“Definire un fantasma è complicato”, scrive Lisa Morton nel suo saggio “Fantasmi – Una storia di paura”. Fra cupe illustrazioni e suggestive fotografie, l’autrice ci guida in un viaggio che parte dai rituali pagani e ci conduce fino ai protagonisti dell’orrore digitale del terzo millennio. I fantasmi nelle loro infinite declinazioni hanno saputo superare tempi e confini, anche grazie alla loro capacità di suggestione che crea un terreno di condivisione tra culture – L’approfondimento

Immortale quintessenza delle più infantili paure, soprannaturale baubau combattuto dai più (e temuto da molti), da sempre la figura del fantasma rievoca, nel comune percepire, l’impenetrabile linea di demarcazione tra la transitorietà della natura umana e la nostra inaccettabile, e irrimediabilmente smisurata, smania di persistenza. Sì, perché nella sua illogica immaterialità, sospeso nell’immaginario classico fra la confidenza di un lenzuolo e l’inverosimiglianza di un sudario, questa permeabile estensione d’ombra sembra essere l’unica possibile alternativa a una tenebra altrimenti abbacinante e diversamente inesplorabile.

Ma se di mistero vivono e oscurità incarnano, è davvero possibile raccontare cosa sono e, soprattutto, cosa non sono i fantasmi? Ça va sans dire: come sostiene Lisa Morton nel suo saggio Fantasmi – Una storia di paura (Il Saggiatore, traduzione di Carlo Braccio) “definire un fantasma è complicato”. E non solo per la sua essenza intrinseca, di per sé sfuggente e ontologicamente inafferrabile ma, soprattutto, per il suo inarrestabile proliferare: in un coacervo di apparizioni fugaci e trasversali, i nostri cugini numinosi hanno infatti saputo infestare confini geografici e stagioni temporali senza ordine di sorta, assurgendo gradatamente al ruolo di protagonisti indiscussi di ogni racconto del mistero che si rispetti.

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Impresa alla Egon Spengler anche solo abbozzarne una classificazione: se “fantasma” è, nell’ideale collettivo, un’anima incorporea, di ritorno dal mondo dei morti quale foriera di avvertimenti per i cari sopravvissuti, nel novero delle apparizioni fantomatiche rientra, di contro, una vastissima molteplicità di figure, dai profili i più pallidi e disperati. Il parapsicologo inglese Peter Underwood, racconta la Morton, ne distingue ben dieci, tra cui i violenti elementali (legati a specifici percorsi o luoghi, come cimiteri e case stregate); gli spettri di persone viventi (spesso associati alle esperienze extracorporee o O.B.E.) o, ancora, gli oggetti infestati (come la Dibbuk Box, cassa di vino dagli influssi nefasti spiacevolmente abitata da un demone della tradizione ebraica). Non che una tale varietà “tassonomica” stupisca: d’altronde, nelle sue plurime apparizioni, l’essenza del fantasma altro non riflette che l’impronta fisica (buona o malvagia) del parterre di uomini con cui ha condiviso il proprio destino di vita prima, e di morte poi.

E, badate bene, non di soli castelli in rovina e catene sferraglianti si muore: che si tratti di possessioni malvagie (quelle dei demoni indiani bhoot, anime erranti venute a occupare vittime mortali al solo scopo di terminare i propositi maligni già intrapresi in vita), negromanzie su cadaveri (nottetempo operate sui draugar norreni, risvegliati dall’eterno riposo per festeggiare inquietanti rendez-vous famigliari) o zombificazioni fameliche (con risvolti dagli esiti cannibaleschi, come quelle narrate negli skazka popolari russi e negli haitiani rituali vudù), l’indagine della Morton risulta abbastanza ampia da accogliere, sotto la sua funerea coltre, tutto ciò che, di umano, non abbia più nemmeno l’animo.

Imbracciata dunque la più sofisticata attrezzatura del provetto Ghostbuster – rilevatori di radiazioni a bassa frequenza EMF K-II in primis, ma anche misuratori di campi elettromagnetici Ovilus, telecamere termiche e torce elettriche – dichiariamo aperta la stagione della caccia al fantasma. A far data preistorica, suggerisce l’autrice: “Se torniamo alle prime testimonianze lasciate dagli esseri umani, come le primitive pitture rupestri risalenti al Paleolitico rinvenute in varie zone d’Europa, viene da pensare che quegli animali giganti altro non siano che le raffigurazioni dei fantasmi delle prede cacciate dai nostri antenati”. Da lì in poi, è tutta un’altra storia (di paura, s’intende).

