Dopo la reunion dei CCCP, tocca a quella dei C.S.I. Un’occasione per riascoltare canzoni che hanno fatto la storia della musica d’autore italiana e del rock nostrano. “Ko de Mondo”, “Linea Gotica” e “Tabula Rasa Elettrificata” sono tre dischi in cui i brani che hanno retto la prova del tempo abbondano. E se i CCCP stavano dalla parte dell’acciaio e del cemento sovietico (un gioco retorico volto a rendere più evidente la contrapposizione a un capitalismo fatto di plastica e lustrini), con i C.S.I. la critica al mondo occidentale si fa ancora più concreta… – Un viaggio nei testi e nella storia di una band di culto

Ci eravamo lasciati con un bacio. A novembre 2022, una foto dei CCCPFerretti, Zamboni, Annarella e Fatur – ci aveva fatto sognare. Fummo ammoniti: nessun revival, nessun concerto nostalgia, ma la partecipazione dei nostri al docufilm Kissing Gorbaciov, a raccontare quell’assurdo scambio culturale che vide gruppi rock come CCCP e Litfiba esibirsi tra Mosca e Leningrado e gruppi sovietici fare altrettanto nel Salento.

In corso d’opera, è successo quello che molti speravamo: la scintilla si è riaccesa.

Quest’anno il Consorzio Suonatori Indipendenti si esibirà in un tour che li porterà da Marzabotto a Catania, permettendoci finalmente di ascoltare (o ri-ascoltare) dal vivo i loro brani.

cccp

I CCCP

Un’occasione per recuperare un vero e proprio pezzo di storia (a questo proposito consigliamo il documentario di Cristiano Lucidi su YouTube), di cui vale la pena riesplorare il percorso, dagli esordi fiduciosi al successo inaspettato, fino al punto di rottura.

Secondo capitolo della saga CCCP, ancora una volta uno dei maggiori contributi alla musica rock italiana, un gruppo che ha vissuto lo spazio di un decennio per poi sciogliersi, forse per le divergenze artistiche, forse per le troppe aspettative.

I C.S.I., nati con Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni dalle ceneri dei CCCP, avevano cominciato a sfaldarsi già durante la loro ultima tournée.

Nel loro M’importa ‘na sega tour si esibiscono in oltre cinquanta date, tutte sold out, ma qualcosa in corso d’opera si inceppa, la popolarità cresce, e intorno al gruppo si gonfia una “cappa di misticismo” sempre più claustrofobica.

L’ingresso lucidato del mainstream sa infatti essere scivoloso: i primi due album, Ko de Mondo e Linea Gotica, vendono bene ma non benissimo. Ma con il loro ultimo disco, Tabula Rasa Elettrificata, nel 1997 superano nelle classifiche gli Oasis – anche se solo per una settimana.

A rompere l’equilibrio, già precario, una notizia inaspettata: Ferretti riceve l’agognato visto per la Mongolia. I concerti vengono bloccati, la tournée di Linea Gotica si ferma. Con Giovanni partirà solo Zamboni, insieme quasi seimila chilometri attraverso la Transiberiana di spazi aperti, enormi, sconfinati, “dove il cielo è pieno di aquile e la terra è piena di animali”.

Il sogno di Giovanni, fin da bambino, ma un luogo che aveva sempre esercitato un grande fascinazione anche su Massimo. Dall’esperienza dei due, tra le altre cose, i libri In Mongolia in retromarcia e l’ultimo e terzo album, Tabula Rasa Elettrificata, “forse l’unico disco rock nella storia dei CCCP/C.S.I.”.

Ko De Mondo Consorzio Suonatori Indipendenti

I soviet più l’elettricità non fanno il comunismo

Non c’è un’epica alla base di Tabula Rasa, ma “voglia di vuoto”.

Il titolo è polivalente: l’acronimo TRE ci indica che siamo giunti al terzo album; per esteso, la rappresentazione di landa enorme, tutta pianure, puntellata da pericolanti pali della luce, fatiscenti memento del fallimento non solo dell’elettrificazione di quelle terre indomabili, anche del progetto comunista nella sua interezza. I CCCP stavano dalla parte dell’acciaio e del cemento sovietico (ma era un gioco retorico volto a rendere evidente la contrapposizione a un capitalismo fatto di plastica e lustrini); con i C.S.I., la critica al mondo occidentale si fa ancora più presente, e dichiaratamente calata in episodi concreti.

