Non solo i film italiani, di cui molto si è parlato sui media italiani. Passate le discussioni sui premi finali, ecco uno sguardo più ampio alle diverse sezioni della Mostra del Cinema di Venezia 2026 (dalle opere in concorso e quelle di “Orizzonti”, passando per la “Settimana degli autori” e i “Fuori Concorso”). Un’ampia guida al meglio passato dalla Mostra quest’anno: dal meritato Leone d’oro a “Woman Unknown” (nella foto grande) di Mayy al-Tukhi a “Un détour par Diane” di Ann Sirot e Raphaël Balboni, per arrivare ad altre pellicole da non mancare, come “15/18” di Cédric Kahn e “Un peu avant minuit” di Nicolas Pariser, oltre a molte altre
Venezia (83) vidi vici
Le due sezioni che ho seguito principalmente durante questa edizione, l’83esima della Mostra del Cinema di Venezia (15esima consecutiva dell’era Barbera), sono state le pellicole in Concorso [C], quella di cui tutti parlano e discutono (e avrete sicuramente già letto e sentito, e cominciato a discutere), e quelle di Orizzonti [O], sempre ricca di nuove proposte e ricerca di temi, nuove voci e linguaggi dal mondo, più in ombra e con meno eco sui giornali, ma assai stimolante (la presidente di giuria di questa, era Valérie Donzelli, che vinse con la miglior sceneggiatura in questa stessa sezione lo scorso anno con À pied d’œuvre, distribuito da noi con il titolo La mattina scrivo, fra le pellicole più interessanti della scorsa, con un’attenzione tutta francese al mondo del lavoro che si conferma l’ottimo Brizé, Un bon petit soldat, di quest’anno).
Dai Classici (film restaurati) ho recuperato un immenso (lo ricordavo bello ma non così bello) John Cassavetes (Minnie e Moskowitz) e rimpianto di non essere riuscito a vedere un Buñuel messicano ambientato sull’ultima corsa di un tram, “rubato” a Città del Messico (La ilusión viaja en tranvía), che promette delizie.
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Dalla Settimana degli autori ho visto l’ultimo film, sempre umanamente bello e toccante, di Robert Guédiguian (Une femme aujourd’hui). E Fuori Concorso il nuovo di Gianni Amelio (Nessun dolore) che, nonostante le riserve diffuse dei critici, ha qualcosa di interessante e fecondamente scandaloso nel raccontare il nostro rapporto con l’Altro (fuori concorso c’erano altre cose piuttosto interessanti che ho mancato, fra le quali, solo per dirne alcune, i documentari di Wenders, Guadagnino, Tsai Ming Liang, lo Scherzetto di Martone da Starnone, il Veronesi di chiusura, Dio ride, il nuovo film di Paul Schrader, The Basic of Philosophy, solo per dirne alcuni…).
Una piccola guida ai film di Venezia 2026
Qui di seguito riporto dunque un quadro sintetico dei miei gradimenti, che funga da piccola guida di (dis)orientamento e anticipazione (in leggero ritardo, il tempo di metabolizzare la scorpacciata filmica) della stagione (anche se, ahinoi, molti film, soprattutto i più piccoli, non vedranno la distribuzione nelle sale, ma cercateli in streaming e sulle piattaforme): i film amati, che ri-vedrei e consiglierei di vedere senza riserve (nella categoria self-explaining: “Sì!!”), dai quali si stagliano i miei due leoncini personali (che quest’anno coincidono esattamente con le scelte maggiori operate delle giurie di Concorso e Orizzonti); poi ci sono film buoni o molto buoni, anche quelli assolutamente da vedere, ma che hanno per me dei “ma” appunto, alcune zone d’ombra, piccoli difetti, aspetti non totalmente riusciti o risolti (Sono i: “Sì, però…”); poi ci sono film che non mi sono tanto piaciuti, ma dei quali salvo qualche aspetto, e rispetto e ascolto chi rinvenisse in queste pellicole del valore o del senso maggiori (a volte c’è un difetto anche in noi spettatori, e dei limiti nel nostro gusto e nella nostra capacità ricettiva e di analisi: questi sono i “Ni”); infine quelli che non ho amato per nulla, dai quali consiglio convintamente di stare alla larga (I pochi “No!”, naturalmente anche questi – forse più di altri – sono idiosincratici e personali).
Senza un movente vero e proprio, né ovviamente un giudizio, infine, quei film che per incastri e tempi serrati del festival non sono riuscito a vedere, e spero di recuperare (ce ne sono molti anche nelle sezioni “minori” che speriamo di vedere nelle sale, e durante le rassegne panoramiche a Milano e Roma). Cerco di dare una motivazione breve (25 parole, magari qualcuna in più, in gioco, come nei soggetti dei film hollywoodiani per antonomasia), inevitabilmente apodittica, talvolta un po’ criptica, che dia almeno un’idea, una suggestione impertinente dei singoli oggetti filmici (di cosa si tratta), e del loro effetto sul mio sguardo (la mia dose di soggettività, nell’abbuffata festivaliera e con umana, limitata attenzione e sensibilità). Nella speranza di fare cosa utile, per orientare – nel bene e nel male – le vostre prossime scelte in sala. Ecco dunque una mini guida (aperta al dissenso) da Venezia 83.
I miei Leoncini
- Woman Unknown, regia di Mayy al-Tukhi (Danimarca, Svezia, Lettonia) [C]
C’è del maschio in Danimarca. Tragedia post Seconda Guerra mondiale che si chiude in forma matrimoniale, e si gioca sul corpo delle donna, continuamente spogliato (e umiliato: da medicina, “amanti”, società, politica). La dialettica serva/padroni si esercita sulle collaboratrici orizzontali. Quando il patriarcato può peggio del nazismo. Specchio spietato.

