Dopo le riflessioni su accidia, gola e lussuria, su ilLibraio.it la scrittrice Ilaria Gaspari torna a confrontarsi con i vizi capitali: l'invidia è il più duro da confessare, il più ripugnante, il più difficile da tramutare in un motivo di orgoglio – l'unico, anzi, per cui questa metamorfosi sia così dolorosamente impossibile...

Ho letto da qualche parte che la miglior materia letteraria si trova frugando nelle cose di cui ci si vergogna; ho pensato che questo spiegherebbe perché l’invidia – occulto e inconfessabile ingranaggio del desiderio – abbia avuto tanta importanza nella storia della letteratura. Ma spiegherebbe anche perché mai, in un momento storico in cui si dice che la letteratura languisca, l’invidia stia invece vivendo un inaspettato (e bizzarro) momento di gloria.

L'Invidia di Giotto
L’Invidia, affresco di Giotto, databile al 1306 circa

Fra i vizi capitali, l’invidia ha sempre occupato un posto tutto particolare. Con la spietata esattezza dei moralisti francesi, La Rochefoucauld ha osservato che anche se spesso ci si vanta in pompa magna delle passioni più delittuose, l’invidia la si tace, non si osa confessarla. Dell’invidia ci si vergogna; tanto, e tanto sinceramente, che si fatica a parlarne. È proprio vero: l’invidia è il più duro da confessare fra i vizi capitali, il più ripugnante, il più difficile da tramutare in un motivo di orgoglio – l’unico, anzi, per cui questa metamorfosi sia così dolorosamente impossibile.

Da cosa nasce, la smisurata antipatia dell’invidia? Più cerco di osservarlo da vicino, questo povero mostro dagli occhi verdi, più mi rendo conto che è davvero diversa, l’invidia, dagli altri vizi capitali, e che è proprio condannata a non trovare mai riposo, a non avere tregua – nemmeno quella, puramente accidentale, che capita all’accidia: per quanto sia anche lei un supplizio, un continuo rimandare il compimento del piacere che cerca, è tanto più rilassante, tanto meno tormentosa del  travaglio macchinoso dell’invidia. Perché l’accidioso è un eterno insoddisfatto, ma di questa sua insoddisfazione, quantomeno, può fregiarsi: gli darà un tono d’artista o di persona profonda e riflessiva – e data la sua indolenza saprà farlo con misurata civetteria, senza strafare, ché sarebbe troppo faticoso. L’invidioso, ahilui, non avrà nemmeno il sollievo di sfogarsi, di confessare il suo malessere, di incontrare quella compiaciuta comprensione ironica che la confessione mondana di un vizio capitale quasi sempre suscita, e che si manifesta nella lieve saggezza di sorrisi e pacche sulle spalle a lenire la gravità della debolezza. Tanto che l’ammissione di solito viene contraccambiata da altre confessioni, di altre debolezze – vanno bene tutte tranne una, chiaramente.

Tutti i vizi capitali dilatano a dismisura atteggiamenti o inclinazioni che di per sé non avrebbero nulla di male, se non fosse, appunto, che superano il limite di quello che è considerato sano, giusto o almeno accettabile – è proprio questa trasgressione a trasformarli in vizi. Questo vale per la gola, la lussuria, pure l’avarizia e l’accidia (bisogna pur oziare, di tanto in tanto!); persino per l’ira e la superbia, che in una certa misura possono anche essere ritenute ‘giuste’, cioè avere dei motivi solidi. Vale, insomma, per tutti i vizi capitali – tutti tranne uno.

L'invidia di Hieronymus Bosch
L’invidia di Hieronymus Bosch

Tutti quei sei vizi, quelli dopotutto perdonabili, sono esagerazioni che deformano comportamenti che, di per sé, tenderebbero solo a soddisfare un desiderio – di cibo, di piacere, di ricchezza, di riposo, di giustizia, di riconoscimento – e quindi a farci godere di qualcosa. Ma l’invidia, quella no. Il paradosso più crudele è che non mira a ottenere niente, e per di più non si cura del fatto che l’invidioso, se anche l’oggetto della sua invidia perdesse ciò che ha già, rimarrebbe sempre nella stessa situazione.

