Da dove nasce l’avversione dei vampiri per l’aglio? Nel nuovo numero di “L’Integrale” (la rivista-libro di cultura gastonomica di cui proponiamo un estratto), dedicato alla notte, nella sua riflessione Ilaria Gaspari parla di vampiri, interrogandosi, in particolare, sulla loro avversione all’aglio. Tornando indietro fino ai grandi racconti classici, l’autrice ripercorre nomi e associazioni della pianta, che di volta in volta diventa antidoto, amuleto o potenziale veleno…

Nella folla delle creature che popolano il folklore, i vampiri si distinguono per un primato: hanno più fisime loro di tutti gli altri mostri messi insieme. Parassitarie emanazioni di una nullafacente aristocrazia ancien régime che vive di sfruttamento, secondo un’intuizione di Voltaire che Bram Stoker con sincretismo visionario ha traghettato fino a noi, i vampiri abitano isolati castelli o cripte di chiese in cui tradizionalmente venivano sepolti i nobili, e vivono vite costellate di idiosincrasie: e la luce, e gli specchi, e l’argento delle pallottole, e l’acqua santa, e il paletto che dev’essere di frassino, e il sangue fresco da assumere quotidianamente. E, naturalmente, l’aglio; che non tollerano, simili in questo a schiere di umani detrattori del suo aroma pungente e solforato. Solo che per i vampiri non si tratta di una mera questione di gusto: su di loro l’aglio ha un effetto francamente deleterio.

Controfigure orrifiche dei malati di porfiria

Per spiegare l’avversione dei vampiri all’aglio si sono mobilitate schiere di studiosi. Anni fa il biochimico David Dolphin suggerì che le peculiarità dei vampiri – ipersensibilità alla luce, canini sguainati, odio per l’aglio – si chiarissero con l’ipotesi che il folklore li avesse modellati come controfigure orrifiche dei malati di porfiria: patologia rara, che causa fotofobia ed erode le gengive, da cui la rapacità del sorriso vampiresco. Nei malati di porfiria l’aglio ha come effetto collaterale un aumento delle tossine. Questa controversa ipotesi non spiega però come mai i vampiri si nutrano di sangue, e ha un altro punto debole proprio nell’aglio: l’insofferenza dei dentuti aristocratici nei suoi confronti è spia della loro appartenenza non a un’umanissima categoria di malati, ma alla grande famiglia delle creature fantastiche.

Il nome sanscrito dell’aglio, bhutanga, rimanda al potere di uccidere i mostri. La virtù di amuleto che lo accomuna ad altre piante del sottosuolo, sacre agli dei inferi nelle tradizioni precristiane, duplica nella superstizione l’oggettiva presenza di proprietà antisettiche note dall’antichità, che lo fanno comparire nei trattati come una panacea. Erodoto racconta che in Egitto l’aglio fosse somministrato agli schiavi per rafforzarne le difese immunitarie. D’altro canto, si ritenne a lungo che una testa d’aglio al collo proteggesse dal rischio di incappare nelle streghe dirette al gran sabba della notte di San Giovanni. Le proprietà mediche osservate alla luce del sole hanno un sotterraneo contrappunto nella magica efficacia come antidoto.

Antidoto, ma potenzialmente anche veleno…

Somiglia, infatti, alla misteriosa erba moly che il dio Ermes consegna a Ulisse per scongiurare l’effetto del beverone di Circe. Il moly, che nell’Odissea compare come pharmakon, dunque antidoto ma potenzialmente anche veleno, si strappa dalla terra, ha un fiore del colore del latte e un punto scuro alla radice. Teofrasto lo assocerà a un’agliacea che cresce proprio nei luoghi sacri a Ermes. In questo solco, nel Settecento, Linneo diede il nome di allium moly a una varietà di porro. Ma si può credere anche a un’altra versione, suggerita da uno scolio omerico, secondo cui il moly sarebbe solo un’invenzione poetica: nient’altro che una quintessenza di pianta in grado di annientare gli incantesimi. Con radici nell’immaginazione fiabesca, fiorisce nella pragmatica realtà della natura, e sa neutralizzare i mostri e i vampiri che la fantasia collettiva inventa e reinventa dalla notte dei tempi.

L'integrale notte, la copertina

IL NUOVO NUMERO DELLA RIVISTA – L’Integrale (@lintegralerivista) è una rivista-libro di cultura gastronomica, nata nel 2020 grazie al supporto del panificio Davide Longoni ed edita da Iperborea. La rivista punta a ripensare la scrittura di cibo liberandola dalla sola nicchia di appassionati e spaziando tra linguaggi e generi, dal giornalismo alla letteratura. Ogni numero è dedicato a un tema e raccoglie saggi, racconti, reportage, approfondimenti storici e scientifici per esplorare, col pretesto di quello che mangiamo e cuciniamo, storie umane e fatti rilevanti della contemporaneità.

Nato nel 2020, il progetto è arrivato al 13esimo numero, tutto dedicato al tema della notte. L’indagine collettiva portata avanti nei contribuiti esplora l‘universo notturno, un mondo “che occupa circa un terzo delle nostre vite eppure trattiene qualcosa di esotico, la sensazione di un viaggio che continuiamo a fare senza capirlo mai del tutto“.

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Cosa succede in un bar quando è già domani ma non è ancora mattino? Chi c’è nei forni e nelle barche da pesca prima dell’alba? Come ci trasformano i cocktail? Che sapore ha il cibo, quando lo mangiamo al buio? Queste sono alcuni dei temi trattati nei contribuiti della rivista, che raccoglie le firme di Arianna Giorgia Bonazzi, Fabio Deotto, Isaia Invernizzi, Tommaso Melilli, Arianna Montanari, Francesco Pacifico, Angelo Pannofino, Marco Rossari e Giulia Scomazzon. Le rubriche sono a cura di Fontanesi, Ilaria Gaspari, Davide Longoni, Livia Satriano e Irene Soave. I pezzi sono come sempre accompagnati dai disegni di Gianluca Cannizzo e da immagini e foto originali di Alessio Cancellieri.

L’AUTRICE DELLA RIFLESSIONE TRATTA DA L’INTEGRALE CHE OSPITIAMO – Ilaria Gaspari, scrittrice, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Dal 2015 collaboratrice di ilLibraio.it, scrive per diverse testate e collabora con radio, tv e scuole di scrittura. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno), Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi) e, sempre con Einaudi, Vita segreta delle emozioni. Nel 2022 per Giulio Perrone editore è uscito A Berlino – Con Ingeborg Bachmann nella città divisa. Con Emons, (e con il sostegno dell’Institut Français Italia), sempre nel 2022, ha curato e condotto il podcast Chez Proust. Per la collana digitale Quanti di Einaudi ha inoltre pubblicato il saggio breve Cenerentole e sorellastre – Una botanica della bellezza. Guanda a marzo 2024 ha pubblicato il suo secondo romanzo, La reputazione, in cui la scrittrice affronta temi stringenti della nostra contemporaneità. Nel 2025 è tornata in libreria con il racconto lungo L’hotel del tempo perso – Non rubare, un giallo a tinte filosofiche che omaggia Agatha Christie e le sue atmosfere, nell’ambito di una nuova collana Rizzoli ispirata ai dieci comandamenti.

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