Ilaria Gaspari racconta un libro di culto, “L’ultima estate in città” di Gianfranco Calligarich. Un esordio del 1973, dalla lunga storia editoriale, ambientato tra Roma, il suo litorale e Milano. “Un romanzo che somiglia un po’ alla Dolce vita di Fellini, ma ne è una versione scalcagnata, meno lucidamente disperata, più disposta a lasciarsi ancora ferire”, forse “proprio perché è il romanzo di un ragazzo; un romanzo di sensazioni, di personaggi che quelle sensazioni le espandono; un romanzo che fa pensare e sorridere, e anche un po’ piangere, e a ogni pagina c’è almeno una frase perfetta, da imprimersi nella memoria…”. Il giovane Leo Gazzarra e Arianna, la ragazza di cui si innamora ma con cui l’amore sembra possibile solo quando è già troppo tardi, sono solo alcuni dei personaggi indimenticabili dell’esordio dello scrittore e sceneggiatore (1939 – 2024)

Qualche giorno fa camminavo per Roma, di sera. Dovevo raggiungere un’amica per cena – un’amica che, come me, è milanese ma abita a Roma da anni. Camminavo nel crepuscolo perché ci eravamo date appuntamento sul tardi, sperando in un po’ di fresco; sentivo sollevarsi, in piccoli sbuffi di brezza gentile, il caldo della giornata, la fatica delle estati nel solco appiccicoso del cambiamento climatico.

Cantavano le cicale, il loro canto frenetico e ossessivo, e mi chiedevo da quand’è che le cicale cantano anche in città, da quando non tacciono nella sera? E ripromettendomi di sopperire alle mie scarse nozioni entomologiche, avevo l’impressione che quel canto galleggiasse sulle strade. Si mescolava ai profumi dei rincospermi, quei profumi dolci fino allo stordimento dei fiorellini bianchi che sembrano fare uno sforzo commisurato a quello delle cicale, piccoli come sono, per far sentire la loro innocente testardaggine botanica nell’estate che l’umanità ha arroventato.

Ho pensato a quel momento con un’intensità che in genere si riserva ai momenti felici

Passavano poche auto, qualche motorino con due passeggeri, i caschi accostati luccicavano sotto i lampioni gialli appena accesi. Davanti alla gelateria una signora raccontava che il medico le aveva proibito il gelato ma lei lo mangiava lo stesso. Qualche cassonetto traboccava di pattume come una cornucopia stravolta, una fontana strepitava acqua dal nasone. Da una finestra aperta al primo piano usciva una canzone, ho alzato un po’ il passo perché ero in ritardo e ho pensato a quel momento con un’intensità che in genere si riserva ai momenti felici. Era forse, quindi, anche quello un momento felice, nonostante fossi in ritardo al mio appuntamento, nonostante la pattumiera e una montagna di lavoro arretrato, nonostante l’afa e l’anticiclone e il cambiamento climatico e il mondo in pezzi, nonostante gli incubi che bussano alle tre di notte per far parlare le paure?

Lo era, in effetti, e in un modo così evidente e così privo di ragioni, così immediato, che rimaneva solo una spiegazione: era uno di quei momenti in cui riconosci, in una sensazione difficile e forse anzi impossibile da definire, che stai vivendo, e senti la vita come un’esperienza che si addensa nell’attimo che già scappa. Non puoi permetterti, quando succede, di sprecare quella straordinaria irradiazione della coscienza scomponendola in domande, rovinandola con indagini inopportune. Puoi al massimo accontentarti di provare ad acchiapparla, sapendo che non la potrai conservare identica, ma che se riesci a prenderla forse saprà tornare, in un giorno perso nel futuro, e dirti qualcosa.

Una forza misteriosa e sommersa, che porta il nome di serendipità

E comunque, anche agguantare questo genere di sensazioni, pur senza la pretesa di farne un ricordo con tutti i crismi, materia da aneddoti, pur facendosene bastare uno scampolo per un sogno o una fantasticheria, non è per niente facile, perché a momenti così mancano i contorni, manca spesso anche l’incastonatura che li renda stabili nel reticolato delle cause e degli effetti che dà forma al racconto della memoria. Ma se si ha molta fortuna può succedere che a sopperire a queste mancanze intervenga una forza misteriosa e sommersa, che porta il nome di serendipità. È la forza segreta che presiede agli incontri – con le persone, con i libri, con gli animali, con le città o con quelle che con il senno di poi chiamiamo rivelazioni o vocazioni, e che invece magari erano solo sensazioni in cui ci siamo imbattuti quando pensavamo di essere impegnati a cercare altro, a rincorrere altro. Questa forza di tanto in tanto ci fa incontrare dei libri, delle canzoni, dei film o delle opere d’arte che in qualche modo riescono a dilatare la sensazione, a permetterci di sentire che, in qualche modo, imperfetto e provvisorio, davvero riusciamo a acchiapparla quando ci attraversa la strada, quando è a portata di mano.

