"Ci sono posti, nel mondo, in cui ogni prima visita è segretamente anche un ritorno: sono i luoghi dei libri che amiamo". Su ilLibraio.it il reportage della scrittrice Ilaria Gaspari da Cabourg, amabile cittadina costiera della Normandia, ben conosciuta dai lettori di "Alla ricerca del tempo perduto": "Mi rendevo conto, di colpo, che tutta la bellezza dei nomi che comparivano sulle carte di Google Maps, delle chaumières, le case capellone con il tetto di paglia e una fila di iris piantati sulla scriminatura, delle piccole chiese gotiche e dei muri bassi dei cimiteri lungo i quali fiorisce la belladonna, delle cattedrali diroccate dalla furia rivoluzionaria del Terrore, delle vetrate che raccontano maestose storie di santi, dei fossi, dei cavalli, dei cieli e delle mucche, io l’avevo vista tutta quanta attraverso il ricordo delle estati normanne raccontate da Proust..." 

Ci sono posti, nel mondo, in cui ogni prima visita è segretamente anche un ritorno: sono i luoghi dei libri che amiamo, quando abbiamo la fortuna di poterci fare quattro passi e una passeggiata qualsiasi si trasforma in un viaggio dentro il mondo segreto che custodiamo in testa, e che è fatto di tutte le parole che abbiamo letto, dei panorami che abbiamo sognato, delle storie che ci siamo raccontati o ci siamo lasciati raccontare, delle canzoni, dei suoni e dei nomi pensati e poi dimenticati a metà.

Non è un privilegio da poco, avventurarsi nell’interstizio fra la realtà e questi mondi scompigliati, pieni di tesori e patacche proprio come botteghe di rigattiere: anzi, credo che queste passeggiate siano uno fra i più grandi privilegi dei lettori. Anche perché, come da tutti i viaggi avventurosi, si torna indietro un poco trasformati.

Balbec Marcel Proust

Io per esempio quest’estate sono stata a Cabourg, amabile cittadina costiera nel bel mezzo del Calvados, inteso non come liquore ma come regione della Normandia; e mentre mettevo piede, per la prima volta in vita mia, nella piccola città balneare, tornavo finalmente in un posto in cui avevo passato già molto, molto tempo. Perché a Cabourg io c’ero già stata; c’ero stata, e lo sapevo bene, mentre in macchina correvamo per la strada assolata, tutta sgombra. Guardavo i meleti carichi dei frutti di fine estate, l’erba verdissima su cui pascolavano serene e imperturbabili muccone pezzate, con i loro lenti sguardi saggi sotto il cielo quasi iridescente di una campagna che aveva qualcosa di marino nella luce cangiante e salmastra, e mi sentivo struggere, via via che l’aria dal finestrino abbassato entrava più fresca e più salata, da una nostalgia dolorosa, come quando si sente cadere, in una conversazione fra estranei ascoltata per caso, il nome di qualcuno che si amava, o quando il treno passa da un posto in cui da bambini si andava in vacanza e non ci sono parole per dire agli sconosciuti nel vagone che da quella panchina di stazione, già scomparsa oltre il finestrino, una sera di tardo luglio abbiamo visto tornare nostro padre che era rimasto a lavorare nella città deserta dell’estate; e noi ancora ci ricordiamo quel ritorno ma non ci sono proprio le parole per spiegarlo a compagni di viaggio sconosciuti, a cui comunque, giustamente, non importerebbe un fico secco: così le parole non dette, indicibili e inutili come sono, diventano un nodo nella gola e lì in treno, protetti proprio dal fatto che a quegli estranei di noi non importi un accidente, possiamo anche piangere e far passare tutto.

Balbec Marcel Proust

Insomma, mentre i meleti e le mucche, le piccole chiese gotiche e i tetti di paglia e i campi correvano a destra e a sinistra, e seguendo il nastro della strada sulla mappa del navigatore vedevo diminuire troppo in fretta la distanza dalla meta, in me cresceva la tipica tensione che covo quando devo fare una cosa per la prima volta e mi preparo perché sia memorabile. Eppure, nonostante quella solenne agitazione, dentro di me sapevo che io, lì, ci avevo passato un’infinità di ore, ore irreversibili di epifanie. 

