“Possiamo riprodurre quasi tutto, artificialmente, ma non l’amore, che sembra passato di moda…”: Elisa del Mese si racconta in occasione dell’uscita del suo primo romanzo, “Diffidare delle cucine pulite”, la storia di “un grande amore”: “Un libro non solo un po’ autobiografico”, ma anche “totalmente autoconsolatorio”. In anni in cui si parla molto di “relazionitossiche” e “narcisistipatologici”, per l’autrice “sono tempi tristi per l’amore…”

Vi viene in mente un sinonimo di amore? Evidentemente no, perché non esiste. Scavando dentro questa parola, sporzionandola e guardandoci dentro come fosse una scatola, potrebbero esserci sinonimi di alcune accezioni d’amore: cura, desiderio, interesse, attenzione. L’unica alternativa a cui penso io per riassumere il concetto è infinito variabile.

Il mio primo romanzo, Diffidare delle cucine pulite*, è la storia di un grande amore. Quando dici alle persone che uscirà il tuo romanzo, il primo, le domande che ti fanno sono sempre le stesse: quanto c’hai messo per scriverlo? Un anno, rispondi tu, ma la risposta giusta sono trentotto, di anni. Perché questo libro raccoglie come una lunghissima fioritura tutto quello che penso, vedo, credo, amo, desidero, temo.

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Mi sa che l’amore sta tornando a essere originale

Poi ti chiedono e di cosa parla, il tuo primo libro? E tu dici d’amore, e la risposta che non danno ma pensano perché tendenzialmente c’è un po’ di grazia quando si parla di creatività, è mmm, originale, wow, l’amore, ancora? E tu pensi: invece sì, mi sa che l’amore sta tornando a essere originale. Perché sono tempi tristi per l’amore. Non solo per il dilagare di guerre e odio, per cui oggi arretrerebbe forse anche Berlusconi nel promuovere il suo celebre slogan (“L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”), ma anche per questa indigestione diffusa di match, di like, di tag, di views, di follow, di click, di lol; questo continuo ricorrere a espressioni sgraziate e mortificanti come redflag, malesseri, questo abuso incessante di relazionitossiche e narcisistipatologici tutt’attaccato.

Ecco, tutto ciò andrebbe forse anche bene se fosse un gioco di società, un safari antropologico in cui studiare gli esseri umani in (dis)connessione tra loro: ma l’abbaglio condiviso è che in un lessico dozzinale e comune questo sta diventando sinonimo di amore.

Ma sta fallendo, evidentemente: ed è con questo fallimento, con il tentativo di trattare l’amore come un gigantesco supermercato di esseri umani, dove recarti stanco e di corsa, e chiedere 1/3 di passionalità, 2/3 di pazienza, 3/3 di altezza è davvero la sola redflag con cui la mia generazione e le successive devono fare i conti.

L’amore non è misurabile, non è giusto, non è prevedibile, non arriva puntuale con la doppia spunta blu; l’amore è fatale, è misterioso, è insondabile, involontario, talvolta proibito, spesso sofferente.

Soprattutto è raro. E questa rarità, quest’idea dell’irriproducibilità tecnica è un concetto che questa società fa molta fatica ad accettare e per questo rischiamo di confonderci con versioni tarocche dell’amore, copie scontate a buon mercato che durano poco, falliscono: falliscono continuamente.

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Possiamo riprodurre quasi tutto, artificialmente, ma non l’amore

Perché possiamo riprodurre quasi tutto, artificialmente, ma non l’amore. Perfino il genio della lampada di Aladino solo tre cose non poteva fare: uccidere, far risorgere e far innamorare qualcuno di noi.

Il mio romanzo parla di quando l’amore succede: racconta quando qualcosa di sconvolgente inizia e quando qualcosa di devastante finisce. Di quando una relazione felice esiste sul serio e di quando il suo vuoto triste ti schiaffeggia i giorni rivelandoti la tua inutilità.

Il mio romanzo declina i tempi dell’amore e lo fa combinandoli insieme, senza cronologia, in una serie di frammenti che arrivano ognuno da uno spazio verbale specifico per scrivere una trama in cui è evidente che inizio e fine di un amore si somigliano nel loro sconquassarti, mentre il tempo a due c’entra così poco con quello da soli.

Bernardo e Beatrice sono i nomi dei protagonisti: due persone che dovevano incontrarsi per forza anche se sulle APP di dating non avrebbero mai matchato.

