Che cosa faceva, esattamente, David Lynch? Con il saggio “Lynchiano”, John Higgs accompagna là dove il mistero del regista non chiede di essere risolto, ma abitato…

“Nessuno, a parte David Lynch, è mai stato davvero lynchiano“. Con la logica paradossale e illuminante di un koan, John Higgs consegna al lettore, fin dalle prime pagine, la chiave del suo libro. O meglio: la chiave che lascia la porta socchiusa, perché certe soglie si attraversano solo a patto di non spalancarle.

Lynchiano – L’incantesimo di David Lynch (nottetempo, traduzione di Stefano Piri, prefazione di Alex Infascelli) si apre su un’immagine che chiunque abbia amato il regista di Missoula riconoscerà come insieme tenera e struggente: il sacrario spontaneo sorto nel gennaio 2025 attorno alla mascotte del Bob’s Big Boy di Burbank, il diner dove Lynch per anni ordinò ogni pomeriggio un milkshake al cioccolato e una tazza di caffè. Ciambelle, sigarette, gufi, fotografie di Laura Palmer, rose blu (che in natura, come ogni fan sa, non esistono). Non si erigono altari ai registi. Li si erige alle icone, a Bowie, a Diana. Oppure a chi ci ha cambiato la vita.

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Che cosa faceva, esattamente, David Lynch?

Copertina di Lynchiano

Da qui la domanda che regge l’intero volume: che cosa faceva, esattamente, David Lynch? E perché, quando altri autori maneggiano gli stessi strumenti (tende rosse, luci tremolanti, figure che parlano al contrario), l’incantesimo non si compie?

Higgs sceglie la via più umile e per questo più efficace. Rinuncia all’esegesi e si fa narratore, montatore di aneddoti, tanto che Infascelli definisce il libro “un documento audiovisivo descritto con la scrittura”.

Si parte da Boise, Idaho: il padre ricercatore forestale che studia le malattie degli alberi, il bambino che impara presto come sotto la corteccia più robusta brulichi una danza incessante di crescita e decadimento. Poi la notte su Shoshone Avenue, quando dal buio emerge una donna nuda, con la bocca insanguinata, “qualcosa di ultraterreno” che il piccolo David vorrebbe soccorrere senza sapere come. È la rivelazione primaria: l’oscuro può venire alla luce, e ogni volta che accade è intriso di mistero. Dorothy Vallens sul prato di Lumberton, Ronette Pulaski sul ponte ferroviario non sono che le sue reincarnazioni.

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“David, non credo che tu debba mai avere figli”

Poi Filadelfia, “la mia più grande influenza”, la paura densa nell’aria, l’Art Life appresa da Robert Henri: caffè, sigarette, pittura. E una scena che da sola varrebbe il libro: il padre in visita nel seminterrato degli “esperimenti”, tra uccelli morti e frutta in putrefazione, e la sentenza in macchina verso l’aeroporto: “David, non credo che tu debba mai avere figli”. La fidanzata, intanto, era già incinta. Higgs coglie con finezza che il dolore di Lynch non nasceva dalla preoccupazione paterna, ma dalla sua cecità. Come far vedere agli altri la bellezza che vedo io? Il «refolo di vento» che nel 1967 attraversa una sua tela, chiedendo di muoversi e di suonare, è la risposta.

Il cinema, per Lynch, non fu mai un fine. Fu un veicolo.

È sulla meditazione che il saggio rivela la sua onestà più preziosa. Higgs smonta l’equazione, tanto diffusa quanto pigra, secondo cui la pratica spiegherebbe lo stile: Lynch era già pienamente lynchiano prima del 1973, e molti meditano senza girare Eraserhead. Arriva perfino a paragonare la meditazione al lavarsi i denti, una lieve ma salutare pulizia quotidiana. Chi, come me, ha dedicato una vita alla ricerca interiore seguendo un percorso diverso da quello del Nostro può sorridere della riduzione, ma ne riconosce la sobrietà: è l’antidoto al santino. Eppure proprio Higgs mostra come la meditazione abbia trasfigurato la teologia dell’opera. La rabbia cronica dissolta, il copione di Eraserhead che doveva chiudersi con Henry divorato dal bambino e che invece si apre alla Donna nel Radiatore, all’abbraccio nella luce bianca. Da lì discende una costellazione di grazia: l’angelo di Fuoco cammina con me, la Strega Buona di Cuore selvaggio, i pettirossi di Velluto blu. “Più oscurità riesci a raccogliere, più luce riesci anche a vedere”.