Sul lungomare di Cabourg il cielo era alto, traslucido di nuvole, e mi chiedevo come fosse possibile che a distanza di un secolo quel luogo reale – la passeggiata su cui posavo un piede dopo l’altro – potesse somigliare così tanto a come l’avevo immaginato, mentre leggevo lontanissima dal Calvados e dalla Côte Fleurie. Mi domandavo se la Cabourg che avevo trovato su Google Maps, quella in cui avevamo posteggiato la macchina e pagato il parcheggio per evitare una molto pragmatica multa, somigliasse poi davvero all’idea che hanno di Balbec tutti quelli che hanno letto All’ombra delle fanciulle in fiore. E mi rispondevo di sì: quel giorno mi ritrovavo dentro un sogno sognato da milioni di persone, che nel sognarlo hanno seguito un primo sognatore.

Balbec Marcel Proust

Proust è stato generoso con i suoi lettori: ha lasciato loro un libro monumentale, un libro in sette libri che di per sé è già un mondo – infatti qualcuno si sente respinto da quella mole maestosa, dall’idea del tempo lunghissimo che ci vuole per leggere Alla ricerca del tempo perduto; e c’è chi, invece, si sente lusingato proprio da quella pretesa tirannica di ore e di attenzione, dall’idea consolante di un tempo sperperato perché si possa riguadagnarlo doppio.

Ovviamente io appartengo alla seconda categoria, oltretutto con l’entusiasmo molesto dei convertiti, perché la prima volta che vidi la Recherche tutta intera, in versione cofanetto, ricordo ancora di essermi ripromessa, con diffidenza supponente da liceale, di tenermene ben lontana; solo che poco dopo mi arrivò in regalo La strada di Swann in un volumetto bellissimo color carta da zucchero, edizione Einaudi della traduzione di Natalia Ginzburg, e così il mio snobismo e la mia diffidenza lasciarono il posto a una passione raddoppiata.

Balbec Marcel Proust

Ma oltre a questo mondo in sette volumi Proust ha lasciato ai suoi lettori una chiave magica che permette di girare a piacimento, avanti e indietro, fra il mondo d’invenzione della sua opera e quello reale della sua vita. In quei sette tomi, come un alchimista ha distillato dettagli della sua vita reale, riuscendo insieme a trasfigurarli e a mantenersi fedele. Dietro ogni immagine, ogni nome e ogni storia, c’è un altro nome, un’altra storia, sempre diversi e identici; e ci si può addentrare abbastanza facilmente in questa foresta di corrispondenze, scoprire cosa si nasconde alle spalle di una certa idea. Ci si può meravigliare ad esempio del fatto che il personaggio di Albertine – l’amore prigioniero di Marcel, che ambienta proprio sulla diga davanti a un grande albergo normanno il primo incontro con lei, ragazzotta sprezzante e sportiva dedita a scherzi crudeli contro ignari vecchietti – non sia affatto ispirato a una ragazzetta bensì, oltre che a un nugolo di modelli secondari, a un bel ragazzo di nome Alfred Agostinelli, di professione chauffeur, incontrato proprio a Cabourg nell’estate del 1907. Per due estati di seguito, quella del 1907 e la successiva, Agostinelli scarrozzò Proust in giro per le notti della Normandia, con i fari puntati sulle piccole chiese gotiche di campagna. 

Proust, da ragazzo, aveva frequentato molto la costa normanna, che le nuovissime linee ferroviarie avevano reso una villeggiatura di gran moda fra i parigini benestanti: era stato a Dieppe in vacanza con la nonna, a Houlgate, splendida cittadina liberty, con i genitori, e aveva soggiornato a lungo all’Hôtel des Roches Noires di Trouville. Quelle del 1907 e del 1908 furono le prime estati che, da poco orfano anche della madre (il padre l’aveva perso nel 1903), trascorse al Grand Hôtel di Cabourg, ma ce ne furono poi molte altre: fino allo scoppio della guerra che incombeva su quel primo scorcio del secolo, ci tornò sempre. E lì scrisse molte pagine, trasfigurando anche la cittadina in cui si trovava nell’immaginaria stazione balneare di Balbec, dal nome bellissimo e molto normanno, come pensavo ogni volta che vedevo sui cartelli stradali le indicazioni per Bolbec, paesino che esiste davvero e che solo una vocale distingue da quello in cui Marcel per la prima volta si lascia confondere dalla giovinezza atletica delle fanciulle in fiore.

