Dopo l’esordio con “Le nostre mogli negli abissi”, Julia Armfield torna con “Riti privati”, rivisitazione del “Re Lear” shakespeariano ambientato in un mondo funestato da allagamenti e piogge incessanti. Il romanzo ha per protagoniste tre sorelle – Isla, Irene e Agnes – appena raggiunte dalla notizia della morte del padre, l’architetto visionario Stephen Carmichael, ideatore di un’abitazione in grado di galleggiare sopra le acque. Dopo anni di lontananza, le tre giovani si ritrovano nella casa della loro infanzia, popolata da sussurri, ricordi dimenticati e verità incomprensibili…

Immaginate il silenzio di una grande casa, punteggiata da angoli in penombra. Immaginate un’assenza di suoni interrotta soltanto da sussurri simili a fruscii, da frasi sospese, da verità troppo incomprensibili per essere pronunciate ad alta voce.

È questa la casa che ha custodito, ma anche tenuto prigioniera, l’infanzia di Isla, Irene e Agnes Carmichael, le tre sorelle protagoniste di Riti privati (Mercurio Books, traduzione di Ilaria Oddenino) della scrittrice inglese Julia Armfield.

Un mondo funestato da allagamenti e piogge incessanti

Un’abitazione che è quasi viva, poiché – seguendo il progetto del padre, Stephen Carmichael, architetto visionario – è costruita per elevarsi al di sopra delle acque grazie alle sue gambe meccaniche allungabili, pensate per sfuggire alla devastazione di un mondo ormai funestato da allagamenti e piogge incessanti.

Riti privati di Julia Armfield

È a quella casa che le tre sorelle fanno ritorno in seguito alla notizia della morte del padre.

La comunicazione, resa difficoltosa dalle inondazioni e dai guasti sulle linee telefoniche, raggiunge le tre giovani in momenti diversi della loro vita e in luoghi differenti della stessa enorme, anonima città sul punto di crollare.

Le tre sorelle protagoniste

Isla, la maggiore, si trova nel suo studio, dove svolge il lavoro di terapeuta e cerca in tutti i modi di allontanare il pensiero del divorzio chiesto da sua moglie; Irene si trova su un treno malconcio, durante una delle rarissime pause dalla pioggia, con la mente rivolta al suo passato, incentrato sul dottorato poi abbandonato, e al suo presente, riempito dalla figura placida e saggia di Jude; Agnes, la sorella minore, si trova nella caffetteria dove lavora, in cui incontra per la prima volta Stephanie.

Tre diverse storie, da tempo condotte a debita distanza l’una dall’altra: una relazione finita, un amore nel suo pieno sviluppo, una nuova passione pronta a sbocciare.

Una morte prevedibile – poiché la salute del padre era da tempo compromessa – ma ugualmente inaspettata porta le strade delle tre sorelle a intrecciarsi di nuovo, per fare i conti con una serie di ricordi sopiti, pronti a riemergere come dalle profondità degli abissi.

Ma che spazio c’è per il lutto, per l’amore, per le proprie ferite personali, in un mondo che sta per essere travolto dalle acque?

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La fascinazione dell’autrice verso l’ambiente acquatico

Julia Armfield ha una particolare fascinazione verso l’ambiente acquatico. Lo abbiamo potuto vedere nel suo romanzo d’esordio, Le nostre mogli negli abissi (Bompiani, traduzione di Chiara Manfrinato), incentrato su una spedizione sul fondo dell’oceano e su una coppia queer segnata per sempre da quello che Leah, biologa marina, ha trovato negli abissi, là dove l’oscurità si fa impenetrabile e l’essere umano non è mai potuto arrivare.

Le nostre mogli negli abissi di Julia Armfield

In Riti privati, l’acqua ha una doppia valenza. È in primo luogo lo spazio di quiete e libertà attraversato da Agnes nelle sue nuotate: “Pensare nuotando non è pensare, è più simile alla musica da ascensore. È secondaria rispetto al corpo, al nudo imperativo del movimento, e la fa sentire più leggera, più fisica, e meno soggetta a incappare in un pensiero che l’avrebbe fatta urlare senza mai più fermarsi”.