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Ecco allora la scrupolosa Fanta-Buggy della Morton, fra cupe illustrazioni e suggestive fotografie, aleggiare su trivi e quadrivi ecatianiin un classico tour del brivido che, dalle pratiche di mummificazione egiziane ai Lemuralia romani passando per l’avvento del cristianesimo fino ai primi esorcismi demoniaci ci proietta, con passo aneddotico e super partes, verso la scoperta dei rituali pagani e dei primi dibattiti sullo spiritismo moderno – quelli, ad esempio, fra il creatore di Sherlock Holmes Sir Arthur Conan Doyle, che avrebbe sentito sussurrare le voci dei morti, e il suo scettico amico Harry Houdini, genio della magia in grado di smascherare i trucchi di medium e posticci ectoplasmi.

Laddove una tappa nel regno di Halloween è tradizione – tutta celtica, peraltro, e risalente a quando i missionari cattolici giunsero in Irlanda e “inglobarono le celebrazioni del Samhain (31 ottobre) nei giorni di Tutti i Santi e dei morti (detti anche “vigilie”) in quanto i celti facevano cominciare il nuovo giorno al tramonto” – in mete più esotiche, ed esoteriche, gli abitanti dell’ombra non si accontentano di un semplice “dolcetto o scherzetto”: mentre durante i Dia De Los Muertos messicani i compianti defunti vengono riveriti con fotografie, fiori e calaveras colorate i Fantasmi Affamati cinesi sono ghiotti di finte banconote “fantasma” che, una volta bruciate, divengono gradito tesoretto del caro estinto nell’aldilà.

Insomma, anche quando si tratta di soprannaturale, la distanza tra il Giro di vite e il business vi che gira intorno, è davvero sottile (giusto qualche metro sottoterra).

Non è allora un caso che, dai capolavori della letteratura gotica tardo-settecentesca (Il Castello d’Otranto di H. Walpole, segnò l’inizio del un nuovo genere letterario) ai protagonisti dell’orrore digitale del terzo millennio (come la Llorona, anima in pena nel folklore latino-americano ora famosissima anche sul web), la possessione demonica abbia letteralmente stregato la totalità dell’intrattenimento mediatico. L’indagine della Morton rende qui al fenomeno didascalica giustizia, soffermandosi tanto su serie televisive e reality spettrali da scoprire e riscoprire – vedasi Topper  e Ghost Adventures  – quanto su masterpiece interartistici come lo Shining dell’universo Kingiano e Kubrickiano, o il franchising cinematografico di Amityville Horror, liberamente ispirato al romanzo di J. Ansen e ai fatti realmente accaduti al 112 Ocean Avenue di Long Island, Stati Uniti.

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Il tutto ammiccando anche all’industria musicale e videoludica, con titoli del calibro di Silent Hill, Alone in the Dark e Project Zero (survival horror in cui il giocatore non è equipaggiato della solita pistola d’assalto, ma di una sensibilissima telecamera con cui immortalare fantasmi) e senza tralasciare “piccoli brividi ” da sghignazzare, quali i cammei del fantasmino Casper o il carosello sulla versione giocattolo della tavola Ouija. Se poi, per esigenze di edizione, titoli più recenti come l’Hill House di Flanagan, o l’antologia dell’orrore Lore, sviluppata e narrata dal creatore dell’omonimo podcast, Aaron Mahnke, sono rimaste prive di degna sepoltura, l’attesa per il The Conjuring 3 – Per Ordine del Diavolo diretto da Michael Chaves e per Ghostbusters Legacy di Jason Reitman (ufficialissimo terzo titolo della saga, a poco più di vent’anni dal precedente) già pullula come larva negli appetiti degli appassionati.

Volendo tirare le cuoia, Fantasmi – Una storia di paura si presenta dunque quale autoptica, ed esaustiva, mappatura di un mito sempiterno, destinato a sopravvivere ben oltre gli imparziali affondi dell’oscura mietitrice. Già, perché leggendo i tanti racconti sospirati dalla Morton, tra un sottofondo di Rob Zombie e le innumerevoli distorsioni di cui solo noi esseri umani siamo capaci – dai sacrifici di bambini nelle culture precolombiane all’infinito numero di suicidi nella foresta di Aokigahara – ciò che rimane, fra scetticismo e credenza è, comunque, una percezione di possibilità. D’altronde, conclude con riflessione tombale l’autrice: “Una cosa è certa: la nostra passione per i fantasmi non finirà presto. Nel XXI secolo, nel cuore di una delle più avanzate civiltà che il mondo abbia mai visto, tremiamo ancora all’idea di un amico defunto che torna da chissà quale altro mondo, proprio come facevano i lettori di Gilgameš più di quattromila anni fa. Ne avremo anche paura, ma i fantasmi ci uniscono fornendoci uno dei pochi terreni di condivisione. Solo per questo motivo dovremmo venerarli”. ‘A livella, verrebbe da recitare.

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