A 20 dalla scomparsa di Bianca Garufi, scrittrice ingiustamente dimenticata, torna – dopo quasi 60 anni dall’ultima pubblicazione – il suo ultimo romanzo, “La Rosa Cardinale”. Racconta la storia di Sandra, che in seguito a una delusione amorosa si trova a combattere con depressione e obesità. Ricordata soprattutto per la relazione “intensa e irregolare” con Cesare Pavese, che conobbe all’Einaudi, di cui fu “musa” e con cui scrisse “Fuoco Grande”, l’autrice ha scritto anche poesie, si è occupata di traduzioni e di teatro, e nel suo percorso è stato fondamentale l’incontro con la psicoanalisi junghiana

Bianca Garufi è stata la donna che forse ha contato di più nel processo creativo di Cesare Pavese“: lo scrive Mariarosa Masoero nell’introduzione alla nuova edizione di La Rosa Cardinale di Bianca Garufi, che torna nelle librerie per Atlantide a quasi sessant’anni dalla sua ultima pubblicazione (e a vent’anni dalla scomparsa dell’autrice), e che ripropone il testo nella versione originale.

Tra Roma e la Sicilia

Come ricorda nella sua nota biografica la scrittrice Flavia Piccinni, Garufi (Roma, 1918-2006) trascorre la sua infanzia tra Roma e la Sicilia; quest’ultima rimane un elemento costante nella sua produzione letteraria, rappresentando un “serbatoio immaginale“.

Dal 1944 al 1946 la scrittrice lavora nella sede romana della casa editrice Einaudi, dove incontra Pavese, con il quale nasce una relazione “intensa e irregolare”, che poi si incrina quando nel 1946 lei lascia la casa editrice.

Dal loro rapporto, che si evolve in uno scambio di lettere (fonte oggi preziosa), nasce un romanzo a quattro mani, Fuoco Grande: una prosa lirica che dà alla luce un dialogo tormentato e carico di tensione tra maschile e femminile.

L’incontro con Pavese

Pavese definisce “un’esperienza assoluta” l’incontro con Bianca, “capace di metterlo alla prova sul piano intellettuale e umano”; lo scrittore è affascinato e ferito allo stesso tempo dalla sua intelligenza e durezza. Dal canto suo, lei lo definisce una personalità difficile e fragile.

Dodici anni dopo, Bianca pubblica Il fossile, in cui rielabora con una forma narrativa più autonoma e compiuta Fuoco Grande. Seguono La fune e La Rosa Cardinale, in cui emerge il suo tocco distintivo: l’oscillazione “tra memoria e simbolo”.

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Dai romanzi alle poesie, passando per le traduzioni

Oltre ai testi in prosa, Garufi si è dedicata a poesie, traduzioni (di autori come Shichirō Fukazawa, Claude Lévi-Strauss e Simone de Beauvoir) e al teatro. Soprattutto con quest’ultima, ha esplorato i temi femminili come l’emancipazione sociale e l’inferiorità femminile, concentrandosi sull’uso del linguaggio e sulle dinamiche interiori, in linea con il suo percorso sia personale sia professionale.

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Momento fondamentale della sua vita è rappresentato dall’incontro con la psicoanalisi junghiana. In Jung, Garufi trova un linguaggio dell’interiorità che dà forma alle immagini ricorrenti della sua prosa: il doppio, l’ombra, e la figura femminile divisa tra desiderio e dovere.

L’idea di individuazione, intesa come difficile percorso verso sé stessi, diventa così la chiave della sua opera, segnata da un andamento circolare in cui ogni esperienza assume una portata simbolica.

Garufi viene ricordata dunque come una presenza obliqua, insieme concreta e visionaria, che guarda la vita come un paesaggio interiore e che fa emergere nei suoi testi una tensione tra cronaca e simbolo.

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copertina di La rosa cardinale di Bianca Garufi

Di cosa parla La Rosa Cardinale?

