"Abbiamo proprio perso, a quanto pare, il senso della grandezza della superbia, il suo aspetto più affascinante perché eversivo: né ribelli né magnanimi, la trattiamo come un vizietto trascurabile, come se fosse solo compiacimento superficiale; e lo facciamo, naturalmente, non senza compiacimento. Ci rimane l’arroganza, senza slancio..."
Si chiudono con la superbia le riflessioni di Ilaria Gaspari sui vizi capitali, veri e propri viaggi nel tempo letterari

Se vi chiedessero a bruciapelo qual è il peggiore, il più grave, insidioso e molesto fra i sette vizi capitali, quanti di voi – come me – penserebbero immediatamente all’invidia?

L’invidia dei sette vizi canonici è un po’ la Cenerentola: non la si confessa mai, o quantomeno, la si ammette a fatica. Sembrerebbe essere l’unica erede della maligna fama dei vizi capitali in un tempo che non li prende affatto sul serio, e anzi spesso corteggia proprio la loro aura maledetta, qualche volta mostrando così di condividere, un po’ ingenuamente, le premesse dello stesso moralismo che ne ha causato la reprimenda. Lo dimostra benissimo il caso della riabilitazione ‘postuma’ della lussuria, per esempio: che, di fatto, oggi nessuno o quasi citerebbe come possibile candidato al titolo di peggiore fra i vizi capitali (almeno, l’avrei creduto fino a qualche settimana fa, anche se ora questa certezza mi si incrina un po’, mentre assisto con un certo stupore a un rigurgito di intransigenza che però mi pare confermare la mia idea che anche l’apoteosi vissuta dal vizio della lussuria fosse un fuoco di paglia, acceso precisamente con la paglia di roghi puritani – ma questa è un’altra storia). Quanto a gola e accidia, sono debolezze che fanno sorridere! L’ira certo può essere molesta: ma è troppo forte e fondata l’idea di un’‘ira giusta’, perché possa vincere il primato di più grave fra i vizi. Mi stavo addirittura dimenticando dell’avarizia, candidato davvero risibile: l’avaro è grottesco, e non sa far paura.

La risposta giusta, se ci rivolgiamo alla classificazione della dottrina morale cattolica, naturalmente non è nessuna di queste sei: il vizio peggiore, secondo la norma gregoriana, è – attenzione – la superbia, che S. Tommaso definisce un desiderio disordinato della propria eccellenza. Disordinato, nel senso che non ha nessun riguardo per i criteri con cui quell’eccellenza dovrebbe essere commisurata in modo da poter corrispondere idealmente a un ‘premio’: la superbia è un’ambizione senza misura, priva di un ordine di grandezza con cui confrontarsi, che non sia la famelica pretesa di vedere riconosciuta la propria eccezionalità. Naturalmente, questa mancanza di misura ne segnala la potenziale ingordigia, e l’aspetto tipicamente frustrante che condivide con tutti i vizi capitali, anche quelli che non sono legati direttamente all’incontinenza fisica del desiderio: l’essere senza limiti, senza fondo, e dunque, senza possibilità di vera soddisfazione.

Secondo questa tassonomia canonizzata da Gregorio Magno, la superbia sarebbe quindi la regina di tutti i vizi capitali, e anzi addirittura non ci sarebbe peccato che non sia anche peccato di superbia. E se un dottore della Chiesa, nel VI secolo, ha decretato così, avrà certo avuto le sue buone ragioni teologiche: Lucifero, l’angelo caduto, è punito da Dio per l’appunto per la superbia che l’ha spinto a volersi equiparare alla divinità. Di fatto, se si tiene conto della sua trasformazione – angelo dalla schiera dei serafini, diventa l’Avversario per eccellenza, attraverso una serie di controverse transizioni scritturali –  non si può dire che sia un ruolo che manca di distinzione; né che la superbia di quest’angelo scaraventato giù dal cielo sia stata inefficace, o priva di conseguenze.

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È proprio l’esercizio della superbia luciferina, a creare un principio di opposizione a Dio: non stupisce che Lucifero sia stato accostato, da una lunga tradizione gnostica e poi libertina, proprio a Prometeo, il titano ribelle che agli uomini svelò il potere del fuoco, dischiudendo la possibilità del progresso. Il serpente che incanta Eva, e attraverso di lei seduce il primo uomo facendogli mordere il frutto proibito, è figura luciferina. La conoscenza del bene e del male nascerebbe quindi da un atto di superbia, sia indirettamente, tramite la serpe, che direttamente: perché anche la trasgressione di Adamo è, a sua volta, una forma di superbia (così Dante, nel Paradiso, fa dire allo stesso Adamo: non il gustar del legno / fu per sé la cagion di tanto essilio, / ma solamente il trapassar del segno). Dalla superbia avrebbe origine quindi il libero arbitrio – l’idea stessa di poter peccare – e insieme, il suo potenziale slancio verso la conoscenza; la libertà dell’uomo che disobbedisce, che si avvicina a quello che non dovrebbe sapere mai – e invece, finisce per scoprire. È chiaro che la superbia ha il suo fascino, enigmatico come la figura dell’angelo caduto che conserva il suo antico nome, che è anche il nome di una stella: Lucifero, che porta la luce. Può anche essere un mascheramento e uno strumento di seduzione, ma intanto è pur sempre luce, con tutta l’ambiguità del caso.

