Che forma dare a un lutto clandestino, a cui non è concessa legittimità? Al centro di “Bestiola”, il nuovo libro di Jonathan Bazzi, di cui pubblichiamo un capitolo, c’è la morte di uno dei gatti dell’autore, Mirtilla. Nel romanzo “l’animalità” diventa una chiave attraverso cui raccontare la differenza di classe, la neurodivergenza, le ferite narcisistiche e “le tante forme possibili di famiglia”

Dopo l’esordio con il premiato Febbre, uscito con Fandango nel 2019 e finalista al premio Strega 2020 (ma è stato anche “libro dell’anno” di Fahrenheit-Radio3, e ha vinto il Bagutta Opera Prima, il Premio Sila, il Premio Kihlgren e il Premio POP), Jonathan Bazzi, autore classe ’85, nel 2022 ha firmato con Mondadori Corpi minori. E, a distanza di quattro anni, sempre con la casa editrice di Segrate pubblica Bestiola, in cui cerca di trovare le parole più “intime e radicali per ciò che siamo abituati a lasciare che ci stravolga in silenzio”.

Al centro del nuovo libro di Bazzi, infatti, c’è la morte di uno dei gatti dell’autore, Mirtilla. Quello che fa lo scrittore, è provare ad aprirsi all’altro non umano, “non per una semplice consolazione”, ma perché si tratta del solo modo che il protagonista trova per restare al mondo, “bestia tra le bestie“, fidandosi solo della pelle.

Una Milano dove (quasi) tutto è corsa sfrenata al profitto e alla performance

Del resto, il protagonista di Bestiola ha vissuto per 16 anni con i suoi 2 gatti, Mirtilla e Purè, e grazie a loro ha imparato ad allargare i confini del proprio io, a prendersi cura e a proteggere.

In una Milano dove (quasi) tutto è corsa sfrenata al profitto e alla performance, i due gatti sono diventati un contro-incantesimo ai ricatti delle piattaforme. Un antidoto che lo riporta a una realtà di contatto pelle a pelle, a ciò che viene prima del linguaggio, dei ragionamenti, delle strategie per vincere.

copertina del romanzo febbre di jonathan bazzi

Ineluttabilmente, quando Mirtilla muore, ogni cosa deflagra: come si fa a trovare un posto al dolore, in assenza di riti condivisi? Che forma dare a un lutto clandestino, a cui non è concessa legittimità?

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Così, il protagonista, dopo un letargo di tre anni e in balia di precarietà e traslochi, si rimette a scrivere. Accanto a Mirtilla, altre presenze affollano le pagine, “guardiani di soglie e creature liminali”: Jofi, la chow-chow che Freud portava sempre alle sedute; il terranova Carlo, complice muto di Emily Dickinson; Korasek, l’inseparabile corvo della biologa Simona Kossak. E “l’animalità diventa una chiave attraverso cui raccontare la differenza di classe, la neurodivergenza, le ferite narcisistiche e le tante forme possibili di famiglia”.

“Per quattro anni non sono riuscito a scrivere…”

“Per quattro anni non sono riuscito a scrivere. Pensavo che un altro libro non ci sarebbe più stato. Poi Mirtilla, la gatta con cui ho vissuto per sedici anni e mezzo, ha smesso di mangiare. Ho cominciato a raccontare i giorni dolci e strazianti della sua malattia, e da lì ho ripreso a guardarmi attorno: in cerca di una tana, ho scavato cunicoli. Sono finito dentro una crisi più grande, e non solo privata: il letargo e la solitudine, il narcisismo e la competizione paralizzante, i soldi che mancano e il guaio – a 40 anni – di non potersi permettere una casa in cui sentirsi al sicuro…”, ha raccontato l’autore presentando il suo terzo libro.

Bestiola di Jonathan Bazzi

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo il capitolo Coperta di pile:

Da quando le cose con la scrittura hanno iniziato a funzionare, la mia vita si è fatta iperdomestica: già durante gli ultimi anni nel loft abbiamo iniziato a passare la maggior parte del tempo tutti insieme sul divano.

Dal mattino all’ora di andare a letto, due umani e due gatti, molte coperte. Di pile, perché i Devon rex sono molto freddolosi (anche ad agosto). Una grande cuccia affollata.

Mi sono rannicchiato con loro nella nostra tana di drappi e cuscini ogni volta che ho pensato che le cose fossero troppo pesanti da sopportare. Faccia contro muso, e non era più così importante se l’avversario che avevo eletto in quel periodo aveva scritto un libro o un articolo che stava funzionando troppo. Il suono del loro respiro nel mio, e non contava più se non mi avevano invitato al festival dove andavano tutti. Pelle a pelle, e non me ne fregava più niente se la mia carriera era davvero senza speranza. Dirsi: questo mi basta.

