La poetessa austriaca Ingeborg Bachmann e l’autore svizzero Max Frisch, due intellettuali di spicco del ‘900 mitteleuropeo, si amarono e si ferirono con la stessa intensità con cui (si) scrivevano. E a testimoniarlo sono quasi trecento delle lettere che si scambiarono tra gli anni ’50 e ’60: nessuno dei due voleva che venissero pubblicate, anche se ora, con il benestare dei rispettivi eredi, sono confluite per la prima volta nel volume “Non siamo stati bravi”. Una testimonianza di grande valore documentario, in grado di far luce su una storia avvolta per troppo tempo nel mito e nelle dicerie, e a cui adesso viene restituita tutta la sua fragile e ineluttabile umanità…
Tredici anni di differenza tra lei e lui, quattro di relazione febbrile, 298 lettere recuperate dal loro scambio epistolare. Se l’amore si potesse misurare, sarebbero questi i numeri chiave del rapporto che, tra gli anni ’50 e ’60, legò la poetessa e scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann (1926-1973) all’autore e architetto svizzero Max Frisch (1911-1991).
Insieme a quella fatidica data, il 9 giugno 1958, in cui Bachmann rispose ai complimenti di Frisch sul radiodramma Il buon Dio di Manhattan, lanciando il sasso che avrebbe portato al loro primo incontro e innescato un travolgente carteggio fra i due, raccolto ora per la prima volta nel volume Non siamo stati bravi (Feltrinelli, traduzione di Cristina Vezzaro ed Emilia Benghi).
Né lei né lui volevano che la corrispondenza venisse pubblicata
Molte lettere scritte da Frisch sono andate perdute, probabilmente per scelta di Bachmann, e né lei né lui volevano che la loro corrispondenza venisse data alle stampe – anche se adesso, per volontà dei loro eredi, è possibile osservare più da vicino le dinamiche di una liaison diventata leggendaria nell’entourage dei due grandi intellettuali, e su cui è stata formulata ogni sorta di illazione…
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Non siamo stati bravi, dall’inizio alla fine

A insistere affinché tra di loro si rompessero gli indugi fu Bachmann, che di recente aveva ripreso a scriversi con il poeta Paul Celan, con il quale aveva avuto dei trascorsi sentimentali; mentre Frisch – che all’epoca era sposato e che avrebbe divorziato poco dopo – titubava, convinto com’era che il loro trasporto avrebbe finito per distruggerli.
“Che saremmo una sventura l’uno per l’altra naturalmente non voglio crederlo, perché mai?”, gli avrebbe scritto lei di rimando, “perché non dovremmo avere grandi possibilità?, lo sai anche tu”.

Ingeborg Bachmann (nella foto di Otto Breicha, via Getty Images), membro del Gruppo 47 e passata alla storia per aver fuso nei suoi testi i temi cari all’esistenzialismo, la filosofia del linguaggio e la critica sociale. Tra le sue opere ricordiamo “Malina”, “Tre sentieri per il lago”, “Il trentesimo anno”, “Invocazione all’Orsa Maggiore” e “Il libro Franza”.
E di fatto di possibilità ne ebbero molte, sia di convivere sia di gestire la relazione aperta che suggellarono con il “patto di Venezia”, mentre intanto viaggiavano da soli per il mondo (soggiornando spesso in Italia, tra Roma e Napoli) o incorrevano in malesseri fisici e interiori seri e invalidanti (Bachmann avrebbe preso ad assumere psicofarmaci fino alla morte).
Eppure, Frisch aveva ragione. E sarebbe tornato sull’argomento il 2 luglio 1963:
Roma con 34 gradi. Sentimenti? Tristezza, rimorso, amarezza, vergogna. Ho pianto. Ti ho amata molto all’inizio e quando abbiamo preso questa casa. E in un certo senso serberò sempre affetto per te, nel senso di una ferita insanabile. Non siamo stati bravi. Perdonami se includo anche te; nemmeno tu, Ingeborg, sei stata brava. Così lascio questa casa adesso con la consapevolezza di una grande sconfitta. Per gli aspetti pratici: il 4 agosto vado a Zurigo e porterò dietro un po’ di cose, libri, dischi, argenteria ecc. Hai qualcosa in contrario se vado a Langenbaum? Pernotterò in albergo. E adesso vado quindi a Sperlonga.
Ti auguro di stare bene nel tuo appartamento di Berlino, e ti bacio malgrado tutto (anche malgrado ciò che hai fatto con il mio diario della malattia) con tristezza
il tuo vecchio
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“Da dove può venire la parità?”
Ma in cosa, di preciso, non sarebbero stati bravi? Le risposte sono numerose e inevitabilmente relative, potendo basarsi solo sul loro parziale scambio epistolare. Entrambi, senza dubbio, ammettono di assecondare d’istinto una dinamica serv*-signor* che dipende in parte dalla loro distanza anagrafica, in parte da reciproche spigolature personali.
Entrambi anelano poi all’indipendenza, pur avendo un disperato bisogno di vicinanza empatica che non sapranno mai concretizzare, sfiorando ora la prospettiva di sposarsi e ora quella di dividersi di fronte a una nuova fiamma di Bachmann, fino ad arrivare alla rottura definitiva quando sarà Frisch a innamorarsi di un’altra.