Un détour par Diane
- Un détour par Diane, regia di Ann Sirot e Raphaël Balboni (Belgio, Francia) [O]
A qualcuno piace calda (la vendetta). Commedia dall’innesco drammatico (la scoperta di una violenza sessuale subita dalla madre), con décor western in belgio contemporaneo, narra di una giovane donna che, cercando di vendicare l’abuso, scopre un sapore strano, inatteso, dolce, vitale della revanche. Genialmente paradossale.
Sì!!
- 15/18, regia di Cédric Kahn (Francia) [C]
Gli adolescenti ci (ri)guardano: la rabbia (e la creatività) giovane in un ospedale psichiatrico per minori, ritrae le ferite odierne della società e vie di fuga/salvezza. Pura forza vitale, dolorante e feconda.

15/18, regia di Cédric Kahn
- Un bon petit soldat, regia di Stéphane Brizé (Francia) [C]
Risorse disumane: mamma, ho preso solo 7. Il mondo del lavoro e le riserve (emotivo-pedagogiche) di una giovane madre in affanno da sistema aziendalista ipocrita (con happiness management) e violentissimo. Il piccolo soldato del titolo è certop il bimbo mai all’altezza ma parimenti la madre (Alba Rohrwacher da premio), dal super-Io ingombrante, che obbedisce alle leggi del mercato. In cortocircuito.
- Kamī-e nūr, regia di Ali Asgari (Iran, Svizzera, Italia, Canada, Turchia, Francia) [C]
Cosa fare a Teheran quando vuoi morire: il medico cura i manifestanti eppure gli chiudono lo studio e non sente di avere alcun futuro (sociale/personale), ma comunicare il fermo proposito suicida a sorelle e madre è meno facile, oltre che felice, del previsto. Amarissimo, ma con struggente speranza.

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- Wild Horse Nine, regia di Martin McDonagh (Regno Unito) [C]
L’uomo (della CIA) che spifferava ai cavalli. Eutanasia all’Isola di Pasqua per agente a fine carriera (coinvolto nelle peggio trame USA, a partire da caso JFK), accompagnato da compagno di infiltrazion.i Con un John Malkovich stratosferico (da premio alla carriera) e sceneggiatura (regia) post-tarantiniana di alta densità teatrale ironico-istrionica di McDonagh. Dialoghi da rileggere.
- Un peu avant minuit, regia di Nicolas Pariser (Francia) [C]
Vagabondaggio metropolitano in cerca di sé, fra nostalgia, bilanci incerti e società in allarme, di un cinquantenne che torna a Parigi e fa i conti con se stesso e il mondo che cambia. Rohmerianamente denso e rarefatto, una nitida immagine della sfocatura dei nostri tempi.

