Da “Morgue” a “Frammenti e distillazioni”, un viaggio nell’arte e nella vita (non senza qualche ombra) del medico e poeta tedesco Gottfried Benn (1886 – 1956), che con i suoi versi ha saputo raccontare e descrivere la sofferenza umana (tra obitori e campi di battaglia) e le trasformazioni della Germania nel primo ‘900…

Un obitorio. Un corpo sezionato, disteso su un tavolo metallico. Una scena disturbante, eppure quotidiana per chi fa della morte una professione. Ma cosa accade quando la Poesia entra in quella stanza e osserva quello che accade?

Per scoprirlo bisogna addentrarsi nell’opera di Gottfried Benn, una delle voci più radicali della poesia tedesca del ‘900.

Nel 2026 ricorrono due anniversari legati a questa figura – in parte dimenticata e mai molto nota -: il 2 maggio, i 140 anni dalla nascita, e il 7 luglio, i 70 dalla morte. Leggere Benn oggi, mentre si combattono conflitti ben diversi da quelli a cui ha assistito, e mentre l’arte ha assunto un ruolo differente rispetto a quello della sua epoca, significa prendere in mano delle parole e dei versi macabri, neri, che ci ricordano di affrontare la nuda realtà senza troppi filtri, e ci costringono a fare i conti con la sofferenza e la nostra finitezza.

Chi è stato Gottfried Benn, medico e poeta nichilista?

D’altro canto, è proprio in questi nostri anni che si parla di una società tanatofobica, in cui si allontana l’idea della morte (come sostiene anche il filosofo Byung-Chul Han) e la parola stessa è un tabù.

In cui i corpi sono sempre in mostra, sui social, o idealizzati… mentre i rapporti “smaterializzati.

Ma chi è stato Gottfried Benn, medico e poeta nichilista che fu testimone dei cambiamenti della Germania (e dell’Europa) nella prima metà del ‘900?

Gottfried Benn

Gottfried Benn (credit Bundesarchiv_Bild_183-1984-1116-500)

Tra politica e arte (degenerate)

Per provare ad avere uno sguardo completo sulla produzione dell'”imperdonabile Benn” (come lo definì Cristina Campo), che contempla poesie, saggi e testi biografici, è utile, se non addirittura necessario, guardare alla sua vita personale e al contesto continentale del primo ‘900.

Benn nasce nel 1886 in una famiglia di fede protestante. Agli studi teologici preferisce quelli di medicina, campo in cui si laurea nel 1910.

Nel 1912, invece, esordisce in letteratura con la celebre raccolta Morgue e si dimostra molto vicino al movimento espressionista (sebbene sempre con un’impronta fortemente personale).

Come vedremo in seguito, questi versi contengono lo sguardo clinicoanatomico – dello scienziato, e quello estetico dell’artista. Una caratteristica che si manifesta lungo tutta la sua produzione.

Nel periodo immediatamente successivo, durante la Prima guerra mondiale, presta servizio come medico militare in Belgio. Un’esperienza da cui nasce Cervelli (Adelphi, a cura di Maria Fancelli).

Nel primo dopoguerra Benn è critico verso la Repubblica di Weimar, osserva la crisi politica in corso nelle nazioni europee e la più generale crisi dei valori. Ispirato dall’idea di un’utopica rinascita nazionalistica (come accadde anche ad altri intellettuali, quali Martin Heidegger, Ezra Pound e Louis-Ferdinand Céline), tra il 1932 e il 1933, Benn si accosta sempre più al movimento nazionalsocialista, ottiene l’incarico di dirigere la sezione di poesia dell’Accademia di Prussia e scrive saggi e articoli a favore di questa nuova forza politica, destinata ad alterare gli equilibri geopolitici.

doppia vita, benn

A raccontarlo è lui stesso nell’autobiografia Doppia vita (Adelphi, traduzione di Amelia Valtolina), in cui emerge una sorprendente superficialità, quella che forse – diffusa – permise proprio la trasformazione della Germania: “Il programma del partito. Non lo avevo mai studiato a fondo, non ero mai stato a una riunione di nazionalsocialisti. Sapevo, naturalmente, che il programma conteneva, tra i suoi innumerevoli paragrafi, quello deplorevole sull’antisemitismo: ma allora chi prendeva sul serio i programmi politici?“.

Ma già dopo un anno qualcosa si rompe. Da un lato è lo stesso Benn a non apprezzare più il Regime, dall’altro il partito nazista viene a conoscenza della sua produzione giovanile (definita “arte degenerata“) e lo bandisce, impedendogli di pubblicare.