Perché il loro rapporto non è giusto, non è maturo, si rivela senza futuro (tempo totalmente assente dal mio libro) ma regala una grandezza che doveva esistere nelle loro vite. Quella del grande amore.

Ma si può cercare qualcosa di grande? No. Non si può. Purtroppo non si può.

Perché il grande fa tutto da solo, non chiede permesso, non si accorda ai like, non cerca compatibilità: trova direttamente il senso, se ti trova.

Il mio libro non è assolutamente un’apologia degli amori disfunzionali e infelici e che vanno curati e trattati come tali: il mio libro è un inno al coraggio dei sentimenti, è un invito un po’ sfacciato a guardare l’altro che ci incanta e non solo l’altro che ci convalida, guardare chi parla a tutti i nostri sensi e chiedersi: perché tu mi risuoni così, dentro? Chi sei tu, chi sono io?

“Ma quindi è autobiografico il tuo libro?

Infine ti chiedono, ma quindi è autobiografico il tuo libro? E tu sorridi perché pensi se a trentotto anni scrivendo d’amore non prendessi dalla tua storia avresti avuto proprio una vita senza emozioni!

E dici: un po’ sì e un po’ no.

Ma la risposta vera è che non è solo un po’ autobiografico, il mio libro è stato totalmente autoconsolatorio.

Nel periodo che l’ho scritto avevo solo una certezza: quella che l’amore non ci fosse più. C’erano amici straordinari, alcuni capaci di candidarsi al medesimo campionato dell’amore, ci sono stati incontri divertenti, una famiglia impegnativa, trame surreali, perfino un paio di passioni, ma l’amore non c’era più: quell’infinito variabile si era dissipato dai miei giorni in maniera inconfondibile.

Scrivo da sempre, dunque le parole per me sono l’unica esperienza che può sostituirsi alla vita ed è per questo che ho provato a scrivere d’amore, “anche se si fa ridere” come cantava Vecchioni, per ritrovare la grandezza in un’altra forma.

L’ultima domanda, quella che ti fa di solito chi un po’ di editoria e contenuti ne capisce, è: ma che ti aspetti, adesso, dal tuo primo libro? Io sorrido e penso e qualche volta lo dico: che per chi lo legge l’amore, quello che non ha sinonimi, torni un po’ di moda.

Diffidare dalle cucine pulite Storia di un grande amore Elisa del Mese

L’AUTRICE* – Elisa del Mese al debutto per Bompiani con il romanzo Diffidare delle cucine pulite – Storia di un grande amore, da sempre lavora con le parole: si è occupata dei programmi Io, Chiara e l’Oscuro di Chiara Gamberale, Le parole della settimana di Massimo Gramellini, Da noi a ruota libera di Francesca Fialdini e Caterpillar AM di Filippo Solibello. Ha ideato e scritto il podcast Tre Desideri, collaborato al cult Gli Slegati ed è da poco uscito Madeleine, il suo videopodcast sugli chef stellati.

del Mese, che collabora con Chora Media, Vois, Mare Culturale Urbano e Lidia dice, è all’esordio nella narrativa con il racconto della storia di Beatrice, che ha trent’anni meno di Bernardo, quando lo incontra.

Beatrice e Bernardo sono molto diversi: lei un fiume in piena di parole e paure, lui una diga sicura della propria forza. Persone come loro sono destinate a infrangersi senza mai toccarsi davvero, e invece Beatrice e Bernardo non possono fare a meno di perdersi l’uno dentro l’altra. Fino a quando, però, Bernardo decide di andarsene senza spiegazioni, e senza voltarsi indietro, lasciando Beatrice naufraga in un mare di ricordi e di domande.

Diffidare delle cucine pulite comincia dalla fine, da una scatola a cui i due innamorati avevano affidato il loro “Archivio per la vecchiaia”, fatto dei ricordi più luminosi attraverso cui misurare la vita trascorsa, a tempo debito. Ma come si misura il tempo quando non c’è più l’amore?

Leggendo il libro, infatti, ci si chiede se esiste davvero l’amore maturo, o se, in fondo, ogni grande amore ha una radice infantile, istintiva, che nulla ha a che vedere con la maturità e tutto, invece, con il perdere l’equilibrio…

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Fotografia header: Elisa del Mese nella foto di Lorenzo Turrioni.

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