“A causa dei nostri smartphone, e non solo, abbiamo imparato a riempire ogni vuoto, e ormai il silenzio ci sembra un malfunzionamento della giornata”. Nella sua riflessione, la scrittrice Simonetta Tassinari sottolinea: “Ciò che stiamo perdendo è la capacità di rimanere davvero nel silenzio, senza viverlo come quell’horror vacui che ci prende davanti a una persona poco loquace e ci spinge a parlare di qualunque cosa pur di impedire che tra due frasi si apra quel temutissimo secondo di mutismo…”
Ogni due settimane, da qualche parte del pianeta muore una lingua.
Si spegne con l’ultima persona che ancora sapeva parlarla e, insieme alle parole, scompare un modo di guardare il cielo, di distinguere i colori, di raccontare il tempo, perfino di amare.
Come ha mostrato il filosofo del linguaggio John L. Austin, le parole non si limitano a descrivere la realtà, compiono azioni. Con esse promettiamo, perdoniamo, consoliamo, dichiariamo guerra o facciamo pace, sicché, quando una lingua scompare, perdiamo anche uno dei modi possibili di vivere nel mondo. Ce n’è però un’altra che si sta estinguendo senza comparire negli atlanti dell’Unesco né preoccupare i linguisti: la lingua del silenzio.
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La lingua del silenzio, che si sta entinguendo
Entriamo in ascensore, da soli.
Ci aspettano dodici secondi di “viaggio”. Dodici secondi, mica dodici minuti, eppure, quasi senza accorgercene, tiriamo fuori il telefono. Controlliamo se è arrivato un messaggio, scorriamo le notizie, leggiamo una mail, semplicemente per evitare quel brevissimo intervallo in cui saremmo rimasti soli con noi stessi. È un gesto così automatico da sembrarci naturale, mentre racconta una piccola rivoluzione culturale: abbiamo imparato a riempire ogni vuoto e ormai il silenzio ci sembra un malfunzionamento della giornata.
Non è che abbiamo smesso di tacere, anche perché sarebbe fisiologicamente impossibile; nelle nostre giornate continuano a esistere pause, attese, interruzioni. Ciò che stiamo perdendo è la capacità di rimanere davvero nel silenzio, senza viverlo come quell’horror vacui che ci prende davanti a una persona poco loquace e ci spinge a parlare di qualunque cosa pur di impedire che tra due frasi si apra quel temutissimo secondo di mutismo, che ormai viviamo come se fosse un guasto della conversazione o un intervallo pubblicitario da oltrepassare il più in fretta possibile. Restare da soli con i nostri pensieri ci mette a disagio. È come se avessimo disimparato una lingua che per millenni gli esseri umani hanno parlato con naturalezza.
Il silenzio è una forma di educazione, e non un’assenza
Le grandi tradizioni del passato avevano intuito che il silenzio è una forma di educazione, e non un’assenza.
I pitagorici imponevano ai nuovi discepoli un lungo periodo di ascolto prima di concedere loro la parola. Che fossero davvero cinque anni, importa relativamente. Conta il principio: prima di parlare bisognava imparare ad ascoltare.
Molti secoli dopo, Blaise Pascal osservava che gran parte delle disgrazie dell’uomo deriva dall’incapacità di restarsene tranquillo, da solo, in una stanza. Oggi probabilmente entreremmo in quella stessa stanza con il telefono in mano e, dopo meno di un minuto, faremmo qualunque cosa pur di evitare l’incontro con noi stessi, perfino cercare su Internet “come imparare a stare da soli”.
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Forse abbiamo sempre frainteso la sua natura, pensando che il silenzio cominci dove finiscono le parole, mentre spesso è vero il contrario: le parole che contano sono quelle che hanno avuto il tempo di crescere nel silenzio.
Le neuroscienze sembrano dare ragione ai filosofi.
Gli studi di Marcus Raichle spiegano che, quando gli stimoli esterni diminuiscono, il cervello non si spegne affatto. Entra in funzione quella che viene chiamata Default Mode Network, una rete coinvolta nella memoria, nella costruzione dell’identità, nella creatività e nella capacità di immaginare il futuro. Anche le ricerche di Imke Kirste suggeriscono che il silenzio possa favorire la plasticità cerebrale. In altre parole, il cervello approfitta del silenzio per fare quello che noi rimandiamo continuamente: mettere ordine. riannodare ricordi, collegare idee lontane, provare a dare un senso alle esperienze. È quasi come se il cervello sospirasse: “Finalmente avete smesso di bombardarmi. Adesso posso lavorare”.