Sogno tecnologico bolscevico
Atea mistica meccanica
Macchina automatica, no anima
Ecco la Terra in permanente rivoluzione
Ridotta imbelle sterile igienica
Una unità di produzione

Un disco più accessibile degli altri, con chitarre più o meno distorte in prima linea e batterie ad accompagnare: un disco che non ha l’innocenza del primo album e la cupezza del secondo (cfr. Luca Bernini), e a cui non manca, secondo gli autori, un po’ di cattivo di gusto.

Si avvicina però la fine dell’avventura, Ferretti e Zamboni non vanno più d’accordo, ma non solo loro: all’ultimo concerto, a Cuneo, i membri arrivano ciascuno con la propria auto, come se non ne potessero più l’uno dell’altro. La notorietà pesa, l’ombra del successo è un macigno.

Il capolinea, in Bosnia Erzegovina.

“I CSI sono finiti nella ex Jugoslavia”, raccontò Ferretti anni dopo, “quando abbiamo suonato a Mostar. Nello Stadio usato come campo di concentramento abbiamo in qualche modo valicato il limite tra la musica e la vita”.

L’anno seguente Giovanni e Massimo tornano a Berlino, per guardarsi in faccia dove tutto era cominciato, ma scoprono un “Muro grigio”, alto e invalicabile, tra di loro.

Cioè che deve accadere, accade

Ci sono voluti più di vent’anni, ma quel muro si è incrinato, non ha potuto resistere all’effetto nostalgia nel ricordare quegli incredibili concerti nell’Ex Unione Sovietica

“Hanno allestito un tendone e proiettato il video di Emilia paranoica a gran volume, che avevamo suonato a Melpignano nel 1985. Mi sono reso conto che eravamo bellissimi”, racconterà a Rolling Stone Ferretti.

Dobbiamo alla potenza della nostalgia i concerti targati CCCP dell’anno scorso e il tour C.S.I. – In viaggio di questa stagione. Il Consorzio rappresenta, per certi versi, un’evoluzione verso sonorità meno allucinate rispetto al gruppo predecessore, e una vocazione sociale meno sloganistica, più evocativa.

I germi del cambiamento erano già al lavoro dopo quei concerti sovietici che convinsero Ferretti di aver condotto i CCCP all’apoteosi: un capolinea dopo il quale non sarebbe rimasto più nulla da dire, più niente da dare.

Ma è proprio nel viaggio di rientro verso l’Italia che Giovanni e Massimo conosceranno Gianni Maroccolo, già bassista dei Litfiba, che insieme ad altri componenti del gruppo – il tastierista Francesco Magnelli, il batterista Ringo De Palma e il fonico (poi alle chitarre) Giorgio Canali – formerà il cosiddetto “nucleo toscano” che confluirà nei C.S.I. insieme a quello emiliano (Ferretti e Zamboni), collaborando già a Epica Etica Etnica Pathos, ultimo album dei CCCP.

Un disco forse già profetico nel suo essere ammorbidito, meno selvaggio e meno straziato, con musiche più asciutte, poche sovraincisioni e privo del “piglio comiziante del passato”. Annarella e Fatur non saranno presenti.

“Tutto lo sporco degli anni ’90 con la tecnologia dei ’70. […] Più o meno inconsapevolmente e senza rendercene conto, in quel momento cominciavano a prendere vita i CSI” Gianni Maroccolo (cfr “Csi c’è stato un tempo il mondo p.23, 24)

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Linea Gotica C.S.I.

La fine del mondo

Gli albori ufficiali dei C.S.I. risalgono al settembre 1993 con Maciste contro Tutti, l’esibizione dal vivo insieme ai Disciplinatha e agli Üstmamò degli “ex CCCP”. Sarà solo in una delle otto tappe del minitour che ne seguirà che Ferretti proclamerà per la prima volta l’esistenza del Consorzio Suonatori Indipendenti.

Il nome del gruppo, sigla continuista per “coincidenza curiosa” (cfr. Ferretti, dal libro Quello che deve accadere, accade di Michele Rossi, pagina 78), non può che riportare alla mente i cambiamenti in atto nell’ex Unione Sovietica. Come infatti il precedente nome faceva riferimento alla sigla in cirillico dell’Unione Sovietica, così questo fa riferimento alla Comunità degli Stati Indipendenti che aveva preso il posto dell’U.R.S.S.

Nel 1994, dunque, i C.S.I. sono nati, e vogliono fare il loro primo disco da soli, in Bretagna.