- Cudze rzeczy, regia di Grzegorz Dębowski (Polonia) [O]
Le cose degli altri (traduzione letterale del titolo polacco): una donna disperata, con compagno violento e vita ai margini fatta di piccoli furti, entra per caso (e per casa) nella vita passata di un suicida, e questo strambo lutto, con quel che d’indiziario resta di questo nuovo compagno vicario, le permette in qualche modo di rinascere. Alibi rigenerativo.
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- La ragazza con la Leica, regia di Alina Marazzi (Italia, Germania) [O]
Una dura di Capa (che finisce, letteralmente, per scontrarsi con i carri armati): l’invenzione della memoria (e la sua danza) di una donna che conquista con carattere il suo sguardo (e un punto di vista), a cui questa narrazione (dal romanzo di Helena Janeczek, edito da Guanda, vincitore del Premio Strega nel 2018) restituisce visibilità e visione. Bel lavoro sui materiali d’archivio e montaggio della Marazzi.

La ragazza con la Leica
- Morāgheb, regia di Mohsen Gharei (Iran, Stati Uniti d’America, Germania) [O]
Falling house. Ovvero: per il dis-farsi completo del patriarcato, ancora un secondino. Tenere famiglia a Teheran, per una guardia carceraria pur compassionevole, significa rinchiudere in casa, che sarà demolita a giorni per far luogo a un’autostrada, moglie e due figlie, per impedire alla maggiore di partire per il suo sogno occidentale di modella. Masochismo/immobilismo del potere/possesso. Guardiani dell’involuzione, sul corpo della donna.

Moragheb (Falling House)
Sì, però…
- Bunker, regia di Florian Zeller (Stati Uniti d’America, Spagna) [C]
La finestra nel cortile: insicurezza globale, società del controllo e crisi di coppia (Cruz/Barden, belli da cartolina strappata), il prossimo come quintessenza (falsa pista?) della minaccia, in un’unità di luogo assediata da un mondo ingiusto, diseguale e all’imbrunire. Didascalicamente preciso, in forma d’arte contemporanea.
- L’estranea, regia di Paolo Strippoli (Italia, Francia, Belgio) [C]
Il diavolo veste Valeria Bruni Tedeschi, diabolus ex machina di questo horror metafisico di atmosfera internazionale e fantasmatica sul destino che chiede, come memento mori ineludibile, il suo perverso ri-equilibrio delle perdite, e spalanca abissi vorticosi. Pastiche che guarda a Lynch, King e Kubrick, senza raggiungerli.
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- Il fuoco che ti porti dentro, regia di Edoardo De Angelis (Italia) [C]
Carnage, con cappone. Natale in casa Franchini (dal romanzo autofinzionale dell’Antonio editor di rango, libro edito da Marsilio), con mamma napoletanissima ingombrante interno milanese, donna urticante ma perversamente viva, paradossalmente vicina, generatrice di quei tormenti che non si possono far fuori, se non con la scrittura. Forse. Kammerspiel con sentore di frittura, densità teatrale e attori stellari (su tutti Vanessa Scalera e Lino Musella).

Il fuoco che ti porti dentro
- Ink, regia di Danny Boyle (Regno Unito) [C]
È la stampa sensazionalistica, bellezza! Ed è subito social. Storia di The Sun, creatura scandalosa e scandalistica anni ’70 di Rupert Murdoch, che affida a Larry Lamb la creazione di uno stile giornalistico spudorato, corrivo, a suo modo rivoluzionario, che oggi pare aver trionfato ampiamente. Ritmo forsennato, versione filmica di una pièce veggente.

Ink
- Look Back, regia di Hirokazu Kore’eda (Giappone) [C]
Manga competente. Il grande regista giapponese riproduce in forma di film l’albo che racconta l’ascesa/amicizia/coming of age di due disegnatrici in erba nel mondo maniacale, trasformativo, immaginifico dei fumetti nipponici (di Tatsuki Fujimoto, edito in Italia da Star Comics). Calligrafico, con cuore in trasparenza.
- Ritorno a Buenos Aires, regia di Marco Bechis (Italia, Brasile) [C]
Garage Olimpo (1999): c’è da spostare un ricordo. Bechis torna sul “luogo del delitto” (e delle sue ossessioni) per illuminare, fra urgenza etica e riluttanza/ambivalenza umana del testimone/complice, un altro lato della storia dei desaparecidos in Argentina (da libro edito da Guanda). Doveroso.

