In occasione della ripubblicazione di “Il dito in bocca”, ripercorriamo le opere della scrittrice svizzera, milanese d’adozione, Fleur Jaeggy: dall’esordio nel ’68 ai libri più recenti, passando per la collaborazione con Franco Battiato. E, così facendo, approfondiamo temi e stile di una voce unica della letteratura

“A volte mi penso come una persona priva di personalità. Senza vita. Non vorrei niente. Salvo, forse, la mia macchina da scrivere. È lei la mia alleata”: con queste parole Fleur Jaeggy si definiva in un’intervista concessa nel 2025 ad Antonio Gnoli per Repubblica.

E proprio il vuoto, tema che apre l’intervista appena citata, è uno degli elementi ricorrenti nelle opere della scrittrice svizzera (nata a Zurigo nel 1940). Dopo un’infanzia e un’adolescenza passate nei collegi svizzeri, Fleur Jaeggy si trasferisce a Roma: pochi anni ma significativi.

Nella capitale studia dalle monache e inizia una breve carriera come modella, incontra il futuro marito Roberto Calasso (i due si sposeranno nel ’68, a Londra) e diventa amica della scrittrice e poeta austriaca Ingeborg Bachmann (di cui racconta che “sembrava protetta da uno scudo che la rendeva intangibile. Forse è la sola amicizia che rimpiango”).

Trasferitasi a Milano, nel 1968 Jaeggy compie l’esordio come scrittrice (con Il dito in bocca) e collabora come traduttrice per Adelphi. Un sodalizio mai concluso.

In cinquant’anni di attività Jaeggy pubblica 8 libri (tra romanzi e racconti) e, parlando della sua produzione “limitata”, ha affermato: “Ho sempre meno cose da dire. Sto davanti alla macchina da scrivere come davanti al pianoforte…”.

I libri di Fleur Jaeggy

Osservando da vicino le sue opere si rintracciano diversi elementi comuni, tanto negli argomenti quanto nello stile. La sua è una scrittura asciutta ed essenziale, a tratti fredda. Che procede di pari passo alla distanza che spesso intercorre tra i protagonisti e la famiglia (se non addirittura al mondo dei vivi che circonda loro). Si forma così un rapporto ossimorico tra ciò che è vivo e ciò che non lo è, tra il reale e l’immaginario… Tanto che, per usare le parole della scrittrice Chiara Valerio, “leggere Jaeggy è trovarsi immersi in una scala di grigi“.

L’ossimoro ritorna sempre. Nell’autrice e nelle sue trame: non a caso Bachmann disse che “c’è in lei (Jaeggy) un insieme di distratta leggerezza e di saggezza autoritaria” che si ripercuote su tutto quello che accade nelle sue opere, nelle descrizioni attente di un mondo sognante, delirante, e pur sempre capace di lasciare un segno in chi legge.

Di seguito, i libri di Fleur Jaeggy in ordine cronologico.

Il dito in bocca

Il dito in bocca, libri di Fleur Jaeggy

Nel 1968 Fleur Jaeggy compie il suo esordio letterario con Il dito in bocca, che ora torna in libreria all’interno della collana Piccola Biblioteca Adelphi. Un libro “stravagante e insolito” – come lo definì Ingeborg Bachmann -, un puzzle e un labirinto formato dalle storie narrate da Lung, la giovane protagonista che nonostante l’avanzare dell’età non ha perso l’abitudine di mettersi il dito in bocca…

Lung è una figura ambigua: le sue parole, misurate, si muovono rapide tra due estremi, quello della follia e quello della superficialità. E infatti chi legge si trova coinvolto in resoconti assurdi e tragici in cui proprio le parole, paradossalmente, sembrano essere una distrazione dai fatti stessi. Si sviluppa così una messa in scena senza giudizi, e la voce di Lung (come la penna di Jaeggy) diventa testimonianza sospesa di una realtà che lettori e lettrici faticano a definire fantastica o concreta.