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Come tutte le lingue, anche il silenzio possiede sfumature, accenti e perfino dialetti. C’è il silenzio dell’imbarazzo, quello della rabbia, quello del dolore, e ce n’è uno infinitamente più raro: il silenzio di chi sceglie di tacere non perché non abbia niente da dire, bensì perché ciò che prova è diventato troppo grande per essere contenuto nelle parole.
La lingua del silenzio si parla soprattutto nelle relazioni. Due amici possono camminare per ore senza quasi parlare e arrivare a destinazione con la sensazione di essersi raccontati tutto, perché in realtà hanno conversato in un codice che non ha bisogno di suoni.
Anche l’amore conosce dialetti diversi del silenzio. All’inizio si parla senza tregua. Ogni ricordo è una scoperta, ogni domanda apre un altro scaffale della biblioteca che è l’altra persona. Poi, quando il legame diventa profondo, le parole si fanno meno importanti. Si può leggere nella stessa stanza, preparare la cena o guardare la pioggia senza avvertire alcun vuoto.
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Finché, talvolta, il silenzio cambia natura. Non si tace più insieme; si tace e basta.
Da fuori le due situazioni sembrano identiche; da dentro non potrebbero essere più diverse. Il primo silenzio dice: “Ti conosco così bene che non ho bisogno di spiegarmi”. Il secondo sussurra: “Non so più come raggiungerti”.
I bambini conoscono ancora bene questa lingua. Si addormentano tra le braccia di chi amano senza pretendere spiegazioni, si fidano di uno sguardo, di una carezza, di una presenza. Sono, in un certo senso, bilingui: parlano le parole e parlano il silenzio. Crescendo imparano migliaia di vocaboli, ma quasi nessuno insegna loro il valore di una pausa, di un’attesa, di un ascolto. Così, un po’ alla volta, diventiamo fluenti nel linguaggio del rumore e dimentichiamo quello del silenzio.
“Siamo diventati madrelingua del rumore”
Quando perdiamo questa lingua, però, non cambia soltanto la nostra vita privata. Cambia anche il modo in cui viviamo insieme.
Forse, allora, il vero problema del nostro tempo non è il rumore; il rumore è soltanto il sintomo.
Il problema è che siamo diventati madrelingua del rumore e stiamo dimenticando il silenzio.
Ogni lingua sopravvive perché qualcuno la trasmette alla generazione successiva. Allorché questo passaggio si interrompe, continua a vivere ancora per qualche tempo, poi si affievolisce e infine scompare.
Anche il silenzio rischia la stessa sorte, e sarebbe una perdita enorme, perché è nel silenzio che i ricordi trovano un ordine, le emozioni si chiariscono, le intuizioni prendono forma. È lì che impariamo una cosa che il rumore non insegna mai: non tutto ciò che conta ha bisogno di essere detto.
Il silenzio è ciò che dà peso alla parola, non il suo contrario. Il modo migliore per salvarlo non consiste nel parlarne di più, ma nell’avere il coraggio, ogni tanto, di lasciarlo parlare.
L’AUTRICE – Simonetta Tassinari ha insegnato storia e filosofia nei licei e nel Laboratorio di didattica della filosofia dell’Università del Molise. Da anni coltiva la psicologia relazionale, la psicologia dell’età evolutiva, il counseling filosofico e divulga la filosofia tra bambini e ragazzi. Anima partecipati caffè filosofici e tiene conferenze in tutta Italia e all’estero. Collabora con la fondazione Quid+ e con Treccani Futura.
Ha pubblicato romanzi, testi di argomento storico e filosofico (tra gli altri, per Einaudi scuola) e il saggio “brillante” – sull’insegnamento della filosofia nelle scuole – La sorella di Schopenhauer era una escort (Corbaccio). Con Corbaccio ha pubblicato anche Donna Fortuna e i suoi amori, La casa di tutte le guerre, Le donne dei Calabri di Montebello e L’ultima estate in paese.
Per Feltrinelli ha pubblicato nel 2019 Il filosofo che c’è in te; S.O.S. filosofia. Le risposte dei filosofi ai ragazzi per affrontare le emergenze della vita, rivolto agli adolescenti; Il filosofo influencer. Togliersi i paraocchi e pensare con la propria testa (2020); per Gribaudo Instant Filosofia (2020) e Le 40 parole della filosofia (2021) e Il libro rosa della filosofia – Da Aspasia a Luce Irigaray, la storia mai raccontata del pensiero al femminile (2024). Dopo aver pubblicato nel 2025 Il bello tra le crepe – Manuale di riparazione della vita quotidiana, a inizio 2026 è uscito per Gribaudo La sublime arte del disordine – Filosofia dei calzini spaiati.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.
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