La scrittrice e docente Giusi Marchetta dialoga con Intan Paramaditha, autrice indonesiana di “La notte degli inferi”: la storia, a tratti fiabesca, di tre sorelle che prenderanno strade molto diverse, con una galleria di fantasmi (appartenenti anche al folklore indonesiano) alle loro spalle. Tra riflessioni sulla fede islamica (“dalle mille sfumature”) e sui femminismi (“sono convinta che femminismo significhi essere consapevole che esistano le queer identities e la working class”), Paramaditha firma un romanzo in cui “la classe e la questione di genere sono intrecciate”, con il perturbante a fare da sfondo…

Sono sempre le “sorellastre brutte” a cominciare le rivoluzioni.

È questo l’incipit del nuovo romanzo, sottile e potente, dell’indonesiana Intan Paramaditha, docente universitaria, femminista e una tra le voci più interessanti della letteratura contemporanea del Sud est asiatico.

Ambientata tra New York, Java e Sumatra, La notte dei mille inferi (ADD editore, nella traduzione di Antonia Soriente e Luigi Sausa) è una storia capace di mescolare immaginari diversi per parlarci di qualcosa di universale e al tempo stesso di molto vicino.

La notte dei mille inferi

Una dimensione quasi fiabesca

Come nelle fiabe, si racconta di tre sorelle: la prima, Mutiara, è la custode della famiglia, quella che è rimasta a Jakarta ad accudire prima la madre e poi il padre consumati dalla malattia; la seconda, Maya, la viandante, ha potuto sfruttare il benessere familiare per andare a studiare a New York; la terza, nella migliore delle tradizioni, è Annisa, la più bella, considerata la principessina di famiglia, destinata da sempre al matrimonio e a portare avanti i valori della tradizione.

A strappare questa storia alla dimensione della fiaba è però l’evento che apre il romanzo con forza dirompente e vicina all’attualità: un terribile attentato di matrice islamica colpisce due chiese cristiane di Kotawijaya, uccidendo decine di persone. Tra gli attentatori figurano anche Annisa, suo marito e i loro bambini.

Questo non è il mio Islam, dirà Mutiara a Maya di ritorno in Indonesia dopo aver ricevuto la notizia della strage. Le sorelle sono infatti profondamente colpite dal gesto della piccola di casa con cui avevano perso i contatti e che negli anni aveva compiuto un processo di radicalizzazione inaspettato per una famiglia come la loro.

Mettere in discussione l’idea di un ambiente “puro, incontaminato”

“Sono interessata al concetto di una buona famiglia islamica coinvolta in un atto così grave”, mi dice l’autrice, che per la vicenda si è ispirata agli attentati suicidi del maggio 2018 avvenuti a Subaya in Indonesia che videro tra i terroristi anche una famiglia.

La classe dominante indonesiana è quella più rappresentata nei film e nei libri ed è colta, studia all’estero, ha attività di successo, è benestante. E in questo gruppo c’è spesso una forma persistente di autocompiacimento per cui ci si crede superiori o diversi dalle figure marginalizzate o dalle componenti della società considerate problematiche. Nello stereotipo comune il terrorista islamico è pieno di rabbia e appartiene alla working class: un personaggio molto diverso da Annisa. È proprio in questa middle class invece che si riproduce una violenta dinamica di discriminazione e io volevo mettere in discussione l’idea che esista davvero un ambiente puro, che possa considerarsi incontaminato.”

Una fede dalle mille sfumature

Anche nella rappresentazione del rapporto con la fede islamica il libro di Paramaditha sfida le aspettative e i pregiudizi di chi ha una visione monolitica di questa religione: attraverso la ricerca di Mutiara e Maya che hanno bisogno di ricostruire le intenzioni della sorella e affrontano il difficile compito di seppellirla e al tempo stesso di incontrare i parenti delle sue vittime, assistiamo alla rappresentazione di una fede dalle molte sfumature, che ci mostra di volta in volta un Islam sincretico fatto di pratiche di cura e amore per il prossimo, di una versione diffusa tra le famiglie come quella delle sorelle fatta di formale osservanza di precetti che troppo spesso rimangono in superficie senza un reale studio del Corano o di precetti religiosi che convivono insieme alle leggende del folklore locale.

Un rapporto con la fede islamica, quindi, che ne abbraccia la complessità e la racconta a partire da un’altra religione, quella della famiglia.

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I destini delle tre sorelle, infatti, appaiono fin da subito eredità della nonna Victoria, matriarca dalla vita non facile, ma detentrice di un potere sovrannaturale e leggendario, quello di trasformarsi in tigre durante la notte.

Con la sua antica sapienza e il potere che le è dato dall’età e dalla vedovanza, Victoria protegge e controlla la figlia e le nipoti compresa una quarta, cresciuta nella sua casa come figlia dei servitori col nome e il sesso assegnato alla nascita di un maschio, Rohadi, e che scoprendo se stessa in adolescenza, da adulta prenderà il nome di Rosalinda e troverà la sua strada grazie a una comunità di persone trans che si riunisce all’interno di una delle chiese colpite dall’attentato.

