In libreria "The Game Unplugged", una raccolta di 12 saggi che, anche in modo critico, prendono spunto dal saggio di Alessandro Baricco

“Ho scritto The Game, e quello che pensavo di fare era una mappa. Decifrare un continente, misurarlo, dargli un nome. Mi sono ritrovato a calcolare distanze, distinguere montagne e vallate, elencare centri abitati. Spesso mi è accaduto di registrare la presenza di specie viventi mai viste prima, o la sparizione di organismi che erano stati, solo poco tempo prima, dominanti. Avevo in mente di ritrovarmi, alla fine, con un atlante di quello che avevamo combinato, negli ultimi quarant’anni, cercando un modo diverso di stare al mondo. Mi auguravo di riuscire a disegnarne le mappe con quel tratto che, in passato, tutti i cartografi di genio inseguivano: una sorta di commossa freddezza. I migliori erano capaci di eleganza, alcuni addirittura di bellezza. Poi, dopo, non è che sapessi esattamente cosa aspettarmi. Molte correzioni, credo. Qualche sprezzante confutazione da parte di gente che la sapeva più lunga. Ma anche l’eventualità che molti adottassero quella mappa per cominciare a ragionare, a orientarsi, al limite trovare la strada di casa. E in effetti, è più o meno quel che è successo. Io non vado molto in giro a parlare dei miei libri, e anzi se si tratta di romanzi ho proprio smesso del tutto di farlo (è necessaria un’assenza di vergogna che ho visto dissolversi, in me). Ma per questo libro sono invece andato in giro, e molto, e alla fine ho visto accadere proprio quelle tre cose. Alcuni mi hanno corretto, alcuni hanno stracciato la mappa, alcuni l’hanno adottata e se la sono messa in tasca. Bene così. C’era giusto una cosa, che mi mancava. Una cosa che credo di avere desiderato dalla prima volta che mi sono messo lì a scrivere una pagina di The Game: mi mancava che qualcuno continuasse a scriverlo. È quanto di meglio possa accadere a una mappa…”, scrive Alessandro Baricco (foto di Monica Cillario Rosebud, ndr) nella nota che chiude The Game Unplugged, raccolta di saggi curata da Sebastiano Iannizzotto e Valentina Rivetti per Einaudi Stile Libero. I testi, ovviamente, prendono in qualche modo spunto da The Game, discusso saggio di Baricco uscito lo scorso autunno.

Alessandro Baricco game

Come si legge nella presentazione del volume, “una pattuglia di giovani sommozzatori si avventura nelle acque profonde del Game, dove le correnti sono forti e cambiano direzione di continuo. Ognuno di loro illumina una porzione di quest’abisso, tracciando rotte sempre diverse che raccontano un universo complesso, in cui sapersi orientare è più urgente che mai…”

Tanti i temi affrontati dagli autori coinvolti (nove uomini e tre donne): Raffaele Alberto Ventura ragiona sulle “interfacce di finzione come modo per comprendere e dominare il mondo”, Francesco Guglieri parla di “retromania” nel capitolo “Immaginare sé stessi al tempo degli archivi digitali: è la fine del futuro?“, Pietro Minto della “fine della distinzione tra mondo e oltremondo come dissoluzione del confine tra vero e reale”, Philip Di Salvo si chiede se “in un ordine sociale ed economico in cui tutto ciò che siamo si può tradurre in dati, costantemente sorvegliati dalle macchine, la nostra umanità è superflua”. Spazio poi ai saggi di Andrea Zanni (“Il web è un moltiplicatore“), Marina Pierri (“Sconfiggere la morte attraverso la serialità“), Alessandro Lolli (“Forme di insubordinazione per sopravvivere al palcoscenico dei social network“), Davide Coppo (“Trovare l’equilibrio tra mondo naturale e digitale“) e Matteo De Giuli (“Abbattere e alzare barriere: internet e riscaldamento globale come porte d’accesso per capire il presente“); e ancora, a quelli di Elisa Cuter (“La storia della rivoluzione digitale è anche la storia della femminilizzazione del nostro immaginario“), Valerio Mattioli (“Il lato oscuro della rivoluzione digitale: dobbiamo rubare un altro fuoco per farci luce“) e Francesca Coin (“Come la rivoluzione digitale sia riuscita a distrarci da tutto,
anche dal nostro sfruttamento“).

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