e all’impossibilità di trasformare questo sapere in potere reale.
La figura di Farah offre uno scarto a questa paralisi. La Gen Z ritratta da Moshir Pour normalizza il dissenso, declina la rivoluzione nel quotidiano e rivendica il diritto di restare, anche quando la permanenza coincide con la scelta più difficile. Al cuore di questa scelta abita una parola persiana: omid, speranza, che ha una duplice accezione nel romanzo e svariate sfumature incarnate da ciascuno dei personaggi.

Narrare l’Iran dall’interno da sempre comporta un prezzo. Lo ha testimoniato Marjane Satrapi, che con il capolavoro Persepolis ha impresso nella memoria collettiva il volto e la voce della diaspora e la cui recente e precoce scomparsa ha commosso il mondo; lo riafferma Jafar Panahi, celebrato nel 2025 a Cannes con la Palma d’Oro per Un semplice incidente, condannato nuovamente a un anno di reclusione. Eppure, nonostante tutto, prosegue la sua ostinata produzione cinematografica.
Lo rivendica Pegah Moshir Pour. Attivista per i diritti umani e digitali, voce del podcast Diritti al futuro e già apprezzata per La notte sopra Teheran, l’autrice (nata a Teheran e a nove anni trasferitasi con la famiglia in Italia) ci pone con questo nuovo lavoro di fronte a una verità speculare: l’Iran del popolo, con i suoi sogni, le sue contraddizioni e la sua ironia tagliente, ci somiglia molto più di quanto la distanza geopolitica ci permetta di confessare.
“Tu appartieni a un’altra generazione. Siete nate già con la parola ‘confine’ in bocca e la voglia di spostarlo”, dice la madre alla figlia Farah. Perché questa affermazione è la chiave del loro rapporto?
“Quel passaggio mi è costato molta fatica, perché ammette che abbiamo un dizionario e significati diversi per le stesse parole. Per i miei genitori o per noi millennial, la parola ‘confine’ richiama il rispetto e le regole. La Generazione Z, invece, si chiede chi abbia stabilito quei limiti, rifiutando barriere erette in tempi passati che oggi non hanno più ragion d’essere”.
Dedica questo libro a sua sorella e “alla sua generazione disillusa, indomabile, in costante ricerca di un’esistenza più alta”.
“I ragazzi della Gen Z sono nativi globali, giovani ‘misti’ privi dei bias culturali o religiosi dei padri. Ai genitori dicono: ‘Rispetto le mie origini, ma sono anche altro’. È una rottura che mette in discussione la famiglia per poter, di riflesso, scardinare una società che non li rappresenta”.
La protagonista, Farah, compie scelte coraggiose: “Non sono salva se la mia salvezza è un’uscita d’emergenza mentre le persone più importanti della mia vita rimangono intrappolate”. Da dove nasce questa solidarietà collettiva?
“Dalla consapevolezza che non esiste benessere individuale se i propri coetanei sono vittime di un’ingiustizia. Lo vediamo anche in Occidente con l’emergenza climatica: i giovanissimi si mobilitano perché sentono l’urgenza del futuro, a differenza di chi è al potere, spesso uomini vecchi e ricchi. La Gen Z non accetta compromessi perché avverte che non le è stata lasciata altra scelta”.
A proposito di potere, nel romanzo affronta un tema cruciale: l’atomo iraniano.
“Da ingegnere sono affascinata dal progresso, ma in Iran la scienza ha preso una direzione pericolosa. C’è un equivoco storico da chiarire: il programma nucleare non nasce con gli ayatollah, ma con lo Scià. Khomeini inizialmente lo bloccò ritenendolo imperialista, ma il regime lo ha riesumato negli anni Duemila per garantirsi l’intoccabilità sul modello della Corea del Nord”.
Nella rivista clandestina Oro nero, scoperta da Farah, si legge che l’atomo nasce come progresso sponsorizzato dall’Occidente e che una nazione non può restare ostaggio di un potere che usa la scienza non per illuminare, ma per sopravvivere.