Ko de Mondo nasce così, arrangiato in pochissimi mesi in un casale a Finistère, in un promontorio sopra il Mar Celtico, “una scogliera aspra e scabra che si inabissa nella punta più estrema d’Europa”. Il programma, attendere che le cose accadano: in modo fluido, senza frizioni, nella fiduciosa consapevolezza che tutto sarebbe successo perché “doveva accadere”.

Ko de Mondo da Codemondo, paese in provincia di Reggio Emilia, capo del mondo. Ma anche, K.O. del mondo, “il mondo occidentale al tappeto”.

E così, non a caso, è Finestere, finis terrae: la terra finisce, un’epoca si chiude. Qualcosa di nuovo può nascere.

In copertina, un primissimo piano di Ferretti di Claudio Martinez, due occhi scuri che si stagliano nel bianco latteo. Il titolo è in un lettering antico, amanuense “immaginai un mondo barbarico, di sangue e battaglie”, ne dirà l’autore Diego Cuoghi.

L’album sembra voler prendere le distanze dalle atmosfere e dallo stile dei CCCP: un disco minimale, alla base la precisa scelta artistica di puntare a una essenzialità lontana da quell’epicità esagerata di Epica Etica Etnica Pathos (cfr Maroccolo, il Mucchio, 1994).

È lasciando andare il vecchio che si abbraccia il nuovo, è demolendo che si può costruire: la canzone di apertura A Tratti, chiede di dimenticare, di ridimensionare, di abbracciare quello che verrà.

Non fare di me un idolo mi brucerò,
se divento un megafono m’incepperò

“Quei versi”, dirà Ferretti, “servivano proprio a mettere subito le carte in tavola: io non rappresento coloro che vorrebbero essere rappresentati da me. Il rapporto fra palco e pubblico è complicato, io non lo so risolvere”.

Il respiro si fa poi più ampio, e dalle riflessioni più intimiste abbraccia con canzoni come Occidente e Del Mondo, riferimenti alla situazione storico politica del tempo, in particolare al conflitto jugoslavo. Del Mondo è dolcezza, sangue, ninna nanna, violenza e carezze nel ricordare un mondo che non c’è più, un Novecento che “splendeva e pretendeva molto”, contrapposto a un nuovo secolo già vecchio, intriso di sangue. Una canzone tristemente attuale sull’orrore, incomprensibile, della guerra.

È stato un tempo, il mondo, giovane e forte
Odorante di sangue fertile
Dimora della carne, riserva di calore
Sapore e familiare odore
Il nostro mondo è adesso debole e vecchio
Puzza il sangue versato, è infetto

Il testo del brano, la sua poetica, è molto diversa da Pankow, dal Patto di Varsavia, dai farmaci e dalle sirene d’allarme a ci avevano abituato i CCCP. Il dilatato tempo bretone è occasione di nuove letture, e si vede: Giovanni ha con sé Non ora non qui, che gli farà cambiare idea su Erri De Luca, nel quale troverà anzi una scrittura affine. Lo accompegneranno anche Simon Weil, “sublime in un tempo in cui tutto tendeva alla carneficina”, con la sua scrittura complessa e sofisticata nel suo fare della forma sostanza, e Marguerite Yourcenar, la più amata, dal colpo di fulmine di Care Memorie e Archivi del Nord a Opera al nero, apprezzata solo dopo parecchi anni.

Infine, Sergio Quinzio, teologo ed esegeta biblico italiano, così pervaso della dimensione del sacro da aver aiutato Ferretti a rendersi conto di essersi “costruito moderno”, pur essendo profondamente arcaico. E di questo sguardo arcaico, antico, è intrisa la poetica di Ko De Mondo e del live album In Quiete, uscito lo stesso anno. I musicisti sono disposti in cerchio, scelta inconsueta, concreta manifestazione della ricerca soprattutto di Ferretti di una dimensione raccolta, di riflessione, intima. Unico brano inedito, Inquieto.

Un piccolo miracolo, la definirà Maroccolo: “Nella soffitta di Giovanni, una tastierina e un’acustica, parole che arrivano quasi subito”. Introdotta intimamente da un piano una chitarra quasi timida, cresce accompagnata dalla voce di Ginevra di Marco, il testo è poetica antica.

Memorie e passi d’altri ch’io calpesto
su stanchezze di secoli in alterna cadenza gioia che riannoda dolore che inchioda
Terre battute dai venti infoiati dai monti sereno incanto splendente di sole e di bianco Inquieto

A seguire Memorie di una testa tagliata, più di dieci minuti di sussurro rassegnato e urla stanche, ritmo lento e assoli di piano, il testo un chiaro riferimento alla situazione slava.