Parliamo ora dell’ultimo romanzo – considerato il più maturo – di una delle figure più singolari del Novecento letterario italiano. Garufi è stata sì musa di Pavese ma, soprattutto, scrittrice a lungo ingiustamente dimenticata.

La storia gira intorno a Sandra e ai suoi incontri con uomini diversi, dal marito, trasferitosi poi in Australia, ad Enzo, amico di gioventù morto dopo una luna agonia; infine Nicola, apparentemente quello giusto (“credevo di aver trovato l’araba fenice”), anche se quando scopre che lei è incinta lui scappa.

Questo abbandono devasta Sandra, provocandole un aborto e una “malsana obesità“. La protagonista si trasferisce così in una clinica sul Lago Maggiore, a Stresa. Qui le fa compagnia per alcuni giorni Clara, un’amica che l’assiste durante i deliri, ma che alla fine muore in un incidente, lasciandole la consapevolezza che la vita è avvolta da un significato sconosciuto.

Continuando a parlare dei personaggi del romanzo, troviamo Dario Bernardi, a detta di Calvino “il vero cuore del libro”: colui che salva Sandra dal volersi suicidare.

Infine Giorgio Mallotti, il dottore di Stresa, che come una sorta di deus ex machina aiuta Sandra a riprendersi e a tornare alla normalità. E alla fine, i due si sposano. La donna, ossessionata dalla necessità di avere risposte a tutto e dal destino, ricorre anche all’ipnosi e alle scienze occulte.

“Niente avviene per caso. Ma se niente avviene per caso perché quella rosa era nata? Perché proprio in quell’angolo, in quel cortile? […] Perché, come, chi l’ha voluto, e verso dove, da chi?”

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

(…)

Di lei com’era una volta le erano rimasti i capelli, fitti, sottili, di un biondo grano piuttosto raro come colore. Andava spesso dal parrucchiere, anche lì nella clinica dove infine era venuta con la speranza di dimagrire; una clinica sul lago Maggiore, in un parco sulla riva del lago all’uscita di Stresa.
Sandra era a Villa Sant’Anna già da tre settimane e non aveva perduto nemmeno un chilo malgrado la dieta rigorosa, i massaggi, i bagni di luce. Ma non voleva fare del moto, né ginnastica né passeggiate. Andava dal parrucchiere quasi ogni giorno, lì nella clinica stessa, in un piccolo chalet un po’ discosto dagli altri, raggruppati, che formavano la clinica vera e propria.

C’era lo chalet Roma, lo chalet Milano, Firenze, Napoli, e anche New York, Parigi, Londra, ma della cittadinanza o nazionalità degli ospiti non si teneva nessun conto nel momento di alloggiarli.

Il moto, certo, sarebbe stato molto necessario nel caso suo, e lo era anche per gli altri pazienti, obesi per lo più come lei. A eccezione di lei infatti tutti, calzati di scarpe adatte, dalle tre e le cinque del pomeriggio facevano delle escursioni sulle alture che danno sul lago, camminando quelle due ore lentamente, senza affannarsi, senza sforzare il cuore già affaticato dal peso eccessivo del corpo.

Il moto, lo svago, certo; la sera qualche coppia ballava, dopo una cena che di un pasto aveva solo la parvenza, in un salotto dello chalet centrale dove ci si recava due volte al giorno per mangiare, e dove c’erano oltre all’ufficio recezione e alla segreteria, gli studi dei tre medici (dietetista, psicologo e medico internista), i salotti, la radio, la televisione, la sala per il bridge e la canasta, la sala di scrittura.

La maggior parte del tempo però Sandra restava in camera sua. Scrivere era ormai la sua unica manifestazione di energia. Scriveva con lo stesso accanimento minuzioso di un chirurgo intento a svuotare un ascesso pieno di pus. Era uscita soltanto due o tre volte per andare alla posta, in banca, e una volta, come in pellegrinaggio, per recarsi a Les Iles Borromées, il tipico albergo grande e sontuoso dell’inizio del secolo, che troneggiava in centro nel paese.