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L’angelo custode

L'angelo custode di Fleur Jaeggy

Nel 1971 è la volta di L’angelo custode, libro attualmente non disponibile e introvabile che ruota attorno a due bambine, Jane e Rachel, l’una specchio dell’altra e, insieme, fonte inesauribile di dialoghi complessi. I temi? Quelli che a posteriori appartengono a molte, se non tutte, le narrazioni di Fleur Jaeggy: la morte e il vuoto, la solitudine e la vita… Tutto, ovviamente, discusso tra le pareti di casa, teatro di una realtà sull’orlo del collasso.

Le statue d’acqua

Le statue d'acqua, libri di Fleur Jaeggy

Nove anni dopo, nel 1980, Adelphi pubblica per la prima volta Le statue d’acqua, un romanzo di un centinaio di pagine dalla difficile collocazione: un po’ testo teatrale che mette in scena una realtà onirica (o surrealtà), un po’ fiaba dai contorni macabri e oscuri. Le statue d’acqua è un racconto che procede per coppie. Due sono le principali ambientazioni, a coppie si svelano i personaggi principali: da un lato Beeklam e il suo servitore Victor vivono isolati in un sotterraneo, come Katrin e il vecchio Lampe vivono in una casa sulla scogliera. Dall’altro lato Beeklam e Katrin sono l’uno il doppio dell’altra. La loro mente è abitata da fantasmi e ombre, e le loro dimore sono luoghi divisi tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

In un articolo del Foglio, in occasione della ripubblicazione dell’opera nel 2015, viene ripresa una frase del critico Alfredo Giuliani: “Se non è possibile descrivere che cosa accade, si può tentare di dire dove accade la bellezza del racconto…”. E in effetti è complesso rendere conto di una trama che sembra muoversi per inerzia, in cui i compagni di viaggio di Beeklam, protagonista confuso tra l’infanzia e la vecchiaia, sono delle statue, simbolo della rigidità e della fragilità che ha circondato i primi attimi di vita dell’uomo. Quello che si può affermare è che chi legge tende a sentirsi smarrito e confuso a sua volta di fronte alle strambe rivelazioni di Fleur Jaeggy.

I beati anni del castigo 

I beati anni del castigo, libro di Fleur Jaeggy

Tra i libri più celebri di Fleur Jaeggy c’è senza dubbio I beati anni del castigo, romanzo del 1989 che si è aggiudicato il Premio Bagutta. La narrazione si muove per gran parte tra le sale e i corridoi di un collegio svizzero, luogo che pare separato dal resto del mondo ma che in sé racchiude un breve cenno autobiografico dell’autrice. All’interno del libro dominano i concetti di antitesi e ossimoro: quei beati anni che però sono anche sinonimo di una punizione, il collegio – con le sue regole rigide ma rassicuranti – che funge da casa lontano dalla famiglia e poi la figura di Frédérique, nuova arrivata che sembra aver già visto tutto, attraente agli occhi di molte, nonostante (o forse proprio a causa di) una certa antipatia… La narratrice descrive tutto questo: la vita nell’Istituto e le conseguenze di quegli anni tra le alpi innevate (ancora una volta: purezza e desolazione).

Pagina dopo pagina si svela il rapporto tra le due ragazze, mai carnale eppure neanche così innocente: la descrizione è fredda e distaccata, quasi quanto le parole di Frédérique.

La paura del cielo

La paura del cielo di Fleur Jaeggy

La paura del cielo di Fleur Jaeggy è una raccolta di racconti, per la precisione sette, definiti “oscuramente complici”. Infatti, fil rouge che unisce queste storie è la morte. Non tanto come la cessazione definitiva di una vita, ma più come un sentimento interiore di abbandono e struggimento. E ogni personaggio, ogni breve narrazione sembra riunire nelle sue parole i temi esposti anche nelle opere più lunghe. Vite sbagliate che si incrociano e si concludono con atti violenti, folli, freddamente descritti dalla prosa tagliente della scrittrice.

