Con il suo nuovo romanzo, intitolato “Persempre”, la scrittrice gallese Sophie Mackintosh trasforma una storia d’amore clandestina in un’inquietante favola moderna sugli abbagli del desiderio. Ambientato in una città uto-distopica che sembra conoscere fin troppo bene i suoi abitanti, il testo dialoga infatti da un’interessante prospettiva allegorica con l’immaginario più o meno recente del tradimento in letteratura, portandoci a chiederci se amare significhi sempre e solo trovare nell’altro il proprio spazio definitivo – e se sia davvero possibile scongiurare certe innate tentazioni di escapismo…
Una favola moderna, un ammonimento, forse un presagio.
Sintesi di tutte le storie d’amore passate, metafora letteralizzata (e dunque ripotenziata) di quelle in atto e possibile radioscopia di quelle che verranno: s’intitola Persempre (NN, traduzione di Isabella Zani) ed è il romanzo con cui è tornata in libreria l’autrice gallese Sophie Mackintosh.
Un libro sulle ombre dell’idealizzazione, e sullo spazio da riservare a chi teniamo all’interno di una vita ben più larga di un materasso matrimoniale.
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Persempre nella stessa camera
Francis la baciò sulla guancia con la bocca leggermente unta e lei rise per il sollievo e si pulì con la mano, e poi lo baciò come si deve per fargli capire che non se l’era presa. Stava sognando, pensò, o forse era morta e si trovava in paradiso.

Clara apre gli occhi e si ritrova in un hotel profumato al fianco di Francis, l’uomo con cui è andata a letto tante volte, ma con cui a letto non è mai rimasta a dormire. Francis, infatti, torna poi alla sua vita coniugale e Clara alla sua solitudine, anche se stranamente eccoli adesso allo stesso capezzale.
Lo schianto a cui potrebbe andare incontro la loro storia si intuisce già da questo incipit, e tuttavia Persempre ha per titolo una promessa ammaliante e per protagonista una giovane donna che aspira a un amore tutto per sé in una stanza tutta per sé, anzi, per loro: altro che camere separate, per lei l’obiettivo sarebbe stare con Francis in un’unica camera con vista – motivo per cui, nel constatare che la prima sezione del testo si chiama La vacanza, non si può che capitolare.
Magari per loro sarà diverso, viene da sperare. Magari la loro vacanza sarà più lunga del solito e li porterà a capire che faccia abbia, questo dannato e scivoloso persempre.
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A quel tramonto risoluto era seguito uno strano crepuscolo, in cui tutto era nitido e remoto. Le coppie riempivano vie e piazze, mano nella mano. Guardavano Clara e Francis che passavano veloci e poi tornavano a guardarsi l’un l’altra, indifferenti.

Sophie Mackintosh, scrittrice gallese classe 1988, già autrice dei romanzi Biglietto blu e La cura dell’acqua (entrambi editi da Einaudi, nella traduzione di Norman Gobetti), qui nella foto di Alice Zoo
Quando iniziano a esplorare la loro vita parallela, Clara e Francis notano invece che la Città del Sole in cui sono stati inspiegabilmente catapultati non assomiglia all’utopia di Tommaso Campanella. I locali servono i loro piatti preferiti, la metro funziona meglio che a Singapore e le strade sono state appena lastricate, ma è come se a occuparsene sia stato un maldestro ChatGPT, che ha reso ogni dettaglio cringe e patinato.
Se ne accorge specialmente Clara, che avrebbe ogni ragione di questo e di quell’altro mondo per lasciarsi andare alla gratitudine, e che però si sente in un instabile set alla Truman Show per coppie clandestine, in cui i giorni si ripetono identici perché svuotati di qualunque tentativo, conquista o cambiamento che esuli dalla simbiosi di coppia.
Eterna “letizia” della mente candida…
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Con un piede nella favola e l’altro nell’abisso
Lei avrebbe voluto tornare al museo dove si erano conosciuti e non seguirlo, ignorarlo, radere al suolo il museo.
No, non era vero. L’idea della sua vita senza quel giorno dentro era inconcepibile.
Mi ha punto qualcosa sulla caviglia, disse. Puoi dare un’occhiata?
Come se non bastasse, la “città dell’impermanenza” si rivela un organismo fin troppo sveglio. Nel senso di furbo, certo, ma anche di reattivo: se si offende o si allontana il proprio partner, ci si sentirà tirare al petto da una corda invisibile.
