“Non è esagerato credere che protagonista dell’Odissea sia la parola, e che Ulisse sia una metafora del poeta…”. Dal nuovo numero della guida “Leggere il mondo” del progetto Il Libraio Scuola, la riflessione di Nicola Gardini: “C’è la parola che salva, e c’è la parola che uccide”
Cercare le parole nell’Odissea
L’Odissea è una fiera rivendicazione della potenza, della dignità e delle responsabilità della lingua umana. Omero cerca le parole per raccontare la storia di Ulisse, e Ulisse fa, in gran parte, lo stesso. I due nelle intenzioni coincidono.
Anche nella pratica, se consideriamo che le avventure e le traversie che Ulisse affronta dopo la caduta di Troia le apprendiamo direttamente dalla sua bocca mentre si presenta ai Feaci. Ulisse, in quei libri, si sostituisce a Omero, e Omero è ben contento di presentarsi nelle vesti di un eroe.
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“Non è esagerato credere che protagonista dell’Odissea sia proprio la parola”
Non è esagerato credere che protagonista dell’Odissea sia proprio la parola, e che Ulisse sia una metafora del poeta, e che la sua storia racconti fondamentalmente le difficoltà che ogni discorso importante deve affrontare nel suo compiersi, contrastando continue minacce di dissoluzione.
La parola, nell’Odissea, è fonte di vita e di permanenza. In un duplice senso: permette a Omero di rappresentare la storia di un uomo smarrito; e fornisce a quell’uomo un mezzo con cui assicurarsi la salvezza e il ritorno.
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Proprio grazie alle sue capacità linguistiche Ulisse sfugge alla violenza dei Ciclopi, attribuendosi il falso nome di Nessuno, e ottiene l’aiuto di Nausicaa e dei Feaci. Anche una volta arrivato a Itaca, si protegge dai pericoli per mezzo di abili resoconti.
È vero: la sua parola può essere menzognera, come quel nome, Nessuno. Lo vediamo mentire in più di un’occasione quando si presenta agli Itacesi, inventando storie diverse sulle proprie origini (il che induce a sospettare che perfino i racconti che ha composto davanti ai Feaci non siano da prendersi per verità). E lo vediamo dubitare della veridicità delle parole che la ninfa Calipso gli rivolge, quando lo esorta a partire. La falsificazione, sì, incombe dappertutto.
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Qui, però, il punto non è la menzogna, cioè la negazione della verità. Qui il punto è la forza salvifica e vivificante del dire. La parola crea una realtà protettiva, che tiene a bada conflitti tremendi; che allontana o sospende la morte.
Che altro è l’undicesimo libro, quello dell’Ade, se non un trionfo della parola sul silenzio dei defunti? La verità salterà fuori, e salterà fuori nel momento più opportuno.
La parola, pertanto, veridica o no, fantasiosa o no, serve anzitutto a tutelare l’individuo: lo fonda e lo rifonda, secondo il momento; lo rimette continuamente al mondo; ne rifeconda l’essere. La parola è sapienza, e non perché dica il vero per principio, ma perché si oppone alla catastrofe.
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La parola appartiene alla sfera del sacro e lì va cercata. È umana, come ho detto, ma è anche divina. Omero la chiede a una Musa, cioè a una dea. E possiamo credere che anche Ulisse sia costantemente ispirato da una qualche Musa. Sicuramente lo è dalla dea Atena, che gli suggerisce sempre che cosa sia meglio per lui fare secondo le circostanze. Le false Muse, però, non mancano. Bisogna, dunque, saper scegliere con scrupolo l’autorità cui appellarsi.
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“C’è la parola che salva, e c’è la parola che uccide“
Consideriamo le Sirene. Anche loro sembrano capaci di fornire discorsi importanti; anche loro pretendono di avere il ruolo di maestre. Hanno pure una voce meravigliosa, che ammalia. Di loro, però, si deve diffidare. Via via dalle Sirene! C’è la parola che salva, infatti, e c’è la parola che uccide.
Come distinguere l’una dall’altra? La parola che salva prepara il futuro. È parola nuova e rinnovante, come è nuova e rinnovante, con i suoi valori e con la sua trama, l’Odissea rispetto all’Iliade. La parola che uccide riporta al passato, al vecchio, alla guerra. Le Sirene, non a caso, si propongono di riempire la testa di Ulisse con i racconti della guerra troiana.
Dalla guerra, invece, si deve fuggire. La parola che salva conduce a casa, agli affetti, alla pace.
Sì: Ulisse ricade, dopo aver vinto la gara dell’arco, nella violenza dello scontro militare. Però, trucidati i pretendenti, accetta di buon grado la fine del conflitto, secondo la volontà di Zeus. E, non a caso, l’ultima parola – parola conciliatrice – sarà quella di Atena, intervenuta a scongiurare il disastro per conto del re di tutti gli dèi.
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L’AUTORE – Nicola Gardini (1965), milanese, presidente della casa editrice Salani, è autore di romanzi, memoir, saggi, traduzioni e raccolte di poesia. Ha curato edizioni di classici antichi e moderni, tra cui Catullo, Marco Aurelio, Ted Hughes, Emily Dickinson, ed è autore di numerosi libri. Tra le sue opere narrative, ricordiamo Lo sconosciuto (2007, dal 2026 negli Oscar Mondadori), Le parole perdute di Amelia Lynd (Feltrinelli, 2012, premio Viareggio e premio Zerilli Marimò City of Rome), La vita non vissuta (Feltrinelli, 2015), Nicolas (Garzanti, 2022) e Daddy (Mondadori, 2026). I suoi saggi più recenti sono Il più bel romanzo del mondo – L’Odissea raccontata da Nicola Gardini (Garzanti, 2025) ed Eco in una casa nuova – Dire e ascoltare il dolore (Aboca Edizioni, 2025).
Gardini, che insegna letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, per Garzanti ha firmato, tra gli altri, anche Viva il latino, tradotto in numerose lingue, Con Ovidio – Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo, Rinascere, Il libro è quella cosa, Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo e Viva il greco. Con Salani ha pubblicato il romanzo per bambini Silvia e l’enigma della Sibilla.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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