A differenza di molti intellettuali che fuggono dalla Germania totalitaria, come Thomas Mann e Stefan Zweig, Benn sceglie l’anonimato della carriera militare, in quella che chiamerà “emigrazione interna“. Concluso il Secondo conflitto mondiale, lo scrittore originario di Mansfeld riemerge al centro del panorama culturale e, nonostante i dissensi, rappresenta la cultura europea ferita ma sopravvissuta alla distruzione in quel di Berlino.

In tutto ciò, all’interno del pensiero di Gottfried Benn si rintraccia un forte attaccamento alla filosofia nietzschiana. Se infatti, sul finire del secolo precedente, Nietzsche si era espresso sulla “morte di Dio”, Benn si colloca perfettamente intorno al discorso sul decadimento morale in Occidente. E allora, come sottolinea Anna Maria Carpi nell’introduzione di Frammenti e distillazioni (edizione da lei curata per Einaudi), per lo scrittore tedesco “l’unico gesto significativo è quello fallico dell’arte, che non ha un fine al di là di sé…”.

Le poesie di Gottfried Benn

In Italia sono state pubblicate e tradotte diverse opere di Benn, già a partire dagli anni ’60 (le sue Poesie, edite da Vallecchi, sono datate 1954).

Di particolare interesse per una maggior conoscenza del suo pensiero filosofico-artistico sono Lo smalto sul nulla (Adelphi) e l’autobiografia Doppia vita. Per saggiare, invece, il gusto dell’arte poetica di Benn ci concentriamo su due raccolte molto distanti dal punto di vista temporale (proprio a favore di una comprensione che spazi dalla gioventù alla vecchiaia/maturità), Morgue e Frammenti e distillazioni.

Morgue

Facciamo dunque un passo indietro, fino al 1912, per osservare da vicino la raccolta di poesie Morgue (Einaudi, a cura di Ferruccio Masini), esordio e primo successo di Gottfried Benn. Con questi versi, chi legge entra in un obitorio, posto di lavoro e fonte di ispirazione del poeta: i testi descrivono corpi senza vitasezionati e osservati con rigore scientifico. Che in modo “sinestetico” sembrano rimandare a sensazioni corporee e fisiche, come nei quadri di Francis Bacon, analoghi per il tentativo di dissacrazione, o in alcuni dipinti di Pablo Picasso.

Non c’è pudore, non ci sono emozioni. C’è un linguaggio tecnico e medico, che elimina ogni parvenza di simbolo dal corpo. Su quei tavoli c’è solo materia… Una cesura chiara con la tradizione poetica tedesca.

Due su ogni tavolo. Di traverso tra loro uomini
e donne. Vicini, nudi, eppur senza strazio.
Il cranio aperto. Il petto squarciato. Ora
figliano i corpi un’ultima volta.

(breve estratto da) Requiem

Le donne più povere di Berlino
– tredici bimbi in una stanza e mezzo,
puttane, detenute, reiette –
inarcano qui il loro corpo e guaiscono.

(breve estratto da) Sala delle partorienti

Benn è un poeta dalla penna affilata, distante dalla lirica del passato e dal naturalismo di altri autori a lui contemporanei. E ciò è dato “non solo dall’assenza di un qualsiasi pathos […] ma dalla deliberata volontà di percorrere sino in fondo la parabola della distruzione“, come sottolinea Ferruccio Masini.

Morgue di Gottfried Benn

Frammenti e distillazioni

Eppure, Benn non si ferma qui. Nel tempo la sua scrittura cambia e con la maturità arrivano altre raccolte. In particolare tra il 1951 e 1953 vengono scritti i versi poi contenuti in Frammenti e distillazioni, un’opera il cui titolo dice molto del suo contenuto. Tra paure e memorie, possiamo osservare la vecchiaia di Benn… Lo sguardo clinico si sposta dal corpo individuale alla Storia, come in Distruzioni dove protagonista è la città di Berlino:

Distruzioni –
ma dove non c’è più nulla da distruggere,
persino le rovine invecchiano
fra piantaggine e cicoria
sui loro abbozzi di humus,
rattrappite zolle di terra –

(breve estratto da) Distruzioni

Non c’è retorica, ma la testimonianza di ciò che rimane. Sono poesie che lasciano trasparire la stanchezza del poeta, più controllato, che lavora per sottrazione. Il nichilismo si accorda perfettamente con la sedentarietà di Gottfried Benn (un nietzschiano a cui mancano, per usare le parole di Anna Maria Carpi, “la gioia, la luce e ogni slancio vitale verso ciò che sarà”), che nei versi di Viaggi esprime tutta la sua contrarietà a spostarsi: “Ah com’è vano l’andare! | Lei tardi apprende se stesso: | restare e in silenzio serbare l’io che si traccia i confini”.

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Fotografia header: Gottfried Benn (credit: Bundesarchiv, Bild 183-1984-1116-500 / CC-BY-SA 3.0)