Max Frisch (nella foto di Sophie Bassouls, via Getty Images), noto per aver esplorato il conflitto tra l’individuo e la società di massa, indagando le conseguenze di un certo conformismo. Tra le sue opere ricordiamo “Stiller”, “Omobono e gli incendiari”, “Montauk”, “Homo Faber”, “Andorra” e “Don Giovanni o l’amore per la geometria”.
Si stimano profondamente sul piano letterario, incoraggiandosi e inviandosi pareri fino alla fine, ma nel frattempo Frisch fa una copia carbone dei suoi messaggi a Bachmann per trasformare la loro corrispondenza in un romanzo autobiografico, Il mio nome sia Gantenbein (su cui comunque sarà lei ad avere l’ultima parola, prima dell’uscita in libreria).
Laddove Bachmann parla ambiguamente di lui in pubblico, vorrebbe distruggere ogni traccia del loro amore e gli sta col fiato sul collo in ogni aspetto della vita pratica, arrivando negli ultimi tempi a manipolarlo attraverso subdoli (e sofferti, da lei in primis) ricatti mentali.
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Mia cara, è tanto che non ho tue notizie. Può significare che sei immersa in Ungaretti. O nel tuo lavoro più importante. Oppure significa qualcos’altro ancora. Tra l’altro so che Paul [Celan, ndr] è stato a Zurigo. In qualche modo ho timore di telefonare per sapere se stai bene. Mi passano varie cose per la testa.
(Max Frisch a Ingeborg Bachmann, 1° dicembre 1960)
Difficile, tuttavia, colmare con fraseggi, telefonate, pacchi postali e appuntamenti un vuoto che ciascuno dei due si ostina ad allargare dentro di sé, tra pensieri paranoici e autosabotanti. L’indole solare di lei si incupisce e inorgoglisce senza ritorno, e la concretezza di lui si fa più tenera e vulnerabile quando ormai la disillusione, i sotterfugi e le pressioni esterne stanno inibendo le loro aspettative.
Un “drift” che li trascinerà lontani l’uno dall’altra man mano che si sforzeranno di avvicinarsi, come se il magnetismo responsabile della loro attrazione li condannasse adesso a un’escalation di repulsioni. Le parole, anziché fungere da torce, diventano armi per stizzire e denigrare – ed è così che, più Bachmann e Frisch comunicano, più si ingrossa l’abisso che li separa.
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Ad aspettarli c’è quindi una débâcle annunciata, che li porterà a dover disinnescare pettegolezzi e ingerenze prima di tagliare bruscamente i ponti per un decennio, almeno finché, nel 1972, la Partisan Review non incarica Frisch di curare un numero speciale della rivista, dedicato alla letteratura in lingua tedesca contemporanea.
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Se non fossi già troppo stremata, direi: mi conosci davvero male, non mi hai mai conosciuta! La questione, per tutto quest’anno, ha riguardato qualcosa di interiore, in un crampo che non riesce ad allentarsi, nemmeno ora […]. In fin dei conti sono anch’io uno scrittore, per non parlare del resto, e in alcuni momenti sai bene cosa so, come lo so a fondo e cosa mi tormenta e fa star male, mi ha gettato in questo precipizio e da cui vorrei essere salvata.
(Ingeborg Bachmann a Max Frisch, 24 dicembre 1963)
Scrive dunque a Bachmann, chiedendole di contribuire con cinque poesie. E lei accetta. “Ciascuna delle liriche selezionate da Bachmann possiede un particolare valore biografico e contiene un messaggio per il destinatario“, si legge nell’eccezionale commento critico a Non siamo stati bravi, a cura di Thomas Strässle, Barbara Wiedemann, Hans Höller e Renate Langer.
Passa però un anno, prima che Frisch le dia notizie: “Ieri ho saputo da Michael Hamburger qui che i tizi di Partisan non hanno più trovato il denaro per l’antologia che ho composto”, la informa. “Tanto lavoro per nulla“. Poi, il silenzio.
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Tanto amore per nulla, verrebbe allora da aggiungere. Tanto strazio per tornare infine a un impossibile punto di partenza (“I miei saluti, Max (Frisch)”, si firma lui, in quell’ultima missiva). Ma del resto, a che mai può servire l’amore, se non all’amore stesso, almeno finché dura? A limitarsi a una prudente cortesia da salotto, priva di slanci, errori e fragilità?
Colti alla sprovvista davanti a un bivio vertiginoso, Bachmann e Frisch avevano scelto lettera dopo lettera di rischiare tutto l’uno per l’altra – e tutto, si direbbe, avrebbero perduto. Tranne forse ciò che dopo un’esperienza simile neanche il tempo può riuscire a consumare: il richiamo di un nome.
E la certezza che da qualche parte, sotto strati di finta indifferenza reciproca, possa bastare invocarlo per sentirsi rispondere, con la stessa voce di sempre: “Eccomi qui“…
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