Guido Morselli (1912 – 1973), morto suicida pochi giorni prima che l’Adelphi gli comunicasse di aver accettato il romanzo “Roma senza papa”, era disperatamente votato alla propria idea di letteratura. Ma nei suoi diari (dal titolo “Mi sono conosciuto nel sogno”, e curati da Valentina Fortichiari) l’autore non indulge mai all’autocommiserazione, e non attacca il mondo editoriale che lo aveva rifiutato (né parla della guerra o del fascismo). In vita, continua con estrema caparbietà a dedicarsi alla scrittura. L’autore di “Il comunista”, “Dissipatio H.G.”, “Contro-passato prossimo” e “Divertimento 1889”, scritti in trent’anni di frustrante isolamento, era persino più moderno dei suoi contemporanei: non è stato quindi un passatista, ma i suoi libri per i contemporanei “avevano un carattere insolito”. I diari sono uno strumento d’autore, anzi la costruzione di sé come autore, in solitudine, forse una forma di resistenza. Non fece altro, del resto…

Il “caso Morselli” deflagrò nel 1974, quando venne pubblicato da Adelphi il romanzo Roma senza papa. Ma il nome dello scrittore varesino era da tempo ben noto nell’ambiente editoriale. Guido Morselli era morto un anno prima, lasciando dietro di sé una montagna di carte, molti inediti, qualche articolo su Il Mondo di Pannunzio e riviste minori, oltre a due libri ormai introvabili pubblicati nel 1943 (Proust, o del sentimento, Garzanti) e nel 1947 (Realismo e fantasia, Fratelli Bocca: ma dovette pagare, ed ebbe un lungo contenzioso con l’editore circa l’interpretazione del contratto).

La sua rivalsa contro il mondo editoriale che lo aveva rifiutato

Si era ucciso pochi giorni prima che l’Adelphi gli comunicasse di aver accettato Roma senza papa. La sua rivalsa contro il mondo editoriale che lo aveva sistematicamente rifiutato fu così tutta postuma: da Il comunista a Dissipatio H.G., da Contro-passato prossimo a Divertimento 1889, scritti in trent’anni di frustrante isolamento, le sue opere (ora tutte pubblicate da Adelphi), rivelarono uno scrittore complesso, in anticipo sui tempi o comunque poco in sintonia con i gusti e le tendenze dominanti nell’Italia del dopoguerra, e quindi non capito.

Copertina di Mi sono conosciuto nel sogno di Morselli

I suoi libri “avevano un carattere insolito”

Non furono burocrati editoriali a respingere al mittente i suoi manoscritti, ma i più fini lettori di quel periodo, insomma i protagonisti dell’editoria italiana. “Il rifiuto degli editori”, scrisse Dante Isella, “mi sembrava comprensibile, se non giustificabile, perché i libri di Morselli avevano un carattere insolito rispetto alla letteratura comune, erano un prodotto anomalo che poteva non essere capito subito dai lettori editoriali abituati a un certo conformismo di scelte”.

Ma chi era Morselli? Come visse e come resistette per tanti anni a una situazione disperante e paradossale, ma continuando con estrema caparbietà a dedicarsi alla scrittura? Adelphi ripubblica ora, in edizione ampliata (con nuove pagine a cura di Valentina Fortichiari, che oltre a un’ampia postfazione li correda con uno spettacolare apparato di note) i suoi diari, riprendendo l’introduzione di Giuseppe Pontiggia alla prima edizione: dove sottolineava la capacità di individuare nel mare della letteratura le citazioni migliori per se stesso, come in un autoritratto.

Disperatamente votato alla propria idea di letteratura

Il titolo, Mi sono conosciuto nel sogno, è prelevato da un’annotazione del 1943, quando lo scrittore, nato nel 1912, era ufficiale degli alpini (e nella quale usa però anche il pronome io, assente nel titolo, conferendole un assetto decisamente più categorico). Non è forse l’anticipazione di qualcosa che lo accompagnerà per tutta l’esistenza, insomma l’autoritratto in fieri, ma la suggestione di intenderla come tale è ovviamente forte, in quello che pare davvero l’autore più sfortunato d’Italia almeno in vita, e con disastri nei rapporti editoriali che suonano a posteriori addirittura farseschi (manoscritti perduti e talvolta ritrovati nei cassetti, incomprensioni, silenzi imbarazzati, infine un libro, Il comunista, arrivato addirittura in bozze e poi cancellato dal piano editoriale della Rizzoli causa un avvicendamento alla guida della casa editrice): ma nel contempo anche il più disperatamente votato alla propria idea di letteratura, nonostante tutto.

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Nei diari l’autore non indulge mai all’autocommiserazione

Nei diari ci sono pochissime note sulla quotidianità, ma per quanto riguarda il profilo editoriale non esistono recriminazioni. Morselli, si riconosca o meno nel proprio sogno – un corollario del quale potrebbe essere la nota del ’44 scritta a Catanzaro, “Tutta la nostra esperienza interiore è il gioco di due fattori: la memoria (il passato), l’angoscia (il presente)” – non indulge mai all’autocommiserazione, né a una sorta di ribellione contro un mondo come quello editoriale che doveva ritenere ingiusto e crudele.

Ma in questi diari anche i riferimenti alla storia, alla politica, alle tragedie del suo secolo sono qui assenti, salvo eccezioni minime (e salvo l’interesse per l’Urss, legato alla stesura del suo romanzo forse più noto, Il comunista). Parla ad esempio pochissimo della vita militare e della guerra, con un distacco un poco snob (“A proposito della «vita» militare. – Perché alcune delle esperienze più terribili e grandi che siano concesse all’uomo – la guerra, il combattimento il terrore l’eroismo – devono oggi essere circondate o precedute da quanto esiste di più squallido di più volgare di più tedioso, ossia dalla cosiddetta vita militare?”).