Nel caso specifico, il senso di svuotamento, di resa e di felicità che trovavo nella sera d’estate fra i rumori della città si moltiplicava riscrivendo un’intuizione del tempo dell’infanzia, quando l’estate in città la conoscevo a malapena e solo come un’idea, perché l’estate era giorno dopo giorno con le nonne e i loro vestiti colorati e la lacca che generosamente si spruzzavano su acconciature tonde e bombate con mio gran sgomento (avevo letto su Topolino una storia sul buco dell’ozono).

Poi sono cresciuta e le estati in città sono diventate le mie estati

L’estate in città, allora, era la canzone che probabilmente rimane la mia preferita, Azzurro: il pomeriggio e la noia, qualcuno che annaffia le rose, un treno per il mare da prendere, quasi quasi, perché il tempo non passa mai. Poi sono cresciuta e le estati in città sono diventate le mie estati: l’asfalto che scotta, i piedi nei sandali che si anneriscono sulle piante, i cani con un palmo di lingua fuori, le zanzare e gli esami, e poi la tesi, e poi un’altra tesi infinita, e poi mille treni non di desideri ma di lavoro, e una marea di lavoro che non smaltisci mai, e i tubi che scoppiano quando l’idraulico non c’è fino a settembre, i temporali e la dichiarazione dei redditi, ma anche tutto quello che ritrovavo in quel perfetto minuto mentre camminavo in ritardo nel fracasso delle cicale. E per fortuna da adulta ho potuto dilatare ancora quel turbamento, oltre che nei versi della canzone di Paolo Conte, in un romanzo bellissimo e struggente, che mi è stato consegnato dalla risacca della serendipità una sera che ero a Marsiglia, quando un giornalista francese che aveva recensito un mio libro mi ha detto che certe pagine – le pagine sull’estate, ci scommetterei – gli avevano ricordato appunto questo romanzo dei primi anni Settanta, L’ultima estate in città, di Gianfranco Calligarich.

L'ultima estate in città

Tra le opere più note di Gianfranco Calligarich (Asmara, 3 maggio 1939 – Roma, 25 novembre 2024), scrittore, sceneggiatore e  giornalista, L’ultima estate in città (originariamente pubblicato da Garzanti, nel 1973), Posta prioritaria (2015),La malinconia dei Crusich (2016), vincitore dei Premi Viareggio-Rèpaci e Fiuggi, Quattro uomini in fuga (2018), Privati abissi, vincitore del Premio Bagutta 2011, e Una vita all’estremo (2021). I suoi libri sono pubblicati da Bompiani

Com’era possibile che lui, francese, lo conoscesse e ne parlasse come di un classico, e io non l’avessi mai sentito nominare? Vergognandomi della mia ignoranza al rientro sono corsa a procurarmi il libro. E ho scoperto che la sua storia era in effetti una successione di coincidenze, di incastri di serendipità non tutti fortunati, ma con un lieto fine che aveva reso possibile quel caso fortuito – il giornalista che me ne parla, io che lo leggo e me ne innamoro e ho quindi la fortuna di poter pensare al libro in una sera d’estate in cui mi passa accanto, in una rara folata di brezza, la sensazione della felicità.

Uno splendido romanzo di esordio, con quell’urgenza brulla dei libri scritti da giovani

Il romanzo, Calligarich, cresciuto milanese ma nato ad Asmara da famiglia triestina, l’ha scritto prima di aver compiuto trent’anni: e si vede, perché è in effetti uno splendido romanzo di esordio, con quell’urgenza brulla dei libri scritti da giovani. Racconta di Leo Gazzarra, che come l’autore è sceso a Roma da Milano in cerca del mare per sfuggire alla claustrofobica città di pianura dove suo nonno, dopo un lungo girovagare marittimo, si era rinchiuso a stipare una casa di figli, e sul letto di morte si era ritrovato a implorare un po’ d’acqua salata che il figlio maggiore, il padre del protagonista, va a prendergli a Genova, in uno stato di laconica commozione; ma arriva troppo tardi, il vecchio padre ha perso conoscenza.

Scopri il nostro canale Telegram

Seguici su Telegram
Le news del libro sul tuo smartphone

Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati

Inizia a seguirci ora su Telegram Inizia a seguirci ora

Leo invece arriva a Roma per lavoricchiare, è uno sconfitto come tutti i personaggi che incontra, a partire dal conte malinconico da cui affitta il suo primo ufficio, che suona il pianoforte e racconta storie di una vita dolcissima e lontana in un salotto sui cui muri si indovinano i profili più chiari dei mobili che non ci sono più. Come Arianna, la ragazza di cui si innamora ma con cui l’amore sembra possibile solo quando è già troppo tardi.

Come gli amici che si perdono, quelli che se ne vanno perché hanno perso la gioia di vivere e di creare nella stanchezza palustre di Roma, e lasciano indietro un appartamento vuoto ma che guarda la collina verde di Monte Mario, un’amante triste, una vecchia Alfa scassata. E quelli che galleggiano fino a dissiparsi nelle nebbie dell’alcol, come Graziano, dolce nichilista che si lascia sconfiggere, nell’abbraccio di una città dove un nuovo lavoro può essere abbandonato dopo mezza giornata, dove non è detto che ci si ritrovi; sennonché la vita scorre e si logora, e la città rimane sempre lì.