Questo, e sto bene.

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Ho iniziato a pensare che gli animali sono l’antidoto che ci riporta sulla terra, il contro-incantesimo che scioglie i sortilegi delle piattaforme. Guardami, validami, da uno a dieci: quanto ti piaccio? L’affanno per cui di questi tempi siamo programmati, il mai abbastanza.

Con gli animali torniamo corpi che scelgono di stare insieme. Che trovano in quello stare insieme improduttivo il centro, lo scopo.

Abbiamo una consistenza, respiriamo, grazie ai sensi interagiamo col mondo.

Mangiamo, beviamo, un rumore ci mette in allerta.

L’animalità come rimedio al contagio psicosomatico della performance. Sodalizio di sola materia vibrante.

Più volte sono stato tentato di scriverlo, farne un manifesto. Motivo necessario e sufficiente per vivere: grazie a loro ha
avuto senso.

Dirsi, dire: fosse anche solo per loro, ne è valsa la pena.

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Non sono il loro proprietario, non sono il loro metaforico genitore: rifiuto, qui come ovunque, la visione gerarchica delle
relazioni.

Si dice siano inferiori, eppure mi hanno spinto verso esperienze sconosciute, del tutto impossibili prima di incontrarli. Chi e cosa è umano, dunque, chi e cosa è morale?

Da quando Mirtilla se n’è andata, penso di avere un po’ meno paura di morire.

Di più: il pensiero che tocchi anche a me, che tocchi a tutti, per alcuni secondi mi è di sollievo.

Un corpo amato che s’inoltra nell’invisibile – ho visto da lei come si fa.

Per amore, spingersi oltre il confine terrificante.

Non lasciare che lo attraversi da sola.

Un membro della famiglia va via e noi siamo quelli che sopravvivono.

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Per la prima volta – in sei mesi – a un certo punto vedo Purè che annusa il trasportino rosa.

Dentro c’è ancora la coperta dell’ultima notte della sorella.

Marrone, morbidissima – appena me la sento, mi riprometto di controllare se ci sono tracce, indizi (per quanto inutile
e irragionevole sia, mi aspetto un messaggio).

Non sembrava interessato, nonostante al loft lo abbia tenuto per tutto il tempo sotto il tavolo, e poi ora tra gli scatoloni nella casa nuova.

Da quando lei se n’è andata, lui non è più il gatto di prima.

All’inizio sembrava che non se ne fosse neanche accorto.

Due o tre giorni dopo: un cedimento delle zampe posteriori. Pochi passi e sempre più lenti. Radiografie, necessario il parere di un ortopedico. Che conclude: infiammazione causata dall’artrosi. Garretti gonfi come palle da biliardo: tutto il giorno sdraiato di lato, le zampe allungate, una sirena.

I veterinari, escludendo la correlazione, la reazione al lutto: certi gatti, rimasti soli, anzi, sono più felici, rilassati, dicono. Ma lui perde anche l’appetito: di colpo non morde più il cibo, accetta solo cose da leccare.

A due settimane dalla morte di lei, per noi, ricomincia il supplizio.

Nessun segnale di dispiacere riconoscibile, e poi è invecchiato all’istante.

Per un mese, quasi moribondo. Ti prego, riprenditi almeno per un po’, penso: così presto, io non ce la faccio a reggere ancora.

Fino a un farmaco nuovo, anticorpi monoclonali: un’iniezione, ottanta euro tutti i mesi, la puntura che toglie il dolore (veterinari olistici molto attivi su Facebook avvertono: niente siero magico, ve li fanno crepare).

Fratello e sorella nati nella stessa cucciolata – se fossero umani li chiameremmo gemelli. Il timore degli organismi sintonizzati, la data di scadenza fissata dalla genetica: al venir meno di una, segue il decesso dell’altro. Gli esperti negano la relazione causale, lutto-deperimento, ma vivere con loro mi ha instillato una grande diffidenza verso pensieri e parole.

Il mito occidentale della ragione come chiave di tutto.

Ora so che c’è un piano altro, un diverso modo di esserci, un altro stile di reazione.

Da un certo punto di vista questo è un libro privo di senso.

 

La psicologa, quando le racconto dell’improvviso e tardivo interesse di Purè verso il trasportino rosa, sorridendo dice: ha capito che sta per ricominciare a scrivere.

Il mio problema coi terapeuti è che credono troppo nel lieto fine.

2026 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Pubblicato in accordo con S&P Literary – Agenzia letteraria Sosia & Pistoia

(continua in libreria…)

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Fotografia header: Jonathan Bazzi nella foto di Claudio Sforza

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