Sono sempre le “sorellastre brutte” a cominciare le rivoluzioni

È soprattutto la voce di Rosalinda, quindi, a intrecciare le fila più significative di questa storia e a tenerle insieme nonostante e, anzi, in virtù del fatto che la sua esistenza è quella più marginalizzata e discriminata. Sono sempre le “sorellastre brutte” a cominciare le rivoluzioni: l’appartenenza alla working class e la queerness di Rosalinda le rendono impossibile essere la Cenerentola, la protagonista della storia. Eppure, quando prende la parola per svelarci i misteri della famiglia non può che coinvolgere chi legge in una riflessione più ampia delle vicende di una famiglia indonesiana, qualcosa che ha a che fare con i femminismi contemporanei.

La classe e la questione di genere sono intrecciate” dice Intan Paramaditha e racconta che “in Indonesia esistono diversi gruppi di studio coranico formati da persone trans. Molte di queste persone sono abbandonate dalle famiglie, a volte sono costrette a lavorare per strada a causa della forte emarginazione sociale di cui soffrono. Questi gruppi fanno pratiche di cura radicale e offrono alla loro comunità la protezione che lo Stato non garantisce”.

Gli schiavi di Satana

Femminismo: tra le queer identities e la working class

“Credo che un’idea di femminismo diffusa in Indonesia e non solo sia quella che mette al centro le donne di successo, ma sono convinta che femminismo significhi essere consapevole che esistano le queer identities e la working class e fare tutto il possibile per combattere i modi in cui entrambi possono diventare fattori di discriminazione”, continua.

Proprio come fa nel romanzo, anche a voce si interroga sul ruolo delle donne che si considerano femministe nel rapporto con realtà marginalizzate: “Ad esempio comunità indonesiane di persone trans vengono spesso usate nei documentari o negli studi universitari e le persone intervistate si prestano ad aiutare il nostro lavoro. Quando si diffonde questa conoscenza che loro stesse producono però la loro situazione non cambia, né questa prestazione che offrono viene ripagata in qualche modo. Quindi quando facciamo la ricerca femminista e coinvolgiamo queste realtà dobbiamo ricordarci di averne cura e di non sfruttarle”.

Durante una recente presentazione del romanzo presso la libreria Nora a Torino, tra le influenze maggiori della propria scrittura, Paramaditha a questo proposito ha citato Audre Lorde che, nel 1979, in una famosa conferenza sul femminismo, chiese al pubblico presente chi si stesse occupando dei bambini a casa.

“La nostra istruzione e cultura beneficia solo noi stesse e non le altre”

Da studiosa e da scrittrice, anche l’autrice riflette sulla propria condizione di privilegio associandola a quella di Maya nel romanzo che parte per New York per un dottorato lasciandosi alle spalle le altre sorelle e in particolare Rosalinda con cui è cresciuta finché il divario sociale non ha dato a lei delle possibilità lasciando l’altra a occuparsi di un’anziana Victoria.

“Maya non capisce che ha escluso Rosalinda e credo che una domanda che deve essere sempre molto presente per le donne molto istruite e femministe sia: chi stai escludendo? Spesso infatti non ci rendiamo conto che la nostra istruzione e cultura beneficia solo noi stesse e non le altre”.

La potenza della scrittura di Paramaditha e la capacità di dare corpo a voci diverse all’interno del romanzo, acquistano un ulteriore fascino per la presenza di una componente perturbante all’interno di una narrazione che incarna tantissimi aspetti della società contemporanea. Come si ricomincia a vivere dopo che uno strappo così doloroso ha messo in discussione il passato, il presente e il futuro della propria famiglia?

Una donna inchiodata al suo destino

Ascoltare Mutiara, Maya e Rosalinda, le sorelle che restano, e ricostruire un poco alla volta la voce di Annisa nella speranza di scoprire o di capire almeno in parte le origini del suo gesto, significa avventurarsi su strade diverse che si intrecciano in momenti impensati e che ci portano ad altre donne: alla nonna tigre, alla madre delle sorelle che si consuma lentamente, alle parenti delle vittime e soprattutto al fantasma di una donna con un chiodo piantato nella testa.

È la kuntilanak, figura del folklore indonesiano: abita il giardino della famiglia da quando le sorelle erano piccole e di lei sanno solo che è il fantasma di una donna morta di parto o di violenza e che il chiodo che è piantato nella sua testa le impedisce di dare sfogo al suo lato selvaggio e pericoloso.

Nell’immagine di questa donna morta inchiodata al suo destino e al suo ruolo, Paramaditha racconta un fantasma che ci è familiare e che, come fa con le sorelle, torna a rimproverare anche a noi tutta la violenza che resta invisibile semplicemente perché non la vogliamo vedere.

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