“L’arma nucleare è lo scudo di un apparato che non risponde a nessuno. Quando le guide religiose prendono il potere, l’atomo dovrebbe essere un tabù, un residuo impuro del passato. Ma la tecnologia non ha ideologia: una volta acquisita, pretende continuità e controllo. Diventa lo strumento di ricatto perfetto: non serve usarlo, basta sfiorare la soglia e lasciare che la paura faccia il resto. È il Dio potere che fagocita la spiritualità”.
Nel romanzo spiega che in Iran marchiare una donna come “pazza” serve a isolarla. Eppure, il movimento Donna Vita Libertà ha incrinato questa strategia del terrore.
“Il mondo non ha ancora compreso la portata transregionale, sociale e culturale di questo movimento, che per la prima volta ha visto scendere in piazza anche gli uomini. Davanti alle umiliazioni subite da madri e sorelle, gli uomini hanno capito che se metà della popolazione è oppressa, nessuno è libero. Rispetto all’8 marzo 1979, quando le donne manifestarono da sole contro il velo obbligatorio, oggi la lotta contro il patriarcato di Stato è collettiva”.
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Un’autentica rivoluzione culturale.
“Donna Vita Libertà ha dimostrato che questo regime ha perso ogni legittimità. Se neghi a una donna i diritti fondamentali, prima o poi il sistema crollerà dall’interno. Il film di Mohammad Rasoulof, Il seme del fico sacro, lo fotografa perfettamente: persino nelle famiglie dei magistrati legati all’élite del governo, i figli stanno contestando i padri”.
A proposito di cinema, il regista Jafar Panahi, Palma d’Oro a Cannes nel 2025 con Un semplice incidente, è stato nuovamente condannato. L’ironia dei cineasti iraniani fa così paura al regime?
“L’ironia in Iran è un’arma di denuncia e un farmaco contro la frustrazione quotidiana. Penso al film La lucertola, dove un ladro evade travestendosi da religioso e viene trattato con una venerazione grottesca: una satira impietosa della corruzione clericale. Questo cinema, che affonda le radici nel neorealismo, è un atto politico. E pericoloso. Il regime non colpisce solo i registi, ma l’intera filiera: tecnici, comparse, collaboratori. Fare cinema in Iran significa esporsi a un rischio collettivo”.
È per questo che ha lanciato l’appello delle Proiezioni di rivolta?
“Sì, ho chiesto a festival, arene estive e università una vera guerriglia cinematografica. Ogni schermo acceso è un atto di dissidenza. Spesso le opere di Panahi o Farhadi restano confinate ai festival per un pubblico di nicchia. Dobbiamo portarle ovunque, perché l’Iran del popolo e l’Iran del regime sono due mondi opposti. Quello raccontato da questi film, con i suoi sogni, le sue contraddizioni, la sua musica, il suo umorismo feroce, ci assomiglia molto più di quanto immaginiamo”.

Grandi autrici come il premio Nobel Azar Nafisi con Leggere Lolita a Teheran o Marjane Satrapi con Persepolis hanno squarciato il velo sulla condizione iraniana. Come vive una scrittrice della sua generazione questa eredità, segnata anche dal dolore dell’esilio?
“Siamo profondamente orgogliosi di quell’eredità. Ringrazio Marjane Satrapi per aver dato linee visibili alle sofferenze di tante e tanti iraniani. Se il mondo ha una consapevolezza critica del regime, lo deve a quella generazione che ha vissuto la transizione dalla monarchia alla repubblica islamica, la guerra Iran-Iraq e il dopoguerra. L’esilio per loro è stato una ferita profonda, un lento consumarsi per la nostalgia di un Paese che non c’era più. Eppure oggi quella narrazione ha bisogno di essere aggiornata: le nuove generazioni stanno plasmando una realtà che rende l’Iran quasi irriconoscibile rispetto al passato”.
A proposito del potere sovversivo della letteratura, concetto che la stessa Nafisi ha più volte rivendicato, in che modo anche il suo libro attinge a quella che lei ha chiamato “la repubblica dell’immaginazione”?
