Il tema centrale è il racconto del dolore psichico ma, nonostante la serietà del tema, la serie Netflix "Maniac", con la sua ambientazione retrofuturista, risulta sfolgorante: parliamo di una dark comedy piena di personaggi e situazioni umoristiche, picchi drammatici, colori intensi, scenari bislacchi e fantasiosi...

Maniac è la serie dell’autunno e forse dell’anno. È anche la novità più rilevante del 2018 per Netflix che ha mostrato un’insolita oculatezza nello scegliere come regista dello show Cary Fukunaga – già dietro la macchina da presa della serie evento True Detective – e soprattutto come protagonisti due attori sfavillanti come Emma Stone (con i suoi occhi spiritati) e Jonah Hill, una coppia di amici molto affiatata anche nella vita e che sullo schermo funziona alla perfezione.

Ci muoviamo in uno cronotopo piuttosto originale: una New York del futuro (anno 2020) che riflette però un immaginario tecnologico legato agli anni 80: domina l’estetica dell’hardware (al contrario della fissazione per l’impalpabile e invisibile cloud al quale siamo esposti oggi), è ribadita la centralità della macchina che fa sfoggio di sé con continui suoni elettronici, il rumore vitale dei processi in atto al suo interno. Un futuro ambientato nel passato, quindi.

Non è la prima serie che ha un’ambientazione retrofuturista, l’esempio più ovvio è forse Westworld (HBO, 2016) in cui il tema dell’intelligenza artificiale viene innestato nel cuore di un western. Tuttavia in Maniac questa scelta non è soltanto legata alla ricerca di un’atmosfera o di un’energia particolare ma trova la sua ragion d’essere proprio nella storia.

I protagonisti sono due emarginati, vittime di un trauma da cui non riescono a riprendersi e per cui hanno sviluppato delle patologie: Anne (Emma Stone) è dipendente da uno psicofarmaco mentre Owen lotta da sempre con una latente schizofrenia. Decidono – in realtà sono più costretti dalla necessità – di partecipare a una misteriosa sperimentazione farmaceutica che promette di poter risolvere ogni genere di problema legato alla psiche: dalle pene d’amore al disturbo mentale. Il funzionamento di questo trial è piuttosto significativo: prima si assume una pillola (A, che sta per Agonia) il cui effetto principale è far rivivere al paziente il suo ricordo più doloroso. Inoltre con l’assunzione di una seconda pillola (B), la mente diventa porosa e attraverso l’abbassamento dei meccanismi di autodifesa, un computer riesce a riconoscere i nostri punti ciechi, i momenti che rimuoviamo, il trauma originario, l’inizio e la causa di tutti i nostri problemi. Una sorta di psicanalisi condotta da un oggetto e non dal soggetto. Infine la macchina, sulla base degli esperimenti precedenti, crea una terza pillola (C che sta per conforto), in grado di “guarirti”.

Le pillole non sono altro che droghe che conducono i pazienti in viaggi nel proprio inconscio che allo spettatore vengono presentati come salti in altre vite, in altre storie, in altri mondi: ora ci troviamo in una spy story, ora in un fantasy e così via. La serie acquista i contorni di un ipertesto (ma anche un ipergenere) dove la stessa storia si moltiplica in una miriade di microintrecci e viene incorniciata in contesti sempre nuovi. Sebbene indossino identità diverse, infatti, i protagonisti rivivono gli stessi traumi. Attraverso un solido gioco di richiami e simboli, assistiamo alla ripresentazione delle stesse figure legate al passato dei protagonisti (con differenti maschere ma stessa sostanza). La parabola dei personaggi è la storia di una coazione a ripetere, in cui, sotto il mutare delle superfici, torna sempre la stessa lacerazione. In questo caso, la scelta di ambientare la storia in un futuro retrò assume tutto un altro peso. Anne e Owen sono incapaci di andare avanti e sono risucchiati in una spirale temporale. Tutto intorno a loro cambia ma il loro paesaggio interiore rimane immutato, vivono in un passato da cui non riescono a liberarsi.

Nonostante la serietà del tema, la serie risulta sfolgorante. È una dark comedy matta, piena di personaggi e situazioni umoristiche, picchi drammatici, colori intensi, scenari bislacchi e fantasiosi. Il margine del reale è sempre messo in discussione dallo spettatore così come dai suoi protagonisti, uno dei quali viene anche trattato come paziente schizofrenico, incapace quindi di distinguere il piano della finzione da quello della realtà. È uno show che vive di accelerazioni e dilatazioni temporali. Anche il minutaggio dei dieci episodi che la compongono cambia a seconda della storia rappresentata, non è fisso. Pur essendo studiata fino alla maniacalità, risulta incredibilmente fluida. Certo, non è uno show da maratonare ma da godersi con calma, pregustandone ogni cambio di scena, ogni metamorfosi.

Gli spunti e le riflessioni che propone Maniac sono così tante da poterla definire già un cult.

Una delle trovate più geniali è l’introduzione del buddy come sistema di pagamento alternativo. Chi non può permettersi di pagare certi servizi primari (mangiare e muoversi, in primis), può ricorrere al buddy, un vero e proprio testimonial pubblicitario che ti segue per tutto il tempo di erogazione del servizio (siede con te in metropolitana e accanto a te al ristorante), bombardandoti di pubblicità. Un vero e proprio incubo che però ha una forte carica predittiva ed è ben radicata nell’attualità. Pensate al nostro modo di usufruire della Rete: chi può permetterselo accede ad abbonamenti premium, esenti dalle seccature pubblicitarie; chi non può, si deve adeguare ad una pubblicità ossessiva. La nostra attenzione sarà la moneta corrente del futuro.

Il tema forse centrale di Maniac però rimane il racconto del dolore psichico. Il modo in cui viene raccontato il malessere dei due protagonisti è al contempo straziante e irresistibile. Raramente si riesce a trovare una narrazione così empatica dedicata alla solitudine e alla marginalizzazione sociale che deriva dall’essere infelici. Proprio oggi in cui le connessioni sono ubique, sentiamo la necessità di recuperare un’intimità autentica gli uni con gli altri. Maniac è una serie preziosa anche per il modo in cui condanna lo stigma della depressione, l’uso di psicofarmaci e soprattutto l’ossessione per il trattamento di ogni imperfezione umana.

L’AUTRICE – Qui tutti gli articoli e le recensioni di Ilenia Zodiaco per ilLibraio.it

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