In basso
In fondo, giù
La mia testa tagliata
Porge uno sguardo fisso Immutabile ormai
Sguardo compassionevole

Gli artisti non hanno però dimenticato come usare batteria e chitarre aggressive, che entrano a gamba tesa in Stati di agitazione, un ritmo concitato che ci ricorda quali sono le radici dei Csi. Il ritmo si rallenta con Palpitazione tenue, seguono poi canzoni del repertorio dei CCCP, come And the Radio plays e l’iconica Io sto bene, oltre alla cover di Lieve, cara a Ferretti, di un gruppo ancora sconosciuto: i Marlene Kuntz.

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Questo il suono del nostro tempo, per quanto detestabile possa essere questo tempo e questo suono

Nell’aprile 1995 i C.S.I. terranno un concerto a Correggio per l’anniversario della Liberazione, occasione di riflessione sul tema della Resistenza, che getterà le basi per l’uscita l’anno seguente di Linea Gotica.

La copertina, bellissima, introduce ogni cosa. Sulle vetrate colorate della cattedrale di Saint Denis brucia la biblioteca nazionale di Sarajevo bombardata. La Linea gotica tagliava l’Italia in due, barricata tedesca dal Tirreno all’Adriatico a frenare l’avanzata degli Alleati. Il parallelismo tra storia italiana e balcanica è evidente: il tifo è per la Resistenza.

A Sarajevo, al suo orribile assedio, è dedicata in apertura Cupe Vampe, con l’agrodolce intreccio di chitarre e violini.

Cupe vampe, livide stanze
Occhio cecchino etnico assassino
Alto il sole, sete e sudore
Piena la luna, nessuna fortuna

La canzone che da il titolo all’album parla invece di un conflitto nostrano, l’occupazione nazista della città di Alba, citando profusamente Fenoglio a partire dall’incipit de I ventitré giorni di Alba e, con una punta di orgoglio, la (sua) piccola patria che dietro la linea gotica “sa scegliersi la parte”. È a due partigiani della regione, uno comunista e uno cattolico, che Ferretti dedicherà l’album (Il “Comandante Diavolo” Germano Nicolini e “il Monaco Obbediente” Giuseppe Dossetti).

Alba la presero in duemila il dieci ottobre
E la persero in duecento il due novembre dell’anno 1944
Anche la disperazione impone dei doveri
E l’infelicità può essere preziosa

Chiari riferimenti alla Resistenza anche in Irata, dove viene citata la raccolta Poesia a Casarsa di Pier Paolo Pasolini:

Oggi è domenica, domani si muore
Oggi mi vesto di seta e candore

L’elemento religioso, o meglio spirituale, si manifesta in quella che sembra una ricerca di intimità costante per tutto l’album: i BPM sono rallentati, la batteria silenziosa, le tastiere vogliono diventare un organo; le chitarre ci sono – non potrebbero non esserci in quello che Ferretti presenta come “un disco di chitarre elettrificate” – ma sono distorte, drammatiche, solenni, accompagnano una voce sostanzialmente uniforme ma profonda, a tratti austera, quasi sacrale. Meraviglioso esempio la cover di E ti vengo a cercare, che vide la partecipazione dello stesso Franco Battiato e di Marco Parente come batterista.

Tabula Rasa Elettrificata C.S.I.

Viaggiano i viandanti viaggiano i perdenti, più adatti ai mutamenti

Questo sodalizio di Suonatori Indipendenti è durato dieci anni, seguendo un moto ondoso che ha portato alla genesi di tre album in studio. Dalla voglia di ricominciare, riuniti su un mare gelido ai confini della terra, seminando e lasciando germogliare naturalmente ciò che fiorirà in Ko De Mondo, all’immersione, sempre più giù, nelle profondità sacrali intime e collettive di Linea Gotica, per poi riemergere sugli spazi sconfinati di Tabula Rasa Elettrificata, quel disco che Battiato definì apocalittico, una rivelazione distruttiva, a cui i C.S.I stessi non hanno retto.

Sono passati trent’anni esatti da quel viaggio in Mongolia, tappa che abbiamo tutti ritenuto conclusiva. Ma il titolo del nuovo tour, In Viaggio, suggerisce che la storia, davanti a noi, sia ancora aperta.

Basta sorridere per veder scorrere la vita a ritroso
Giovanni Lindo Ferretti, Barbarico (2013)

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Fotografia header: C.S.I. (dalla pagina Instagram di Gianni Maroccolo)

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