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Cosa si trova nei diari (non la guerra, né il fascismo)

È pur vero, come ci informa Valentina Fortichiari, che esiste uno scritto, Filosofia sotto la tenda, composto negli anni di guerra e al momento ancora inedito; anch’esso fu rifiutato dagli editori cui lo aveva spedito. Ma colpisce che non ci sia qui alcun accenno nemmeno all’8 settembre – nei giorni immediatamente successivi scrive invece del teologo Boussuet e degli idealisti –, né al fascismo: salvo un riferimento a Pirandello che nella sua opera, sostiene, lo ignora completamente, come ignora la mafia; e vede in ciò “il substrato immutabile del pirandellismo”.

I temi, in questi diari, sono altri: lo studio dei personaggi che compariranno poi nelle opere narrative, ragionamenti filosofici, la religione e il divino, con cui ha un rapporto complesso e profondo, la filosofia di Croce, la psicanalisi freudiana, il dibattitto culturale in corso, per esempio sulla cosiddetta crisi del romanzo (in cui non crede) o l’uso della prima persona anziché delle terza (che non trova essere un problema), oltre a una generale insoddisfazione per le pieghe del dibattitto intellettuale corrente.

Valga l’annotazione del luglio ’46: “Ho dato una occhiata l’altro giorno a una rivista che per esser comunista dovrebbe essere anche spiritualmente di avanguardia: Politecnico. Interessante, ben fatta, ben presentata. Ma i temi, quelli di sempre. Sapevo quel che ci avrei trovato, e ce l’ho trovato puntualmente. Discorsi, s’intende, sulla «cultura»: attualità della cultura, ripresa, adeguamento, rinnovamento, rivoluzione della cultura, La Cultura e la Resistenza. – Molti giovani vi scrivono, come è naturale, e sono scrupolosamente fedeli alla «parte» che i giovani debbono avere rispetto ai problemi del momento (i quali, manco a dirlo, sono i medesimi che discutevano i ‘giovani’ in regime fascista)”. Né mancano i dubbi sullo sperimentalismo negli Anni ’60, ivi inclusa una certa diffidenza per Alberto Arbasino.

Non è un passatista, è persino più moderno dei suoi contemporanei

Morselli non è un passatista, anzi per qualche aspetto – soprattutto quando insiste sulla vitalità del romanzo come narrazione che accoglie tutti i generi, compresa la saggistica, è persino più moderno dei suoi contemporanei, che conosce e segue. Ma nello stesso tempo, per un altro aspetto, è davvero un isolato.

I diari sono uno strumento d’autore, anzi la costruzione di sé come autore, in solitudine, forse una forma di resistenza. Non fece altro, del resto. Grazie alla situazione economica del padre non doveva “lavorare”, era un signore benestante – e questo forse non gli giovò, insieme al suo carattere imprevedibile, come immagine generale – dedito solo alla scrittura e allo studio, un “dilettante” che opponeva la cultura come forma di apprendimento continuo all’erudizione come forma di sapere morto. Proprio per questo, perché non faceva né doveva né forse poteva far altro, sono anche la storia di un segreto eroismo.

Le vicende editoriali, come si è detto, non affiorano. Sono del resto consegnate a un grosso fascicolo dell’archivio Morselli con una fiasco disegnato sulla cartella dove lo scrittore  ha raccolto tutta la sua corrispondenza specifica.

Tesseva una ragnatela epistolare al centro della quale finì per essere prigioniero

Il primo documento è una scheda su cui ha annotato gli editori cui nella sua vita ha inviato qualche opera. Rappresentano un panorama italiano completissimo, dai più grandi ai più piccoli, e ci sono persino aziende cui è stata chiesta una sponsorizzazione o un libro fuori commercio: come la Buitoni, per un progetto sull’alimentazione tradizionale. Scriveva nuovi libri e continuava a spedire, nel caso a dialogare, ad esempio con Vittorio Sereni e Italo Calvino, che lo ebbero in simpatia ma non gli pubblicarono nulla; tesseva una ragnatela epistolare al centro della quale finì per essere prigioniero.

Sul suicidio Morselli riflette varie volte nel tempo

Il suicidio, si è scritto, è il risultato di tutti questi rifiuti (l’ultimo, da Bompiani, arrivò per posta quando si era appena sparato). In realtà questi diari ampliano il problema, perché proprio sul suicidio Morselli riflette varie volte nel tempo, come affascinato e nello stesso tempo orrificato.

Già del gennaio ’45, quando aveva faticosamente raggiunto la casa paterna nel Varesotto dopo un difficile e fortunoso viaggio dalla Calabria, scrive lapidariamente: “Suicida per amore della vita”. E nel ’48, come ricredendosi, annota: “Nessuno si è mai tolto volontariamente la vita. Il suicidio è una condanna a morte della cui esecuzione il giudice incarica il condannato”. È un’immagine destinata a tornare nel “suicidio del carcerato che si butta dall’alto della scala mentre coi compagni di pena scende dalla cella in cortile per la passeggiata quotidiana”, e ancora nel commento alla morte di Cesare Pavese, di cui trascrive l’ultima poesia (in inglese) dedicata all’attrice Costance Dowling, infelicissimo amore: Last Blues to be read some day. Pare una sorta di promessa a se stesso, di trovare infine lettori; vivo o morto, una volta o l’altra.

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