Il giardino di cui Clara e Francis si prendono cura per guadagnare qualche soldo si inaridirà, sulle case si rovesceranno turbini e tempeste, e sul corpo del colpevole comparirà il sangue di una ferita nuova di zecca, mentre nei casi più gravi basterà chiudere gli occhi per tornare per un lasso di tempo imprevedibile alla propria vita precedente, in cui intanto il numero di lui è sparito dal telefono di lei e viceversa.
Si direbbe l’apoteosi dell’amor s-cortese, che anziché salvare ed elevare – non appena sul lenzuolo dei primi tempi spunta qualche macchia – punisce e rigetta chi ci si stava avvolgendo dentro.
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Persempre in un loop
L’amore richiede delle regole, ribatté lei. Forse io volevo che me le dettassi! E forse in quel caso le avrei rispettate.
Dubito fortemente che lo avresti fatto, replicò lui.
Da qui in poi l’intreccio si arricchisce di mise en abyme e cortocircuiti dell’etica che smentiscono i risvolti a cui verrebbe da pensare d’istinto, valorizzati peraltro da uno stile immersivo e setoso che inietta nell’atmosfera una calma sinistra.
Fino a che, dopo aver digerito l’ultimo capitolo di Persempre (La permanenza, che presto o tardi doveva pur arrivare), risulta inevitabile chiedersi perché. Perché l’amore nasce spesso come un regalo, cresce come una gabbia e muore come un contratto? E perché si sguscia fuori così facilmente dalle relazioni che ci si era dati tanta allegria e tanta pena per rendere tali?
Forse perché prima o poi staremmo stretti pure in una metropoli, ci suggerisce Mackintosh. O perché, detto altrimenti, sarebbe irrealistico confidare che ruoti tutto e sempre intorno alla stessa persona, senza che un lembo di eros sconfini oltre il perimetro della coppia.
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Da persempre a perora
Aveva già l’impressione che i particolari di Clara svanissero; fece un rapido inventario terrorizzato, capelli scuri, lentiggini, risata chiassosa, bocca larga, abito azzurro, gambe lunghe, ma erano caratteristiche astratte che giravano in tondo, e si rifiutavano testardamente di coagularsi.
Se però assecondassimo tutti i fuochi d’artificio che esplodono sopra di noi quando il desiderio di ieri diventa la sicura abitudine di oggi, anche lo spettacolo pirotecnico più eccezionale finirebbe per trasformarsi nell’ennesimo paradiso di plastica, ci ricorda Persempre.
Non sarebbe eterno nemmeno finché dura, e si consumerebbe al ritmo di un time-lapse così rapido da farci dubitare che abbia mai avuto importanza – o da farci mettere in discussione il nostro, di valore, del quale continueremmo a elemosinare conferme alla nostra fiamma di turno.
Anche Clara cade a suo modo nel tranello, dopo che era già successo a Francis; e a quel punto, come davanti a uno spettro incorporeo, distinguiamo attraverso di lei l’impasto di rime, colpi di scena e titoli di coda che fin dall’alba dei tempi (e della letteratura) trasforma le lusinghe del persempre nel più angusto dei perora.
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L’altra faccia del bovarismo
Non c’era modo di tornare indietro, ora lo sapeva, di tornare quelli che erano stati. E non si tornava indietro da quello che erano adesso. Tutta un’altra vita aveva preso il via. Con le possibilità di ciò che l’amore era capace di essere, di cosa l’amore era capace di fare, raccolte intorno a loro.
A conti fatti, perciò, neppure questa volta parrebbe diversa dalle altre. E forse “il peccato fu creder speciale una storia normale“, avrebbe intonato Francesco Guccini.
Ma è soltanto colpa dei protagonisti? O c’entra anche l’immaginario in cui ci ostiniamo a fare il bagno, convinti che presto o tardi ogni desiderio sia destinato a travolgerci – e che in fondo poco male, perché saprà senz’altro indicarci la via più (di)retta per la felicità?
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Che il peccato di Clara, Francis e chi per loro, sembra suggerirci Mackintosh fra le righe, sia insomma quello di scambiare qualunque slancio per l’anticamera di una storia tout court, normale o speciale che sia, illudendosi che resti l’unico spazio in cui riversare caso per caso il proprio attaccamento esclusivo?
E che la via d’uscita non consista, piuttosto, nel lasciare che le nostre pulsioni diventino “semplicemente” il nettare con cui abbevereremo i tanti spazi comunicanti dai quali è composta la nostra vita, così da proteggerne persempre l’integrità?
Con buona pace, manco a dirlo, delle alternative di flaubertiana memoria…
Letture originali da proporre in classe, approfondimenti, news e percorsi ragionati rivolti ad adolescenti.
Fotografia header: Sophie Mackintosh nella foto di Alice Zoo