"Rileggendo Pinocchio da adulta, ho sentito (e poi vinto) la tentazione di decifrare il più possibile i simboli e i segni, e le contraddizioni che riempiono il libro...". Su ilLibraio.it la scrittrice Ilaria Gaspari racconta com'è stato riappropriarsi del capolavoro di Collodi: "Rispetto all’infanzia, la crudeltà del mondo di Pinocchio risalta di più..."

Com’ero buffo, quand’ero un burattino…

Pochi libri, io credo, sono stati illustrati meglio di Pinocchio. Quella che mi hanno letto molto tempo prima che imparassi l’alfabeto, e che poi leggevo e rileggevo io da bambina, era un’edizione forse della fine degli anni Cinquanta che ne aveva viste di cotte e di crude, passando per varie case e varie infanzie – infanzie di mamme e zie e cugini di vari gradi. La copertina era color legno, come se anche il libro fosse, proprio come Pinocchio, un pezzo di legno magico con una sua vocina impertinente. Le illustrazioni erano vivide, decise; riempivano una pagina intera, e ti rimanevano ficcate in testa. La costa era screpolata e cedeva, e certe pagine si scucivano dalla rilegatura, perché quel Pinocchio era stato letto da tante voci, in tante sere diverse, accanto a lettini diversi. E immagino – ma chi lo sa, poi – che certe pagine siano state sfogliate (in anni diversi, su tappeti di case diverse), con più violenza di altre, per la curiosità o per il divertimento o per la paura; mi chiedo, ora, se fossero per tutti le stesse. Per me, le pagine da sfogliare in fretta per la paura erano poi anche quelle su cui mi piaceva tornare, e distillare il senso di terrore che provavo a fissare la barba di Mangiafuoco, che come un dio indiavolato fuori da quella gran barba riccioluta e tutta nera aveva solo due occhi spiritati e un paio di manone con cui manovrava i fili dei burattini; oppure il viscido sgomento che mi dava il Pescatore, tutto verde persino nei capelli e nella barba (era barbuto anche lui), che con la punta di due dita ridicolmente delicate pizzicava il povero Pinocchio impanato di farina in attesa di schiaffarlo in una padellona di olio bollente.

Gli occhi di Mangiafoco però erano così spiritati, in realtà, solo perché in quell’illustrazione così vivida era colto un attimo prima di starnutire: e io, che il libro lo conoscevo quasi a memoria, sapevo che lo starnuto di Mangiafoco era la grazia per Pinocchio – perché Mangiafoco quando si commuove starnutisce, non piange, ed è solo un modo come un altro per mostrare che anche lui ha un cuore. Ma lo sguardo, in quel disegno, rimaneva inquietante; centellinavo, guardandolo in fretta e voltando e rivoltando la pagina che già cedeva, la mia paura e il primitivo piacere di spaventarsi a comando. E il pescatore verde, Pinocchio lo teneva con quelle due dita arcuate eleganti e buffe, ma nella padella non ce l’avrebbe buttato; e questo lo sapevo perché sapevo che sarebbe arrivato, alla pagina dopo, il cane mastino Alidoro a salvarlo.

Pinocchio

Le illustrazioni che mi piaceva rimanere a guardare per tanto, tanto, tempo – quel tempo infinito che si ha solo da bambini e che non si misura, ma che è solo lungo o breve nel ricordo e nella nostalgia di ritrovarlo quando non si è più bambini – erano proprio quelle di Alidoro, con la sua faccia buona e pendula da mastino; o della cuccia di Melampo, il cane da guardia corrotto, che anche se nel libro compare solo da morto, con quel suo bel nome insensato e musicale come possono esserlo i nomi di certe bambole e certi pupazzi molto amati, con la sua bonarietà corruttibile, è un personaggio anche lui. E poi, c’era il lumino della candela di Geppetto, nella pancia del Pesce-cane; quel tavolino da pittura fiamminga, quell’incongrua dolcezza di casa in un luogo selvatico e impossibile.

E naturalmente c’erano le pagine in cui compariva la Fatina, con i capelli turchini che, penso, tutti i bambini e anche molti illustratori si rappresentano come se fossero turchesi e invece, ora che ho controllato sul dizionario, so che dovevano essere scuri come il cielo un attimo prima che sia notte – eppure continuo a vederli come li vedevo allora, di un azzurro brillante e violento. Forse questo dettaglio del colore dei capelli della Fatina (che nel libro è prima una Bella Bambina, una sorella crepuscolare che parla da una casa di morti, ma poi ricompare come donna e gioca di continuo con l’ambiguità del desiderio di Pinocchio, che si strugge di avere una mamma anche lui), forse proprio questo dettaglio può spiegare cosa si sente a rileggere Pinocchio da grandi, e anche perché è così bello farlo.