Sembra strano, ma nell’Inferno di Dante manca una collocazione specifica proprio per il peccato di superbia, nonostante poi i vari gironi, e soprattutto la palude dello Stige, pullulino di arroganti (che però sono superbi di carattere, finiti a scontare pene atroci e grottesche per via di qualche altra colpa), e nonostante invece nel Purgatorio il passaggio dalla cornice dei superbi sia fondamentale proprio per la salvezza di Dante, che non doveva assolversi troppo facilmente da questo vizio. Questo vuoto si spiega in realtà con il fatto che Dante, nell’Etica Nicomachea di cui si serve per modellare l’ordinamento morale del suo inferno, non può trovare un equivalente del concetto cristiano di superbia: e questo perché nell’etica aristotelica non c’è spazio per la nozione, cristiana anche quella, di umiltà.

Per Aristotele, al contrario, l’orgoglio – inteso come magnanimità, come grandezza d’animo – è una virtù. E in genere la cultura greca – come ben sa chi nelle versioni ha invano a lungo cercato una traduzione della parola hybris che non fosse la sempre démodé ‘tracotanza’ (pesando il veto dei professori, appunto, su superbia) – mostra un certo rispetto per questo atteggiamento. La hybris, che pure gli dei non si peritano di rintuzzare, anche con una certa ferocia (non avranno avuto l’idea dell’umiltà, ma quella di un equilibrio da mantenere stabile ce l’avevano eccome), in qualche modo fa parte della definizione della condizione umana, della sua spinta a sfidare i propri limiti. Anche Dante, che pure ha una relazione con la cultura greca mediata dalla patristica e dalla scolastica, condivide il rispetto per la grandezza e l’orgoglio ‘magnanimo’, oltre che per la famosa hybris del più greco dei greci, Ulisse.

Ma questo non dovrebbe indurci a pensare che, come tendiamo a fare noi, Dante sottovalutasse la portata della superbia, anzi: il fatto è che, mentre nell’Inferno si espiano peccati attuali, nel Purgatorio si correggono vizi capitali, quindi in realtà l’idea che la superbia sia una specie di tratto del carattere, un’inclinazione, un catalizzatore di peccati, resiste e non è contraddetta dall’assenza di un luogo infernale destinato esclusivamente ai superbi.

Del resto, come anche l’invidia e l’ira, la superbia ha proprio la particolarità di esprimere un particolare stato emotivo. Accostandola all’invidia, ne scopriamo anche un altro aspetto interessante: la superbia come la intendiamo oggi, è in un certo senso proprio il rovescio speculare dell’invidia. Infatti, ora che il vizio si è fatto puramente mondano e non ha più nulla a che fare con il peccato, la vediamo, più che come un atto eversivo e di sfida a un’autorità spirituale, come una rispettabilissima sorella della sprezzatura: un atteggiamento, una posa di superiorità che dimostri al mondo quanto valiamo. E, si sa, suggerire di essere fatti in un certo modo (in un modo naturalmente strabiliante, eccezionale, o quantomeno notevolissimo), se lo si sa far bene, può far sì che davvero, attraverso l’opinione di chi incomincerà a vederci proprio in quel modo, diventiamo, almeno nella percezione altrui, esattamente come suggerivamo di essere: si chiama self-fashioning, ed è piuttosto efficace. Anche, e soprattutto, per far crescere l’invidia degli altri, che è un po’ la cartamoneta del prestigio sociale – il che non è poi così strano in un contesto in cui il lavoro non di rado viene pagato ‘in visibilità’.

La lotta a inseguire disordinatamente la gloria si nutre proprio della dialettica fra superbia, emulazione e invidia: e non è certo cosa di oggi – lo capì a sue spese anche il povero Oderisi da Gubbio, miniatore medievale che nel Purgatorio, mentre come una cariatide è costretto a stare curvo sotto un enorme masso, racconta a Dante quanto sia stato vano il suo sforzo di primeggiare impegnandosi a umiliare un rivale che, alla fin fine, era invece più bravo di lui. Solo che ammetterlo, in questa vita terrena, non è tanto facile:

«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
«Frate», diss’elli, «più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.»

Ben non sare’ io stato sì cortese
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove mio core intese.

Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.»

Ma com’è che oggi sembra così difficile indovinare che proprio la superbia, nell’ordinamento dei vizi capitali, ha avuto l’ambiguo onore di esserne incoronata regina e padrona? Neppure il serial killer giustiziere di Seven (1995), che si improvvisa teologo colpendo vittime-simboli dei vizi capitali e componendole in quadri allegorici del loro contrappasso, rende nemmeno lontanamente giustizia alla grandiosa perdizione della superbia, interpretandola alla lettera e in maniera un po’ sempliciotta come pura vanità. La liquida uccidendo una modella vanesia e mutilandole il viso: un po’ superficiale, no, come trattamento da riservare al vizio capitale che definisce lo stato stesso dell’uomo caduto dal paradiso terrestre, e il suo destino tragico di creatura ibrida e disperata, né bestiale né divina? L’uomo non è né angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuol fare l’angelo fa la bestia, scrisse Pascal che, da giansenista tormentato, vedeva davvero quanto fosse straziante e tragico questo segno di contraddizione che marchia la natura umana.

Abbiamo proprio perso, a quanto pare, il senso della grandezza della superbia, il suo aspetto più affascinante perché eversivo: né ribelli né magnanimi, la trattiamo come un vizietto trascurabile, come se fosse solo compiacimento superficiale; e lo facciamo, naturalmente, non senza compiacimento. Ci rimane l’arroganza, senza slancio.

Ilaria Gaspari

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa e ha debuttato nel romanzo con Etica dell’Acquario (Voland).
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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