“Lo Stregone nasce dall’idea di scrivere un romanzo tutto all’interno di un ristorante stellato e durante una sola notte, una notte in cui si decide il destino del locale…”. Daniele Rielli ci racconta del suo nuovo romanzo, un’opera corale, un gioco di incastri che parte da una serie di domande… Chi è davvero lo Stregone, quale segreto nasconde e, soprattutto, cosa dice su di noi il suo mistero?

Lo Stregone nasce dall’idea di scrivere un romanzo tutto all’interno di un ristorante stellato e durante una sola notte, una notte in cui si decide il destino del locale: se rimarrà aperto o dovrà chiudere.

A capo del ristorante c’è uno Chef soprannominato “lo Stregone” per le sue abilità e per il suo carattere magnetico ma a tratti anche sulfureo e misterioso, attorno al quale si è formato qualcosa che assomiglia quasi a un culto della personalità.

Il primo motivo che mi ha portato a scegliere un’ambientazione di questo tipo è che da tanto tempo volevo scrivere una storia che fosse tutta all’interno di un luogo ben delimitato, sia dal punto di vista spaziale sia da quello temporale. Avevo in mente libri come Il dio del Massacro di Yasmina Reza e film come La Cena di Ettore Scola o Locke di Steven Knight. Mettere un ensemble di personaggi in un luogo in cui devono affrontare dei problemi, senza poter scappare è narrativamente una situazione che mi affascina molto, perché è naturalmente interessante.

Unità di tempo e di spazio

Per gestire questa unità di tempo e di spazio così definita e ristretta, ho scelto di utilizzare una narrazione corale: ogni capitolo è raccontato da un punto di vista diverso, fra brigata e sala, con personaggi che poi ritornano durante la storia.

Lo avevo già fatto anni fa con il mio romanzo di esordio Lascia stare la gallina e ho voluto tornare a questa tecnica perché è un modo efficace per restituire la pluralità delle prospettive. Condividiamo tutti lo stesso mondo ma le letture che ne diamo divergono radicalmente: i desideri, le paure, i destini, sono spesso completamente diversi. La realtà è una soltanto finché non entriamo nella testa degli esseri umani, dopo diventa subito qualcosa di potenzialmente infinito.

Dal punto di vista narrativo questo pone tutta una serie di sfide: creare sistemi di valori e sensibilità diverse, che vengono espresse attraverso lingue diverse. La cosa più importante di tutte, però, è mantenere la centralità e l’unità della storia, che, anche raccontata da punti di vista distinti, deve progredire in maniera avvincente.

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Perché proprio l’alta cucina?

La domanda più naturale poi è: perché proprio l’alta cucina? In fondo alla base dell’esistenza umana ci sono poche cose: vita, morte, sesso e cibo. Questo comporta che il cibo sia non solo per forza di cose al centro della nostra quotidianità, ma che abbia sempre avuto anche una funzione centrale nel simbolismo religioso e culturale, e che ogni epoca dica molto di se stessa dal modo in cui si rapporta con il cibo. In un certo senso ogni civiltà umana va dal bisogno primario al virtuosismo in tavola, e il punto esatto in cui si colloca su quest’arco ci dice molto su di essa e sul suo futuro.

Negli ultimi anni, in Occidente, c’è stata un’esplosione di interesse nei confronti della cucina e dell’alta cucina, con un’enorme spesa economica nel settore, anche da parte di persone che probabilmente non se lo potrebbero permettere. È l’esplosione dei consumi effimeri, proprio mentre si denunciano crescenti difficoltà e ristrettezze.

Perché così tante persone cercano un senso più profondo nel cibo?

Perché questa ossessione apparentemente contraddittoria? Perché così tante persone cercano un senso più profondo nel cibo, nella sua trasformazione e nella sua forma? Questa è una delle domande fondamentali alla base de Lo Stregone.

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Infine c’è quella che riguarda il personaggio principale, lo Chef. Chi è il maggior responsabile dei culti della personalità e dei miti che diventano ossessioni e sfociano nel settarismo? È solo colpa del profeta o anche i loro seguaci giocano un ruolo fondamentale?

E questa forse era per me la domanda più importante nascosta all’interno del romanzo. Tutte questioni a cui è possibile provare a rispondere sedendosi a uno dei tavoli dello Stregone.

Sempre che riusciate a trovare posto.

Lo Stregone di Daniele Rielli

L’AUTORE – Già autore di Odio (Mondadori, 2020), Il fuoco invisibile (Rizzoli, 2023, in dozzina al premio Strega e finalista al premio Grand Continent per il miglior romanzo europeo), e in precedenza autore di libri come Lascia stare la gallina (Bompiani, 2015 e poi Oscar Mondadori, 2022) e Storie dal mondo nuovo (Adelphi, 2016), Daniele Rielli, classe ’82, firma per Mondadori un nuovo romanzo, Lo Stregone, un libro “polifonico”, come lo definisce Antonio Franchini.

Lo Stregone del titolo è il misterioso Francesco Minervini, un visionario che ha cambiato il modo di intendere il cibo per alcuni, e per altri un “santone” a capo di una setta; c’è chi esalta la sua capacità di arrivare all’essenza stessa della vita, chi vede in lui un manipolatore, chi ricorda il suo primo ristorante andato in fiamme e chi farebbe qualsiasi cosa per assaggiare la sua cucina.

Daniele Rielli

Daniele Rielli nella foto di Fabrizio De Blasio

Di certo c’è che il Bíos – il suo locale – si appresta a vivere la notte più importante della sua storia, quella che deciderà se può continuare a esistere o se è destinato a scomparire, portandosi con sé il suo fondatore e i suoi segreti. A raccontare le ore decisive che compongono questo romanzo, però, non è lo Stregone, ma i membri della sua brigata: Aurora, la caposala che conosce l’intimità di ogni ospite; Edoardo, il sommelier brillante e autodistruttivo, forse l’unico vero amico dello Chef; Monica, la donna dello Stregone e la manager a capo del fragile impero del Bíos; Roberta, la giovane cuoca che ha sacrificato un destino completamente diverso; Mauro, lo sguattero capitato in un mondo che non capisce; Gabriele, che lavora gratis per un sogno; Luciano, che ha avuto un’inaspettata seconda occasione e, assieme a loro, un cinghiale di ottanta chili con l’unica colpa di aver sbagliato strada.

Ai tavoli c’è chi filma per milioni di follower, chi ordina bottiglie costose e un padre e un figlio che si parlano senza capirsi, ma finiscono al centro delle attenzioni di tutti.

Il nuovo romanzo di Rielli, anche voce del podcast di interviste PDR, è dunque un’opera corale, un gioco di incastri che si basa su una struttura narrativa molto lavorata, in cui l’autore varia i registri (dal drammatico al comico, dallo psicologico al surreale).

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