Gianfranco Calligarich GettyEditorial 13-7-2026

Gianfranco Calligarich (foto GettyEditorial)

Un romanzo che fa pensare e sorridere, e anche un po’ piangere

È un romanzo che somiglia un po’ alla Dolce vita di Fellini, ma ne è una versione scalcagnata, meno lucidamente disperata, più disposta a lasciarsi ancora ferire, forse proprio perché è il romanzo di un ragazzo; un romanzo di sensazioni, di personaggi che quelle sensazioni le espandono; un romanzo che fa pensare e sorridere, e anche un po’ piangere, e a ogni pagina c’è almeno una frase perfetta, da imprimersi nella memoria.

Era piaciuto infatti molto a Cesare Garboli e a Natalia Ginzburg, che lo lesse in una notte e vinse le titubanze di Garzanti a pubblicarlo. Quando uscì, la tiratura era di diciassettemila copie che andarono esaurite in quella sua prima estate di vita. Che poteva essere anche l’unica: per le ragioni misteriose che guidano le sorti editoriali di libri piccoli e grandi, non fu più ristampato per decenni, nonostante avesse vinto il Premio Inedito del 1973 e attratto l’attenzione di molti estimatori, che ne parlarono ad altri, col risultato che per anni fu uno di quei libri a cui si dà la caccia sulle bancarelle degli usati, sugli scaffali dei remainders.

Quando finalmente lo ripubblicò Aragno, nel 2010, ricomparvero sui giornali recensioni entusiaste; si esaurì presto anche quella edizione. Calligarich, che nel frattempo aveva scritto altre cose ed era stato sceneggiatore, giornalista e paroliere, fece in tempo – prima di morire nel 2024, a ottantaquattro anni, con una bella faccia sorniona e la barba bianca – a vedere anche l’edizione Bompiani del 2016, che rilanciò il romanzo come un fenomeno internazionale: fu tradotto in quasi venti lingue, e con molto successo, come dimostrava l’entusiasmo del giornalista francese che per fortuna ebbe l’idea di parlarmene.

Per fortuna, perché così, mentre camminavo per Roma e covavo il mio momento di felicità, ho potuto allargarlo fino a riuscire a afferrarlo. Ho potuto ripensare alle righe che avevo sottolineato e che ora martellavano nei miei passi, le righe che finalmente mi chiarivano il mistero di Roma e dell’istante perduto e felice, permettendogli di diventare la miglior possibile approssimazione di un ricordo: “Amata, vi si offrirà come voi la desiderate e non dovrete fare altro che lasciarvi andare alle lambenti onde del presente galleggiando a un palmo dalla vostra legittima felicità. E per voi vi saranno serate estive trafitte di luci, vibranti mattini primaverili, le tovaglie dei caffè come gonne di ragazze agitate dal vento, affilati inverni e interminabili autunni quando essa vi apparirà inerme e malata, spossata, gonfia di foglie decapitate su cui i vostri passi non faranno rumore. E vi saranno le scalinate accecanti, le fontane strepitose, i templi in rovina e il silenzio notturno degli dei spodestati finché il tempo perderà ogni significato che non sia quello puerile di spingere gli orologi. Così anche voi giorno dopo giorno, aspettando, diverrete parte di essa. Così anche voi nutrirete la città. Finché in un giorno di sole, fiutando il vento che viene dal mare e guardando il cielo, scoprirete che non c’è più niente da aspettare”.

Scopri la nostra pagina Linkedin

Seguici su Telegram
Scopri la nostra pagina LinkedIn

Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it

Seguici su LinkedIn Seguici su LinkedIn

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, scrittrice, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Dal 2015 collaboratrice di ilLibraio.it, scrive per diverse testate e collabora con radio, tv e scuole di scrittura.

Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno), Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi) e, sempre con Einaudi, Vita segreta delle emozioni. Nel 2022 per Giulio Perrone editore è uscito A Berlino – Con Ingeborg Bachmann nella città divisa. Con Emons, (e con il sostegno dell’Institut Français Italia), sempre nel 2022, ha curato e condotto il podcast Chez Proust. Per la collana digitale Quanti di Einaudi ha inoltre pubblicato il saggio breve Cenerentole e sorellastre – Una botanica della bellezza.

Guanda a marzo 2024 ha pubblicato il suo secondo romanzo, La reputazione, in cui la scrittrice affronta temi stringenti della nostra contemporaneità. Nel 2025 è tornata in libreria con il racconto lungo L’hotel del tempo perso – Non rubare, un giallo a tinte filosofiche che omaggia Agatha Christie e le sue atmosfere, nell’ambito di una nuova collana Rizzoli ispirata ai dieci comandamenti.

Scopri le nostre Newsletter

Iscrizione alla Newsletter
Il mondo della lettura a portata di mail

Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it

scegli la tua newsletter Scegli la tua newsletter gratuita

Libri consigliati