Ma l’acqua è anche la causa di una distruzione lenta e inesorabile, che erode le fondamenta dei palazzi, fa scempio della rete dei trasporti, penetra nelle pareti, nelle ossa, si fa presenza costante attraverso l’immancabile ticchettio delle gocce di pioggia, simile a un orologio che segnala lo scorrere del tempo – e che il tempo sta per finire.

Immaginare una vita ormai andata perduta

In questa città senza nome, in un futuro prossimo non meglio specificato, le persone si ritirano sempre più in alto sui grattacieli, assumono integratori di vitamina D per sopperire alla mancanza di sole, cercano di sopravvivere giorno dopo giorno, si ritrovano su forum online per immaginare una vita ormai andata perduta.

Ti passo a prendere in macchina perché ho una macchina, spiega un post, con eccesso di zelo, e dopo essere passato a prenderti in macchina attraversiamo insieme la città, perché io ho una macchina ed entrambi amiamo guidare. Di tanto in tanto le narrazioni prendono una piega cubista, per non dire apertamente surreale. È stato vietato l’utilizzo dei tubi di gomma per innaffiare il giardino, posta un tizio, e un altro risponde, Sto tagliando il prato, e un altro, Mi annoio all’aeroporto, e il thread continua così, un susseguirsi di affermazioni a caso che si dipanano come free jazz, una curiosa musica dissonante fatta di nostalgia per com’erano un tempo le cose”.

Che senso ha, quindi, in una realtà come questa, pianificare un funerale, pensare a testamenti ed eredità, provare rimorso, rabbia, persino odio?

Come nel Re Lear

Come nel Re Lear di Shakespeare (da cui il romanzo trae esplicitamente ispirazione) Carmicheal ha cercato, prima di morire, di spartire il patrimonio tra le sue figlie, incapaci di presentarsi come un fronte unico e quindi prede facili delle sue manipolazioni. Le stesse macchinazioni che hanno costellato la loro infanzia, mettendole sempre l’una contro l’altra.

Come attori su un palcoscenico, le tre sorelle si trovano a interpretare sempre lo stesso personaggio – “La sorellanza, pensa, è una trappola. Si resta incastrate in certi ruoli per sempre“. Isla è sempre pronta a farsi carico di tutto a discapito di sé stessa; Irene è rinchiusa nella sua rabbia e nella sua frustrazione; Agnes, la più piccola, rifugge dai legami duraturi e dalle responsabilità.

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Con la morte del padre, qualcosa si spezza, liberandole dalle loro maschere. Tornano così alla luce paure sepolte, stralci di ricordi dimenticati, sensazioni intense e remote, intrappolate in quella casa ora disabitata, il fulcro dell’eredità di Carmichael. Accanto al personaggio del padre, che sembra ancora muoversi nell’abitazione come un fantasma, aleggiano le figure evanescenti delle due madri – la madre di Isla e Irene, e la madre di Agnes – con le loro misteriose sparizioni.

Con brutalità e poesia

Julia Armfield descrive con brutalità e poesia la realtà frammentata vissuta dalle sorelle, che si respingono, si allontanano per poi riavvicinarsi. Chi legge non può far altro che cercare di rimettere assieme i pezzi delle loro vite, alla ricerca di una risposta che dia senso a quella loro infanzia soffocante.

“«Pensate» dice, «che il problema fosse davvero nostro padre, o lo abbiamo solo usato come scusa per tutto?»”.

Ma la risposta è imprevedibile, e, forse, arriva troppo tardi.

La verità sprofonda di nuovo sott’acqua, per lasciare solo il silenzio. Nel frattempo, il mondo continua inesorabilmente ad andare incontro alla sua fine

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Fotografia header: Julia Armfield, nella foto di Avery Curran

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