“I libri proibiti oggi sono superati dallo streaming e la musica occidentale risuona ovunque. L’Iran è cambiato. Se non lo raccontiamo, non rendiamo giustizia a chi combatte per trasformarlo. Spesso in Occidente si fatica a credere che a Teheran le donne escano senza velo o vadano in moto. Teoricamente è tutto illegale, ma la costante disobbedienza civile ha normalizzato l’infrazione della legge. La ribellione è diventata quotidianità, e non fa più paura”.
Un’attitudine che ha radici lontane.
“È un’eredità che affonda le radici nell’impero persiano. Gli iraniani sono molto orgogliosi del proprio passato, ancora di più quando il mondo sembra dimenticare chi erano e cosa sono stati costretti a diventare. È un modo per sopravvivere alle difficoltà interne, ma soprattutto per tenere alto il morale della popolazione, che ha bisogno di occhi per essere vista, cuori per essere accolta e abbracci per essere protetta”.
E ha bisogno di “omid”, ovvero speranza. Una parola che nel suo romanzo assume un duplice significato. In cosa si identifica per i protagonisti?
“Per Farah coincide con la verità: capisce che senza sciogliere i nodi e i traumi del passato familiare non può rivendicare un presente né un futuro. Per Saba consiste nella lotta collettiva femminile contro la violenza psicologica, fisica ed economica. Le donne forti che vogliono vivere secondo le proprie regole vengono spesso definite ‘pazze’ dal regime per essere isolate, ma la speranza qui sta nel riconoscimento reciproco: dobbiamo aiutarci a vicenda, non lasciare che sia il sistema a etichettarci. E infine c’è Gulbano, che apre uno squarcio sulla drammatica condizione della comunità afghana in Iran”.
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Una realtà complessa e spesso taciuta.
“In Iran i profughi afghani sono privati dei diritti più elementari: scuola, sanità, documenti. Vengono usati dalla propaganda come capri espiatori per distrarre l’opinione pubblica, con una retorica razzista che purtroppo non è estranea nemmeno all’Italia. Nel romanzo, la sorellanza scavalca tuttavia i confini del pregiudizio. Il desiderio di Gulbano è quello di ogni genitore: dare una possibilità di vita diversa alla propria figlia”.
Oltre al libro, si occupa di questi temi anche nel podcast Diritti al futuro (con Storielibere.fm). Qual è lo scopo di questo progetto?
“Far percepire i diritti sulla propria pelle. Spesso ci sentiamo al sicuro solo perché certe ingiustizie non ci colpiscono direttamente, ma se una donna perde il lavoro per una gravidanza, o se viene soffocata la libertà di espressione, la privazione diventa collettiva. Per questo, alla fine di ogni puntata diamo un compito preciso: fare caso a ciò che ci circonda. Non serve guardare a contesti lontani per trovare diritti negati, dobbiamo mettere in discussione quello che accade qui e ora. È un invito ad assumersi una responsabilità individuale perché il cambiamento avvenga davvero”.
Qual è la sua speranza per il futuro dell’Iran?
“I movimenti sociali permanenti arrivano sempre a un risultato, anche se le rivoluzioni richiedono anni. Dal 2022 siamo in una fase di cambiamento e mobilità mai visti prima. Le proteste di dicembre e gennaio 2026 hanno portato a un massacro tra l’8 e il 9 gennaio: un trauma che la gente non perdona e non vuole lasciar andare. La mia speranza è che il regime perda sempre più legittimità e controllo. La società civile iraniana è fortemente politicizzata e ha già iniziato a mutare la propria quotidianità: questa è una rivoluzione che parte dall’interno”.
E non necessita di ingerenze esterne.
“L’Occidente ha già fatto abbastanza: nel 1953, nel 1979. L’Iran è un Paese multiculturale, multireligioso, multilingue, con una storia millenaria. Conoscendo la propria storia, saprà definire il proprio futuro”.
nota: l’intervista è stata realizzata prima del sospirato annuncio dell’accordo tra Usa e Iran, con la piena apertura al transito di Hormuz e la rimozione del blocco navale degli Stati Uniti
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Fotografia header: Pegah Moshir Pour nella foto di Giancarlo Vazza

