Vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2026, “Angel Down” unisce il racconto crudo e brutale degli orrori della Prima guerra mondiale alla speculative fiction, scrivendo dell’incontro tra il soldato semplice Cyril Bagger e un angelo caduto nella Terra di Nessuno, sul fronte occidentale. Attraverso una sola frase senza punti, Daniel Kraus rivela i pensieri del protagonista e il suo cammino accidentato in un campo di battaglia distrutto dalle bombe, corroso dai gas e disseminato di corpi maciullati, alla ricerca di una flebile speranza di salvare ciò resta…
1918, fronte Occidentale, tra la foresta delle Argonne e il corso della Mosa. Cyril Bagger, soldato semplice della Compagnia P, 43° Divisione, terzo Corpo d’armata della United States First Army, si rialza coperto di sangue e fango dopo essere stato colpito da un colpo di mortaio che avrebbe dovuto ucciderlo.
Pochi libri sono in grado di buttarti in medias res quanto un romanzo che inizia con una frase già cominciata, e che prosegue interminabile, senza mai riprendere fiato. Ed è così che inizia Angel Down di Daniel Kraus (Ne/oN, traduzione di Andrea Cassini), libro vincitore del Premio Pulitzer 2026 per la narrativa: con un’esplosione assordante, un veloce istante di aldilà, e un altrettanto rapido ritorno nell’inferno della guerra di trincea; con un fiume di parole messe una dopo l’altra, a dare forma ai pensieri di quel soldato che ha appena scampato la morte, ma che forse avrebbe preferito rimanere tra le sue braccia.

Tra romanzo storico e specultative fiction
È questione di un attimo, e Bagger è costretto a rimettersi in piedi: a circondarlo c’è un feroce agglomerato di sensazioni visive, uditive e olfattive, che colpiscono con altrettanta forza noi, che leggiamo i suoi pensieri. C’è la visione dei corpi dei suoi compagni colpiti. C’è l’odore umido, ligneo e rassicurante delle pagine della vecchia Bibbia che apparteneva a suo padre, il vescovo Bagger, e che il soldato porta con sé come un talismano, anche se non ha mai creduto in niente. C’è l’odore del sangue, il suo e quello degli altri doughboy, che però ha anche un sapore ben preciso. E poi c’è uno strillo terrificante, qualcosa di ben più straziante di un semplice lamento o grido di aiuto, è un urlo che non ha nulla di umano, il suono di un’agonia lacerante e senza fine.
“e lo strillo, santo cielo, lo strillo pervade ogni cosa, così stridulo che fa risuonare armonie dai morti, un contralto di pistole scartate, un soprano di granate a manico, roboanti bassi di borracce crivellate, una dissonanza così stridente che Bagger si sente sollevato quando deve infilarsi come un coccodrillo in un cratere paludoso, c’è più silenzio nell’acqua,”
Bagger e un piccolo gruppo di compagni sacrificabili vengono incaricati di individuare l’autore del grido e di mettere fine alle sue sofferenze, sfidando il campo aperto, vulnerabili a qualsiasi attacco da parte dei “Jerry”, i soldati tedeschi.
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Fin dal titolo del romanzo, Angel Down, mantenuto in inglese anche nell’edizione italiana, chi legge sa già che farà la sua comparsa nella storia un “angelo caduto“: è il presupposto su cui si fonda il libro, unendo la brutale realtà del romanzo storico sulla Prima guerra mondiale alla specultative fiction, fatta di elementi sovrannaturali, fantascientifici e horror.
Una narrazione incentrata su una sola frase senza punti
È questa mescolanza, assieme alla particolarità della narrazione incentrata su una sola frase senza punti, ad aver portato Kraus alla vittoria del Premio Pulitzer, così motivato: “un romanzo mozzafiato sulla Prima guerra mondiale, un tour de force di stile che unisce generi come l’allegoria, il realismo magico e la fantascienza in un’unità coesa, raccontata in una sola frase”.