Il male, per Lynch, è solo la superficie

Il male, per Lynch, è solo la superficie; più giù l’esistenza è un grande amore unificante. Non a caso le parole di Cooper a Leland morente evocano un intelletto «immacolato e nudo», uno spazio trasparente «senza un confine e senza un centro» (eco limpida del Bardo Thödol).

Memorabile anche il confronto con George Lucas, che nel 1981 gli offrì Il ritorno dello Jedi: Lynch arrivò allo Skywalker Ranch con il mal di testa, ne uscì con un’emicrania e rifiutò. Due visionari della stessa generazione, osserva Higgs, ma orientati in direzioni opposte. Lucas proiettava la sua visione verso l’esterno e cambiò Hollywood; Lynch scavava verso l’interno e cambiò soltanto la vita interiore degli spettatori. Che è come dire: tutto.

Il cuore teorico del libro sta, però, nel penultimo capitolo. La maggior parte dei registi sfrutta i neuroni specchio: mostra un’emozione per indurla, con una tecnica non lontana da quella pubblicitaria. Lynch fa l’opposto. Rallenta, sospende, getta sabbia negli ingranaggi del racconto, e conduce lo spettatore in uno stato prossimo alla consapevolezza meditativa, dove l’emozione sorge autentica, non prescritta. “I film sono come sei”, scriveva. Ecco allora il senso ultimo del koan iniziale: lynchiano non è un repertorio di motivi, è uno stato di coscienza. E il termine trova il suo significato nella misura in cui siamo noi, gli spettatori, a diventare lynchiani.

Il libro non scivola mai nell’agiografia

Higgs non scivola mai nell’agiografia. Dedica un intero capitolo agli angoli ciechi del maestro, dai cast quasi interamente bianchi alla firma per Polański poi rinnegata. E restituisce intatta la ferita più profonda della sua carriera: la rivelazione forzata dell’assassino di Laura Palmer. “Quel mistero era sacro e sosteneva tutti gli altri“, confessa Lynch in A Slice of Lynch. “Era l’albero, e tutti gli altri erano i rami”- Chi mi legge sa che da anni vedo in Laura la Sophia gnostica, la Shekinah esiliata nella materia, il cui cammino dalla catabasi di Fuoco cammina con me al nostos di Il ritorno disegna un vero rito iniziatico. Higgs non percorre questa via, ma le prepara il terreno, ricordando che per Lynch “il mistero è positivo e la confusione negativa”.

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E poi il congedo. Lynch accetta di interpretare John Ford in The Fabelmans in cambio di un sacchetto di Cheetos. Entra in scena con la benda sull’occhio e il rossetto sulle labbra, accende un sigaro con l’enfisema già diagnosticato e impartisce al giovane Spielberg la lezione sull’orizzonte: in alto o in basso è interessante, al centro è “noioso da morire”. “Buona fortuna, e ora vattene fuori dal mio ufficio”. La macchina da presa, obbediente, corregge l’inquadratura. Poi l’ultimo primo piano: Lynch si toglie il sigaro, sorride, dice “È stato un piacere”.

Poi se n’è andato. Silencio.

Nessuno, a parte lui, è mai stato davvero lynchiano. Ma chi attraversa il libro di Higgs, e torna a perdersi nei suoi film, comincia a sospettare che il koan contenga una promessa.

Il mistero vive. Laura Palmer vive. David Lynch vive.

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Fotografia header: David Lynch, foto di Getty Editorial

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