Ritorno a Buenos Aires
- Succederà questa notte, regia di Nanni Moretti (Italia, Francia, Spagna) [C]
Nevo profeta in patria: Moretti torna sull’autore israeliano dei Tre piani (il suo esito meno riuscito degli ultimi anni), con un mix dei suoi racconti (Nostalgia, edito da Feltrinelli) e un’apertura del regista (già intravista negli ultimi capitoli della sua filmografia) all’amore e all’eros, che, latitante nel suo cinema, qui trova carne accesa in Garrel e Trinca. Accolto con ovazione dopo diversi lustri d’assenza dal Lido.
- La città dei vivi, regia di Edoardo Gabbriellini (Ungheria, Italia) [O]
Roma, a sangue freddo (dal libro di Nicola Lagioia edito da Einaudi): luci, lucine (da luna park) e notevoli ombre sul mondo periferico e l’anomia che si annida nella città eterna, rivela un tessuto sociale in decomposizione e gli orrori infernali che può dischiudere. Con il focus sulle vittime.

La città dei vivi
- The Difficult Bride, regia di Rubaiyat Hosen (Bangladesh, Francia, Portogallo, Norvegia, Germania) [O]
Salone di bellezza per futura, recalcitrante sposa: il demone è sotto la pelle, in un imbellettamento rituale dai risvolti cronemberghiani e perturbanti sulla carne delle donne. Con finale tagliente/emancipatorio.
- Lovers in the Blue Night, regia di Anuparna Roy (India) [O]
Immigrazione (con complicazioni case e non) in India. Coppia di sposi dal Bangladesh, lei telefonista erotica e lui derattizzatore in trappola, incontrano i monsoni del loro desiderio, i brividi della trasgressione e i contrappassi fuori di casa, Paese, coppia. Tempestoso.
- Mia mera stī zōī tīs Tzo: Kefalaio Faidra, regia di Jacqueline Lentzou (Grecia, Germania, Francia) [O]
Adolescente greca in cerca di sé, di amicizia e della musica, destinata a una vita breve, condannata dal caso/destino di una pallottola senza forse una vera intenzione. Ma non interessa tanto il plot poliziesco (e il fatto di cronaca preso a spunto): metà film osa (col coraggio/sfida che ricorda il Derek Jarman di Blue) raccontarci piuttosto uno spazio vuoto e sospeso tra il sonno e l’Aldilà, l’inconscio e la materia oscura dell’anima. Metempsicotico, quasi metafisico.

Mia mera stī zōī tīs Tzo: Kefalaio Faidra
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Ni
- The Echo Chamber, regia di Andrea Pallaoro (Italia, Belgio) [C]
Io mi sballo da solo. Assedio lombalgico per Luca Marinelli, produttore musicale maudit un po’ cliché, personalità evitante di cui Alicia Vikander prova a prendersi cura (a botte di antidolorifici). Susan Sarandon, in veste intonata di cantante, usa il protagonista come Pigmalione. Narcotico. Di Bertolucci proprio pochino.
- Nelson, Did You Kill People?, regia di Shin’ya Tsukamoto (Giappone, Stati Uniti d’America, Thailandia, Vietnam) [C]
Sindrome post-traumatica da Viet-Nam trasformata in vocazione didattica, un po’ cruenta e ripetitiva nella rievocazione icastico-allucinata-soggettiva. Il messaggio (pacifista, e che altro?) è forte e chiaro, forse troppo. Urgente e datato insieme.
- Huángyán shēnghuó, regia di Michelle Zhou (Hong Kong, Stati Uniti d’America) [O]
Coming out in Beijing. Per nulla facile confessare a mamma e papà la propria storia lesbica. Diritti e riconoscimenti LGBTQ+ nella Cina contemporanea paiono ancora una lingua straniera e allarmante, anche fra le mura domestiche. Sociologico melò.