Kraus non è nuovo a queste influenze fantastiche, principale caratteristica dei suoi libri più noti: La forma dell’acqua (TEA, traduzione di Flavio Iannelli), scritto a quattro mani con Guillermo Del Toro, regista dell’omonimo film, è incentrato sull’inaspettato legame tra un uomo anfibio e una donna muta; mentre Whalefall (Ne/oN, traduzione di Andrea Cassini) racconta il viaggio sottomarino di un figlio alla ricerca del padre, che lo porterà a fare i conti con un calamaro gigante e un capodoglio affamato che lo inghiottirà, costringendolo a trovare una via di fuga dal suo stomaco entro un’ora.

Daniel Kraus nella foto di Lyndon French
La leggenda da cui ha origine la storia
Eppure, quando l’angelo si palesa come l’autore di quel grido dilaniante, la sua presenza non desta stupore, anzi, appare come una naturale conseguenza delle atrocità perpetrate sul campo di battaglia. La prova di come l’orrore della guerra possa demolire persino quanto c’è di più sacro e immortale. O la dimostrazione dell’esistenza di un’entità superiore, giunta per portare speranza, o forse vendetta.
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Per il suo romanzo Kraus trae spunto da una vera leggenda della Prima guerra mondiale: quella degli Angeli di Mons, nata per spiegare la (miracolosa) ritirata di cinquemila soldati del Corpo di spedizione britannico durante la battaglia di Mons, in Belgio, nell’agosto del 1914. Sopraffatto dall’avanzata tedesca, l’esercito britannico non fu tuttavia annientato e riuscì a completare la ritirata, secondo il mito, grazie all’apparizione di una squadriglia di angeli dall’apparenza pallida e spettrale.
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In mezzo ai suoni assordanti delle esplosioni e al fetore insopportabile dei cadaveri, tra il fango e il fumo, l’alone luminoso ed etereo dell’angelo è questa volta una realtà innegabile, una figura tangibile, “un ascensore fra il mondo di fango della Terra di Nessuno e le nubi caliginose”, una voce che sussurra: Salvami.
Ad avventurarsi sul campo di battaglia, devastato dalle bombe e corroso dai gas, è lo stesso Bagger, affiancato dal giovanissimo Arno, un ragazzino orfano e amante dei romanzi d’avventura, che ha scelto di arruolarsi solo per trovare un posto dove stare. Cyril Bagger non è un eroe: è un baro, più abile a truffare le carte che a sparare; è un figlio che scappa dal ricordo del padre defunto; è un soldato che fugge dalla battaglia, preferendo restare nelle retrovie a seppellire cadaveri.
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Ma quel giorno qualcosa cambia. La sua determinazione cresce e prende la forma di una donna aggraziata, aggrovigliata nel filo spinato. Le basta vederla e osservare la luce che emana la sua pelle, per capire che deve salvarla a ogni costo, perché solo lei può porre fine alla guerra.
L’angelo come figura mutevole
Daniel Kraus non costruisce un cammino lineare per il suo personaggio, né per il lettore. Attraverso la narrazione di Bagger vediamo come per ogni uomo – dal giovane Arno al maggior generale Lyon Reis, passando per ognuno dei compagni sbandati del protagonista – l’angelo rappresenti qualcosa di diverso, da conquistare a ogni costo: ricchezza, rivalsa, lussuria, fama, amore.
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Lo stesso angelo è una figura mutevole, che assume sembianze diverse a seconda degli occhi che osservano; è un’entità carica di significati, spesso pericolosi e distruttivi, ma per Bagger rappresenta qualcosa di molto diverso: il desiderio di proteggere ciò ama, l’affetto per quel ragazzino a cui ogni sera legge racconti di avventura, cercando di conservarne l’innocenza, anche se sa che nella Terra di Nessuno è impossibile restare al sicuro.
Ma questo non significa che rinuncerà a provarci, ancora e ancora, consapevole di essere a condannato a fallire, ma animato da una speranza sempre più forte e disperata. Solo così, forse, mentre un’altra guerra comincerà poco lontano, questa guerra potrà finire, lasciando il posto a una pace fragile come la pagina di carta velina di una Bibbia ingiallita.
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