Era l’ora dell’aperitivo, la hall deserta. Girò un po’ per i saloni, poi andò a sedersi al bar proprio nell’angolo dove con Enzo aveva passato tante serate. Non che pensasse a lui o perché fosse sentimentale, ma per darsi l’illusione di essere in compagnia di gente normale, e lei stessa normale, non così grassa e trasformata. Più che grassa sentiva di essere gonfia, gonfia come una carogna, come una pecora morta e sbattuta dal mare, in autunno, sulla spiaggia sotto Taormina, a Letojanni, trascinata durante il temporale dal torrente nel mare, e dal mare rigettata sulla riva; così lei dalla morte rigettata in quel bar sul lago Maggiore, gonfia e magari, chissà, maleodorante. Enzo avrebbe distolto subito lo sguardo se per caso avesse visto una donna come lei, come lei era adesso su quella poltrona, vestita di scuro, il ventre prominente, deformata, isolata, quasi che non ci fosse più un linguaggio comune fra lei e quegli altri capaci di sedersi e alzarsi con disinvoltura, senza doversi appoggiare, senza fare il minimo sforzo, esseri di un altro mondo, o lei di un altro mondo, un mondo dove già tutto era accaduto, anche la fine della materia. Sandra infatti pensava: che farsene ormai del suo corpo? Sotterrarlo? Buttarlo nel lago? Dargli fuoco o lasciarlo imputridire all’aria aperta?

«Aspetterò qualche mese», si disse, «e farò anche del moto e cercherò di svuotarmi di tutto il veleno che ho inghiottito. Forse potrò di nuovo alzarmi di scatto e fare una piroetta, forse potrò svegliarmi la mattina e toccare il mio ventre piatto, la mia vita di nuovo sottile, le cosce slanciate di quando Enzo le accarezzava, i seni di Nicola, voglio dire i seni che avevo prima che Nicola sparisse dalla mia vita, sparisse senza lasciare la minima traccia». Da allora che altro aveva saputo di lui? Nulla. Da tre anni Nicola era sparito. In tre anni lei si era ridotta in quello stato. E di lui nulla. Sì, ne aveva sentito parlare. A Roma, poco prima di partire per Stresa, davanti a un negozio di tessuti un giorno che era uscita con Clara. In ospedale, qualche vestaglia, qualche camicione le erano stati più che sufficienti, ma a Villa Sant’Anna avrebbe avuto bisogno di vestiti. Non ne aveva trovato nemmeno uno pronto per lei talmente era ingrassata, doveva quindi farseli fare su misura. Era ancora davanti alla vetrina allorché scorse un amico, anzi un amico di Nicola, un giovane pittore con cui a suo tempo loro due di tanto in tanto erano usciti. Camminava con aria frettolosa, la testa eretta, il cappotto svolazzante. La sfiorò con lo sguardo ma non la riconobbe. Vide Clara, si fermò di colpo e con un largo sorriso cominciò a sciorinare formalità e convenevoli d’uso. Clara rispondeva appena.

Quando Sandra gli disse: «E a me non mi saluti?», ammutolì perplesso poi riattaccò a parlare, le baciò la mano, non la finiva più di sprofondarsi in scuse. Fu Clara a interrompere quel diluvio di parole.

«Per caso hai notizie di Nicola?».

«Mi ha telefonato la settimana scorsa. Sta bene, è sempre a Napoli, lavora. Non mi ha detto nient’altro; corre voce però che si sposa».

L’aria stupita di Clara lo incitò:

«Mah, pare che sia fidanzato o qualcosa di simile. Una ragazza bruttina, amica della sorella. Comunque giorni fa passando in macchina davanti a un albergo la cui compiacenza è arcinota, l’ho visto intento in conversari con una donna che non lasciava dubbi sulla sua professione…».

(continua in libreria…)

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