La maison du vent
- La Maison du vent, regia di Auguste Bernard Kouemo Yanghu (Camerun, Francia, Belgio, Benin, Arabia Saudita) [O]
Camerun con visto. Vecchia mamma, in contatto Zoom con prole immigrata in Europa, si prende cura di venditrice di rimedi medicinali africani in cerca di Occidente, facendole un bello scherzetto (in accordo al precetto proverbiale: “moglie e buoi…”) col promesso sposo di lei. Radicale (nel senso di radici).
- La Moula, regia di Jérôme Pierrat (Francia) [O]
Il trafficante con la macchina da presa. Docu-noir, in forma di inchiesta di nastri ritrovati, su una partita di droga dal Sud America alla Francia: giornalista infiltrato registra l’arrivo di un container, con protagonisti “dal vero” attori ex-galeotti ed ex-poliziotti, al porto di Tolone. Marsigliese: duro con ironia.
No!
- Company, regia di Casey Affleck (Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti d’America, Canada, Romania, Italia) [C]
Storytelling con il vampiro. Chiedo scusa per lo spoiler (dall’oltretomba), ma all’ennesima mise en abyme di racconto nel racconto, smarrito il filo, questa storia di focolari e di fantasmi si perde per strada e risucchia ogni nostra residua energia spettatoriale.

Company
- Una storia, regia di Anna Foglietta (Italia) [O]
Hitchcock diceva che il cinema è la vita, senza le parti noiose. Qui quasi solo le parti noiose, e davvero poca vita. Voleva fare Tsai Ming Liang (la scena di Vive l’amour (1994) in cui una donna lava i piatti per circa 10 minuti, piangendo), o un certo Antonioni (come ipostasi del cinema d’autore), ma i modelli sono distanti e tutto risulta piuttosto velleitario.
Non visti
-Bucking Fastard, regia di Werner Herzog (Stati Uniti d’America) [C]
-DAU, regia di Il’ja Chržanovskij (Germania, Francia, Ucraina, Svezia) [C]
-NAZA, regia di Yuval Abraham e Rachel Szor (Regno Unito) [C]
-Possible Love (Ganeunghan sarang), regia di Lee Chang-dong (Corea del Sud, Stati Uniti d’America) [O]
–La ragazza con la Leica, regia di Alina Marazzi (Italia, Germania) [O]
-I figli della scimmia, regia di Tommaso Landucci (Italia) [O]
-Oase, regia di Jannis Lenz (Germania, Austria) [O]
-Do kraja dana, regia di Jelena Maksimović (Serbia, Bulgaria, Slovenia, Montenegro) [O]
-Eklipse, regia di Manuel Wetscher (Austria) [O]
-Yak mai, regia di Phuttiphong Aroonpheng (Thailandia, Francia, Singapore, Taiwan, Paesi Bassi) [O]
-The Color of the Sun, regia di Xavier Tera (Canada, Italia, Giappone) [O]
I PREMI UFFICIALI ASSEGNATI
Concorso
-Leone d’oro per il miglior film: Woman Unknown, regia di Mayy al-Tukhi
-Leone d’argento – Gran premio della giuria: Possible Love, regia di Lee Chang-dong
-Leone d’argento – Premio per la migliore regia: Il’ja Chržanovskij per DAU
-Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: John Malkovich per Wild Horse Nine
-Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Mathilde Arcel per Woman Unknown
-Premio per la migliore sceneggiatura: Coraline Amedeo, Oliver Groce e Stéphane Brizé per Un bon petit soldat
-Premio speciale della giuria: Yuval Abraham e Rachel Szor per NAZA
-Premio Marcello Mastroianni: Malou Khebizi per 15/18
Orizzonti
-Premio Orizzonti per il miglior film: Un détour par Diane, regia di Ann Sirot e Raphaël Balboni
-Premio Orizzonti per la miglior regia: Jacqueline Lentzou per Mia mera stī zōī tīs Tzo: Kefalaio Faidra
-Premio speciale della giuria: La Maison du vent, regia di Auguste Bernard Kouemo Yanghu
-Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile: Laleh Marzaban per Morāgheb
-Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile: Riccardo Scamarcio per I figli della scimmia
-Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura: Tommaso Landucci per I figli della scimmia
-Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio: Quelques instants de bonheur, regia di Shaden Safieddine Tazi
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