Una pubblicità di qualche anno fa usava proprio il meccanismo dell’invidia per creare un piccolo corto circuito che calamitasse l’attenzione. C’era ragazza sulla spiaggia: il disagio di dover stare in costume lo dissipava tutto masticando una cingomma che le faceva apparire, all’improvviso, tutti i corpi intorno a lei come se fossero improvvisamente ingrassati. Lei rimaneva identica, ma le ragazze intorno, che a prima vista le erano sembrate perfette, di colpo erano cicciottelle; così si sentiva a suo agio. Non aveva conquistato il corpo perfetto, non aveva direttamente guadagnato niente, se non il fatto che nessuno, intorno, stesse meglio di lei. Non è strano che gli altri spot di quella stessa campagna sfruttassero tutti situazioni di cui in genere non sta bene parlare – come la flatulenza improvvisa, ad esempio: non è strano, perché il congegno dell’invidia è altrettanto impopolare, altrettanto impudico da confessare, se non di più.

Uno dei motivi di questa difficoltà forse sta in un aspetto che, in un certo senso, è la conseguenza del fatto che non sappia trovare soddisfazione: l’invidia si ritorce contro chi la prova, perché è una distorsione della tendenza naturale a rispecchiarsi negli altri.

Si invidiano i propri simili, proprio perché li si riconosce come simili – questo era ben chiaro ai Greci: Aristotele scrisse che proviamo invidia solo per chi ci somiglia. È una passione che si scatena fra pari: gli dei dell’Olimpo, che con gli uomini avevano molto in comune, compreso un mucchio di debolezze (e talvolta, grazie soprattutto a quel piacione di Zeus, pure qualche figlio), provavano un particolare genere di invidia, verso quegli uomini che gli parevano avvicinarsi troppo a loro – e avvalendosi della loro potenza divina, provvedevano prontamente ad annientarli.

L’invidioso si augura il male altrui, sperando di ottenere così una soddisfazione (indiretta e in fin dei conti impossibile) del suo desiderio. Il suo occhio è un malocchio – l’etimologia parla chiaro: invidiare è guardar male. Quello dell’invidia è uno sguardo maligno, un pensiero magico rischioso da maneggiare: come tutti gli incantesimi, rischia di ritorcersi contro chi lo pratica. Le immagini medievali colgono questo aspetto con l’esattezza brutale del linguaggio allegorico: nella Cappella degli Scrovegni Giotto dipinse l’invidia come una donna terrificante, con i piedi in fiamme e un serpente che, uscendole dalla bocca, le morde gli occhi. Dante rappresentò i suoi invidiosi tormentati dal panno di vesti ruvide come cilici, e con gli occhi cuciti da un fil di ferro – prendendo in prestito una tecnica che i falconieri usavano per addomesticare gli sparvieri. Il povero Guido del Duca, gentiluomo di Ravenna, racconta così a un Dante in lacrime (lui, gli occhi per piangere, li aveva) il suo tormentoso destino:

Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m’avresti di livore sparso,

Lo sguardo dell’invidioso è uno specchio deformante, che rimanda nel livore l’immagine della felicità altrui. Forse proprio per questo è così difficile confessare l’invidia: perché è una passione che separa, che segrega l’invidioso da tutti gli altri uomini. Una passione solitaria e incomunicabile.

È interessante che oggi, che la tecnologia ci ha dato tutti i mezzi per comunicare rimanendo nascosti – e quindi, per superare la vergogna come si salta un fiumiciattolo – l’invidia stia uscendo dallo sgabuzzino in cui era stata confinata. È uscita travestita da indignazione, per confondere un po’ le acque; ma forse, nel clamore di caps lock e punti esclamativi, nel frastuono degli insulti da dietro le tastiere, si è costruita una sua piccola rete di sicurezza, e si sta rendendo conto che non è poi così indispensabile camuffarsi.

Ilaria Gaspari - foto di Angelo Palombini
Ilaria Gaspari – foto di Angelo Palombini

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa e ha debuttato nel romanzo con Etica dell’Acquario (Voland).
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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