“Il buio a luci accese”, la raccolta di racconti dell’irlandese David Hayden, sfugge da ogni punto di riferimento letterario e condivide con il cinema l’approccio visionario, simbolico e di pura immagine. L’autore, una sorta di Andersen destrutturato e cupissimo, lavora principalmente con l’elemento visivo, camminando in punta di piedi tra i confini di surreale e reale. Una lettura che ruba la bussola al suo lettore, gettato sin da subito nell’oscurità dell’ignoto… - L'approfondimento

Ci sono libri che non assomigliano a nessun titolo che condivida con loro gli scaffali di una libreria. Capita raramente di imbattersi in una lettura in grado di spiazzare il lettore e di farlo catapultare all’interno di un enorme buco nero.

Safarà Editore, casa editrice attenta a scelte editoriali coraggiose, ha recentemente dato alle stampe Il buio a luci accese (traduzione di Riccardo Duranti) raccolta di racconti dell’irlandese David Hayden, attualmente al lavoro sul suo romanzo d’esordio. E in questo senso, è intrigante sapere che cosa stia macchinando, vista la sua capacità di creare veri e propri fulmini narrativi; immagini visionarie e potenti sulla breve durata.

David Hayden | Il buio a luci accese

È curioso come l’uscita sia stata accompagnata dai paragoni con altri illustri autori. Autori analoghi che, però, raramente appartengono alla letteratura (si scomodano, in questo caso Borges e Beckett) ma che si occupano principalmente di cinema e che raramente hanno analogie tra loro (David Lynch e Andrej Tarkovskij in primis).

Ciò che è certo è che la raccolta sfugge da ogni punto di riferimento e che con il cinema condivide l’approccio visionario, simbolico e di pura immagine. La prima, potentissima, è quella di un uomo che, nel racconto iniziale Sortita, si getta dal cornicione. Una caduta che scappa dal limite del tempo, dilatandosi in una surreale distensione di eternità dal sapore onirico. Ma di tante immagini è costituito il volume: c’è un’epidemia di lacrime che colpisce in modo irreparabile dei minatori e c’è l’aldilà, che nella mente di uno dei fantasmi che popola queste narrazioni, è la rappresentazione scenografica dell’ultimo libro letto. C’è anche un racconto che si svolge letteralmente all’interno della testa di un uomo.

Hayden, dicevamo, lavora principalmente con l’elemento visivo, con cambi repentini di linguaggio e approccio (dal lirico al volgare, dal poetico al realistico) e camminando in punta di piedi tra i confini di surreale e reale. Una lettura che ruba la bussola al suo lettore, gettato sin da subito nell’oscurità dell’ignoto, a districarsi tra echi effettivi di Beckett e l’imposizione necessaria di lasciare andare la propria parte razionale.

Inutile scervellarsi su chiavi di lettura e ricerca di plot: l’autore, una sorta di Andersen destrutturato e cupissimo, accompagnerà chi legge in un’oscurità sempre più profonda. E se anche le luci saranno accese, ci sarà sempre da brancolare nel buio.

 

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