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Proleterka

Proleterka, Libri di Fleur Jaeggy

Tra i libri di Fleur Jaeggy anche Proleterka (vincitore del Premio Viareggio): un breve romanzo il cui titolo rimanda a una nave da crociera, attraccata a Venezia e diretta in Grecia, su cui la storia si svolge. Al centro due protagonisti, un padre e una figlia che però sembrano due estranei. Lui, Johannes, una presenza sempre più sbiadita, spettro di ciò che è stato un tempo e figura ignota alla figlia. Lei, definita solo come la “figlia di Johannes”, ha sedici anni, vive in collegio (come molte protagoniste di Jaeggy del resto) e ha voglia di conoscere: l’uomo al suo fianco e la vita che ha solo potuto immaginare.

Sulla Proleterka non si assiste al dramma familiare (come invece accade nelle saghe di largo consumo), né alla completa rottura di un rapporto. Bensì, i viaggiatori e i lettori sono testimoni dell’indifferenza tra quel vecchio padre e la giovane figlia. Come già in altre opere la dimensione della memoria, di ciò che è stato e ora è (in una forma più sfocata) ritorna anche in Proleterka: non ci sono giri di parole o perifrasi, solo uno stile asciutto e secco che rende perfettamente la freddezza che corre tra l’uomo e la ragazza in un viaggio, non a caso definito, “nella terra dei morti”.

Vite congetturali

Vite congetturali, tra i libri di Fleur Jaeggy

Proseguiamo con Vite congetturali, un’opera breve, molto particolare, che riunisce in sé la dimensione biografica e quella letteraria. Fleur Jaeggy, in una cinquantina di pagine, senza rinunciare al suo stile, descrive le esistenze di tre grandi autori: Thomas De Quincey (scrittore ottocentesco divenuto famoso per l’opera autobiografica Le confessioni di un oppiomane), John Keats (poeta protagonista del Romanticismo, scomparso a venticinque anni) e Marcel Schwob (scrittore e traduttore francese della seconda metà dell’Ottocento).

Un saggio pubblicato nella Biblioteca minima Adelphi in cui la prosa di Jaeggy è al servizio del racconto biografico.

Sono il fratello di XX

Sono il fratello di XX, libri di Fleur Jaeggy

L’ultimo libro di Fleur Jaeggy è Sono il fratello di XX (2014): venti racconti, molti dei quali brevi, in cui lo spazio concesso al dialogo è limitato. I protagonisti sono immersi nella loro solitudine, un metaforico luogo abitato da fantasmi, ombre e ricordi: presenze che non fanno altro che offrire riflessioni sul dolore e sulla morte. Nelle pagine dell’autrice sembra non esistere salvezza: il destino dei personaggi è già scritto e chi legge se ne rende conto, senza pause e senza illusioni, pagina dopo pagina.

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La collaborazione con Franco Battiato

Da non dimenticare, per cogliere appieno la dimensione eclettica dell’artista svizzera, è la collaborazione con Franco Battiato. In diversi brani si possono infatti rintracciare citazioni alle opere di Jaeggy, mentre altri testi sono stati scritti a quattro mani. Hiver, traccia dell’album Juke Box del 1978, segna l’inizio del rapporto che prosegue poi con Le aquile (Patriots, 1980), L’oceano di silenzio (Fisiognomica, 1988) e Atlantide (Caffè de la Paix, 1993) giusto per citare alcuni esempi.

Un legame, quello tra il cantautore e musicista siciliano e l’editrice naturalizzata italiana, che non si limita alla musica: in diverse testimonianze, tra cui un’intervista di Dalia Gaberscik (figlia di Giorgio Gaber), si ricordano le serate milanesi: “A casa nostra c’era un poker stabile con papà, mamma, Battiato, Roberto Calasso, il direttore dell’Adelphi, e sua moglie Fleur Jaeggy. Giocavano fino alle due o alle tre mettendo in palio i libri dell’Adelphi. Dunque Roberto perdeva anche quando vinceva”.

Nel 1992, invece, è proprio Franco Battiato a commentare la prosa di Fleur Jaeggy. Durante il programma Babele di Corrado Augias, il compositore definisce I beati anni del castigo un libro “enorme, di una perfezione stilistica…”

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