Balbec Marcel Proust

Sono una lettrice disordinata e piuttosto emotiva; per cui al mio pellegrinaggio a Balbec ci sono arrivata entusiasta, quasi esaltata, ma molto poco preparata. Forse è stato meglio così, però: distrattamente ho permesso ai ricordi delle mie letture di risvegliarsi da soli, mentre camminavo trasognata sulla Promenade Marcel Proust, fra tante persone, ed ero lì ma anche altrove, lontanissima, scossa. Mi rendevo conto, di colpo, che tutta la bellezza della Normandia, la bellezza dei nomi che comparivano sulle carte di Google Maps, delle chaumières, le case capellone con il tetto di paglia e una fila di iris piantati sulla scriminatura, delle piccole chiese gotiche e dei muri bassi dei cimiteri lungo i quali fiorisce la belladonna, delle cattedrali diroccate dalla furia rivoluzionaria del Terrore, delle vetrate che raccontano maestose storie di santi, dei fossi, dei cavalli, dei cieli e delle mucche, io l’avevo vista tutta quanta attraverso il ricordo delle estati normanne raccontate da Proust. 

Balbec Marcel Proust

E me ne rendevo conto davanti al Grand Hôtel di Cabourg, che potrebbe essere un qualsiasi Grand Hotel fine Ottocento sennonché in una fra le sue molte camere, la 414, tante delle pagine che tutte insieme mi tornavano in mente sono state scritte durante estati d’isolamento, e ambientate proprio lì dal loro autore, che probabilmente mescolava quell’albergo all’Hôtel di Trouville. Pure gli scrittori, infatti, come i lettori, hanno il privilegio di poter rimestare i detriti della memoria e dell’immaginazione in invisibili armonie segrete. Pensavo a certe pagine il cui pensiero non smette di commuovermi: quelle in cui Marcel tornando nell’hotel di Balbec si rende conto, in ritardo e per la prima volta, della morte della nonna, della sua assenza irreversibile, del vuoto improvviso che si manifesta nell’interruzione di un’abitudine. Pensavo a quanto, negli anni, la mia idea del lutto e della perdita si sia mescolata e confusa con quelle pagine tremende e indimenticabili, e pensavo al Marcel in carne e ossa che, tornato solo nella Normandia delle estati con la mamma e con la nonna, proprio nell’albergo che avevo davanti, fresco di restauri, sotto il cielo marino di un giorno di fine agosto del 2019, in una stanza nascosta alla mia vista dal muro giallo dell’hotel, scriveva quelle pagine di solitudine senza rimedio.

Balbec Marcel Proust

Intanto sul lungomare passavano bambini in monopattino, coppie di mezza età con cagnolini al guinzaglio, qualche ciclista in calzoncini. Qualcuno parlava al cellulare, qualcun altro ordinava una birra seduto ai tavolini del bar del Grand Hôtel, che risplendeva nel suo bell’intonaco giallo chiaro. Si possono prenotare le camere persino su Booking, è un hotel come tutti gli hotel del mondo; ma io, senza che nessuno mi vedesse, mi sono accostata alla vetrata e ho sbirciato dentro. Ho sbirciato proprio come una che vada a vedere un acquario, mi sono detta – prima di ricordarmi che la metafora non era mia, ma l’avevo trovata proprio leggendo All’ombra delle fanciulle in fiore, e non l’avevo mai più dimenticata, era diventata un modo di dirmi certe cose fra me e me, di vederle addirittura: perché le pagine dei grandi scrittori sono granelli di sabbia che lasciamo entrare nel guscio della nostra vita segreta: diventeranno vive, come perle, nella testa di noi che leggiamo.

Ho sbirciato nella hall, e con un tuffo al cuore ho visto che dentro le persone si comportavano esattamente come fanno le persone nelle hall di tutti gli alberghi del mondo. Così dopo aver spiato dalle vetrate sono tornata sul lungomare, mi sono seduta e ho pianto un po’. Non se n’è accorto nessuno, tutti erano impegnati a vivere la loro vita, un tardo pomeriggio di fine agosto a Cabourg, ma io in quel momento mi trovavo in un posto che esiste e non esiste. E, ho pensato, era bello non poter indovinare quanti altri, fra i bagnanti che uscivano di corsa, schizzando spuma, dal mare gelido, fra le persone a passeggio sotto quel cielo alto e iridescente, in quel momento se ne stavano, senza che lo si potesse sospettare, a Balbec pure loro, o in qualche altro mondo remoto e invisibile, mentre la vita continuava, la gente entrava e usciva dalle porte a vetri dell’albergo, le ragazzine ridevano e un cane in cappottino mi annusava la punta di una scarpa. 

(foto di Ilaria Gaspari)

L’AUTRICE – Ilaria Gasparicollaboratrice de ilLibraio.it, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno) e Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi).

 

nota: l’immagine di copertina è tratta da Booking.com 

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