Anna Voltaggio, in libreria con il romanzo “La santa degli altri”, ambientato nella sua Sicilia, riflette sul “tornare a casa”, che “da Ulisse in avanti non è mai solo una questione di geografia, ma ha a che fare con un aspetto intimo e sociale insieme”, e sulla propria esperienza da studentessa, lontana da Palermo…
A me piace tornare, l’ho capito col tempo.
Quando decido di partire lo faccio con un entusiasmo che somiglia più a una smania dell’altrove che una scelta ragionata, spesso prenoto d’impulso, mentre sono a cena o nel mezzo di una conversazione. Non riesco neanche ad approfittare delle offerte sui voli per risparmiare quel po’ che servirebbe. Vado per andare, con animo avventuroso. Ma poi, in realtà, mi piace tornare.
Mi piace aprire la porta di casa, ritrovare il mio mondo e sentire che mi stava aspettando. È una gioia calda quella del tornare, non c’è più smania, né euforia, c’è quello che sono. Ho l’impressione che il ritorno mi rimetta al centro delle cose.
Tornare a casa in fondo è un tema caro alla letteratura, tra i più antichi e profondi, da Ulisse in avanti il ritorno non è mai solo una questione di geografia, ha a che fare con un aspetto intimo e sociale insieme e penso che arrivati a un certo punto, quando abbiamo accumulato quel numero di cicatrici e fallimenti e cambi di direzione tali che possiamo considerarci adulti, allora, a partire da quel punto afferriamo l’idea che ogni volta bisogna ritornare verso il centro di noi, e quel centro sta nella memoria.
Penso che cominciamo a renderci conto di chi siamo quando impariamo a trovarla, e allora diventa chiaro che la memoria ha un luogo esatto in cui è nata e in cui è depositata.
Quando me ne sono andata da Palermo avevo vent’anni, ho fatto le valigie con l’arroganza di chi è convinto che la vita succeda altrove e ai miei amici dicevo frasi del tipo “non c’è gusto ad essere intelligenti in questa città”. Palermo mi sembrava troppo statica, troppo periferica, troppo in mezzo al mare. Quella volta non si trattava di un viaggio come un altro, era un trasferimento per finire gli studi. Mio padre mi osteggiava, mia madre no.
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Quando sono arrivata nella nuova città c’era un cielo diverso e una luce che mi creava disagio, tutta l’arroganza di andare è svaporata quando ho capito che sarei dovuta restare.
Ho trovato la mia stanza di studentessa in un appartamento vecchio e senza arredi, composto da un lungo corridoio, quattro camere da letto e una cucina per niente abitabile, e ho pensato per prima cosa che era orrendo e poi, subito dopo, che in ogni caso potevo tornare a casa quando volevo. Bastava prendere un aereo e in poco più di un’ora sarei stata tra le mie strade, tra le mie cose.
Ho aspettato Natale.
E poi ho aspettato l’estate.
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Ma ogni volta che rimettevo piede a terra, a Palermo, sentivo che mi stavo allontanando ancora. Come se ad andarmene non fossi stata io, ma fosse stata la città ad andarsene via da me.
Stagione dopo stagione mi assaliva un senso di estraneità che mi faceva traballare. Non avevo più un posto.
Ci sono luoghi in cui tornare non è facile. Per esempio, con Palermo, non te la cavi così: che un giorno te ne vai e poi, quando decidi, ci torni e ti senti di nuovo a casa.
Non è come Roma, dove il mondo intero entra ed esce tutto l’anno, dove al bar si dicono frasi tipo “a Roma non frequento nessun romano”, dove ogni quartiere è così autonomo che ognuno sembra la vera città dentro la città. A Palermo, quando ci abitavo io, i turisti erano un’anomalia, ogni tanto se ne incrociava uno, tedesco, spaurito con i pantaloncini al ginocchio e gli occhi rotondi completamente inadeguati al contesto, noi della città lo notavamo subito e guardavamo con compassione.
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A Palermo non si transita come si fa altrove, o si sceglie come una fede, oppure si lascia.
Le sue vene nascoste sottoterra pulsano perché vuole essere amata, lo desidera terribilmente. È per questa ragione che cerca di sedurti, fino all’inganno se è necessario. Ed è vendicativa. Se viene ferita, non ti lascerà andare e tenterà di annullarti, se viene tradita non ti lascerà mai tornare davvero, camufferà le sue sembianze e diventerà inaccessibile.
Nel mio nuovo romanzo ho scritto così di lei, e l’ho amata terribilmente, perché tutta la mia memoria è nelle sue strade, negli strati visibili e invisibili, nella luce che divampa, nelle sue vene che pulsano. E se mi crederà, forse, col tempo, tornerà ad aprirsi.

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L’AUTRICE – La santa degli altri, in libreria per Neri Pozza, segna il ritorno di Anna Voltaggio dopo il debutto con la raccolta di racconti La nostalgia che avremo di noi. Nata a Palermo, l’autrice vive a Roma e lavora in ambito culturale. Nica, la protagonista del primo romanzo di Voltaggio, è scomparsa in un giorno di maggio, interrompendo bruscamente la loro storia clandestina, e Tommaso la cerca disperatamente. Cerca questa donna laconica e fragile, volubile e altera, in una Palermo bollente e torpida.
La sua storia corre parallela a quella di Gelsomina e di sua figlia Margherita, arrivata come un dono grazie al voto fatto alla santa degli impossibili, santa Rita. Una donna e una bambina che vivono i loro giorni in esilio dalla famiglia, in una casetta dove il tempo non esiste e il mare si beve ogni cosa, fino al giorno in cui irrompe la vita vera. È da quel legame che si dipana una storia di fughe e ritorni, di verità taciute e conquistate libertà.
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Fotografia header: Anna Voltaggio (fotografia gentilmente concessa dalla casa editrice)