In cosa risiede l’unicità della narrativa breve? È questa la domanda intorno a cui ruotano le lezioni e i saggi confluiti ne “La voce solitaria”, un caposaldo della riflessione sulla short story apparso nel 1963 e tradotto adesso anche in Italia, in cui lo scrittore e critico irlandese Frank O’Connor prova a definirne approcci, peculiarità e regole espressive, rivendicando l’autonomia del racconto rispetto alla novella e al romanzo. Tra preziosi spunti di lettura e di scrittura, e altrettanti esempi legati alle opere di Anton Čechov, Ernest Hemingway, Guy de Maupassant, Katherine Mansfield e…
C’è un curioso filo rosso che unisce Blaise Pascal a Nikolaj V. Gogol’ dal 1963, anno in cui l’autore e critico irlandese Frank O’Connor (1903-1966) dà alle stampe a Cleveland La voce solitaria, una raccolta di saggi e lezioni sul racconto unica nel suo genere, che grazie alla casa editrice Racconti edizioni arriva ora in Italia nella traduzione di Stefano Friani.
“Il silenzio eterno di questi spazi infiniti m’atterrisce“, annotava infatti Pascal nei suoi Pensieri.
Frase che, oltre a fare da epigrafe al testo di O’Connor, quest’ultimo associa alla possibilità della narrativa breve di tratteggiare l'”intensa consapevolezza della solitudine umana“, come a suo dire accadrebbe nell’opera capostipite delle short story moderne: Il cappotto di Gogol’.
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La voce solitaria di chi non scrive romanzi

Un parallelismo suggestivo, che per O’Connor diventa il parametro di riferimento in base al quale analizzare i testi di alcune delle più autorevoli personalità associate alla forma del racconto.
Scopriamo così la sua ammirazione per Ernest Hemingway, D. H. Lawrence e Anton P. Čechov, a suo avviso “un narratore puro e semplice”, mentre parole meno lusinghiere vengono riservate a Guy de Maupassant, Rudyard Kipling e Katherine Mansfield.
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O meglio: va da sé che in senso lato siano tutti dei prosatori di cui O’Connor riconosce e contestualizza il talento (peraltro con una stima e un’onestà intellettuale quasi solo d’altri tempi), anche se non sempre il loro approccio alla scrittura potrebbe averli portati a fare di una storia un buon racconto.
Del resto, parliamo di una forma espressiva scambiata spesso per una variante semplificata della narrativa lunga, se non addirittura preliminare e funzionale solo a chi intende poi cimentarsi con esperimenti più “articolati” – e che è comprensibile non sia stata messa ben a fuoco nemmeno da certi addetti ai lavori.
Il metodo O’Connor…
L’obiettivo dello scrittore, saggista e uomo di teatro di Cork consiste quindi nel colmare questo vuoto epistemologico, offrendoci una teoria applicata della short story in cui si tenga invece conto delle peculiarità strutturali che la distinguono dal romanzo, dalla novella e dalla novelette.
Fra queste spicca il suo potere drammaturgico di mettere in scena dei personaggi simbolici e che vagabondano spesso “ai margini della società”, calati in un contesto “che non offre obiettivi e risposte” e nei quali è volutamente improponibile identificarsi fino in fondo.
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Per non parlare dell’incapacità della forma breve di rappresentare la “totalità della vita” – non per qualche motivo legato alla sua lunghezza, di cui anzi vengono qui smentite varie convinzioni popolari, ma perché cimentarsi con un racconto costringe chi lo scrive a “selezionare un punto” solo, e piccolo come un chicco d’uva, da cui spremere il succo dell’esperienza umana.
Un’operazione tutt’altro che semplice, dunque, per brillare nella quale vanno banditi inciampi, sbavature, piedi sul freno e sentimentalismi, a dispetto di quanto a volte concede (e favorisce) la stesura di altre opere di fiction.
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…fra meriti e limiti
Da questo punto di vista La voce solitaria ha perciò il pregio di aver imbastito un impianto normativo da cui approntare finalmente un canone dei racconti moderni e contemporanei, anche se nel suo insieme rimane un lavoro tanto affascinante quanto disorganico.
Per ammissione stessa del suo autore, infatti, il testo trascura diverse aree di quel mondo occidentale che stava mirando a scandagliare: dalla Germania al Portogallo e all’Italia, passando in buona misura anche per la Spagna e la Francia.
Presente invece l’Irlanda, benché il capitolo che le viene dedicato, così come gran parte del volume, prenda in esame delle voci quasi solo maschili – un po’ perché O’Connor è legittimamente figlio della sua epoca, e un po’ perché non erano ancora così numerose le scrittrici di short stories che avevano potuto affermarsi a livello mondiale.
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Sarà questa una delle ragioni per cui finora La voce solitaria ha contribuito solo in parte a restituire alla forma breve e ai suoi singoli “raccontatori” l’autonomia, la dignità e lo spazio che avrebbero meritato nel dibattito internazionale?
Quale che sia la risposta, la speranza è che il suo ritorno in libreria incoraggi adesso una riflessione più consapevole sull’argomento, sensibilizzando se possibile una nuova generazione non solo di lettrici e lettori, ma soprattutto di autrici e autori di racconti.
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D’altronde, l’epilogo del libro è dedicato proprio allo scrigno di consigli condivisi da O’Connor con i suoi studenti appassionati di scrittura, che spronava ad affrancarsi dai modelli precedenti e dalla tentazione del “bello scrivere“, per allenarsi a riferire con voce propria non più di quello che entrerebbe sul retro di una cartolina.
Per rispetto di chi, come noi, potrà approcciarsi alla storia di turno nella sua versione più concentrata, sì, ma specialmente in virtù del fatto che “in questo mondo imperfetto è il massimo grado di approssimazione a cui possiamo giungere per avvicinarci ai piaceri degli immortali“.
Parola di un vero maestro della brevitas.
Letture originali da proporre in classe, approfondimenti, news e percorsi ragionati rivolti ad adolescenti.