Perché i capelli della Fatina è facile immaginarli di un azzurro splendente – quello delle illustrazioni; ed è tanto facile proprio perché l’associazione fra turchino e turchese è un’associazione semplice, elementare, e costruisce nella mente un’immagine vivida e piena di fascino. Ora, rileggendo Pinocchio da adulta, ho sentito (e poi vinto) la tentazione di decifrare il più possibile i simboli e i segni, e le contraddizioni che riempiono il libro – un libro scritto a puntate da un autore che disdegnava di rileggere gli episodi precedenti, avvitandosi così in una serie di controsensi attorno ai quali si costruisce la storia: è così per esempio che il Grillo Parlante, ucciso da Pinocchio stesso al suo primo apparire perché gli ricordava di essere un burattino, torna poi in vita, arzillo come niente fosse; ed è così che Pinocchio è antichissimo e insieme appena nato, che a volte viene preso per bambino e altre per burattino e altre ancora non viene riconosciuto affatto, come dal Pescatore che lo chiama pesce-burattino e lo vuole friggere proprio perché è così raro. Ho pensato che il colore dei capelli di quella Fata – che si manifesta sempre sul confine fra vita e morte, che a tratti riconosce e a tratti disconosce Pinocchio come ragazzino, e gli infligge crudeli sensi di colpa pretestuosi, come quando si finge morta, e per colpa sua – dovesse avere per forza qualche arcano significato simbolico. Allora l’ho cercato nel dizionario Treccani, per capire quali stratificazioni di senso contenesse mai il colore turchino; e ho appreso quello che certo non sapevo, cioè che il turchino è un colore molto più scuro del turchese, il colore della notte che scende. Eppure, nella mia testa, ho scelto di continuare a vederli di quel violento turchese, i capelli della fata; come Collodi, quando si trattò di pubblicare tutti insieme gli episodi di Pinocchio in una nuova edizione, non limò e non tolse i passi in cui si contraddiceva.

E io credo che sia questo, il segreto di Pinocchio, e anche il motivo per cui probabilmente è uno dei libri meglio illustrati di sempre: perché intesse una trama di immagini vive e potenti, una foresta di simboli. La sovrabbondanza di questi simboli e il loro carattere spesso arcano sono raccontati in una lingua bellissima, una lingua che usa le parole per dipingere, che gioca e canta e sorprende con espressioni come ‘stinchi improsciuttiti’, che poi non si dimenticano più; e anche quando pare lontana dalla nostra lingua di oggi, è comunque chiara e limpida e non ha quelle risonanze un po’ goffe di tanta letteratura ottocentesca, ma la semplice vividezza comica della lingua dei toscani del Due e del Trecento, sopravvissuta attraverso i secoli nelle veglie della campagna, nella parlata di contadini analfabeti che potevano capire Dante meglio dei filologi.

Questa sovrabbondanza vivente di simboli li rende, da un lato, indecifrabili; dall’altro, nel descriverli con un realismo perentorio in una lingua immediatamente gioiosa e comprensibile, consente di immaginarli con una naturalezza estrema. Si crea così un sincretismo vivo e pulsante di simboli, che stabilisce un contatto traverso, quasi onirico, con le incongruenze, le stranezze, i paradossi della storia; come in un sogno, si crede a tutto, tutto sembra vero. Solo, rispetto all’infanzia, la crudeltà del mondo di Pinocchio risalta di più, a rileggerlo da adulti; forse proprio perché lo sforzo di questa sospensione del senso della realtà spinge a un abbandono tanto estremo alla favola, che gli indizi dei suoi momenti più cupi e oscuri – come l’imbroglio del Gatto e la Volpe, ola triste fine di Lucignolo dopo la sua tremenda metamorfosi in somarello – quando ci parlano nella lingua cantata della storia, vorremmo solo poterli ignorare come fa Pinocchio, perfettamente innocente pur nel suo alternare un’intatta incoscienza alla vertigine dei sensi di colpa. E però riuscire completamente a ignorarli, da adulti, è difficile, e così si fa più forte e più dolorosa la tentazione di restare sospesi fra la realtà e la crudeltà del mondo e l’insensatezza onirica della fiaba, mentre ci si addentra in questa foresta di simboli così facili da vedere con gli occhi del sogno, rinunciando a analizzarli, tornando ai luoghi dell’immaginazione infantile – e continuando a vedere turchesi i capelli turchini della fata.
L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa ed è al debutto nel romanzo per Voland con Etica dell’Acquario. Qui i suoi articoli per ilLibraio.it

 

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