“Quando agli incontri nelle scuole ho a che fare con adolescenti, sento per loro un timoroso rispetto: stanno attraversando l’età della vita che più di tutte, finora, mi è sembrata difficile, e se è vero che sento ripetere da ogni parte quanto l’adolescenza di oggi sia diversa da quella degli anni duemila, in fondo non ci credo tanto. Forse perché quando parlo con loro sento vibrare la stessa inquietudine che ho conosciuto io…”: la morte dell’attore James Van Der Beek (star di Dawson’s Creek) spinge la scrittrice Ilaria Gaspari a riflettere sulla nostalgia (“che può essere una malattia”) per “l’ultima adolescenza analogica”: “Come Dawson che voleva fare il regista, crescevamo con l’idea che ogni strada ci fosse aperta, e naturalmente non era vero… poi ci si sarebbero messe di mezzo le crisi economiche, la precarizzazione del lavoro e, come ci ripetiamo da un tempo che pare infinito, la società liquida e l’epoca delle passioni tristi, e tutto quello che ci atterrisce oggi…”

Non rivivrei per nulla al mondo l’età dell’adolescenza, lo penso da quando ho sentito di esserne uscita, e saprei dire il giorno esatto, com’ero vestita e che tempo faceva. Era fine settembre, compivo diciannove anni e da qualche parte avevo letto che a quell’età l’adolescenza poteva considerarsi finita. Non so, non ho mai saputo quanto ci fosse di scientifico in quella teoria, ma mi piacque molto l’idea di crederci, anche se sotto sotto non mi sono mai fidata delle demarcazioni nette, e so bene che ci sono cose impossibili da quantificare in misure che vadano bene per tutti, sovrastando le individualità, le differenze e le sfumature.

Diciamo dunque che ci credetti perché mi faceva piacere dirmi che l’adolescenza era un capitolo chiuso – non sapevo che nessun capitolo, in nessuna vita, si chiude mai del tutto, mai davvero – e potermi concedere di pensarci con passeggera gratitudine. Potevo considerarmi fuori dagli anni della metamorfosi, degli abissi, dei picchi di esaltazione insensata e inconsolabile disperazione, della stupidera e dei capricci incomprensibili, della smania di essere come tutti e dell’urgenza di non somigliare a nessuno, insomma quell’età in cui tutto aveva proporzioni assolute, insopportabili.

Scopri il nostro canale Telegram

Seguici su Telegram
Le news del libro sul tuo smartphone

Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati

Inizia a seguirci ora su Telegram Inizia a seguirci ora

Ora, quando agli incontri nelle scuole ho a che fare con adolescenti, sento per loro un timoroso rispetto: stanno attraversando l’età della vita che più di tutte, finora, mi è sembrata difficile, e se è vero che sento ripetere da ogni parte quanto l’adolescenza di oggi sia diversa da quella degli anni duemila, io in fondo non ci credo tanto. Forse perché quando parlo con loro sento vibrare la stessa inquietudine che ho conosciuto io. E magari, mi dico, sarà pure una proiezione; magari, certo, ma l’inquietudine c’è, e lo so perché ci ritroviamo a parlare di emozioni, di ansie e aspettative, e quel baluginio di irrequietezza lo so riconoscere senza possibilità di errore. O forse è perché, prima di ritrovarmi a parlare di emozioni con gli adolescenti di ora, le emozioni le ho studiate, e so che ci sono cose che non cambiano mai, per quanto cambino i tempi e i codici e i modi per dirle.

So, per esempio, che la nostalgia può essere una malattia, una malattia che si scatena in determinate condizioni: a conferirle questo statuto fu l’osservazione dei comportamenti dei giovani soldati svizzeri di quasi cinque secoli fa che si arruolavano mercenari e, giustamente atterriti dalla guerra che per povertà erano costretti a combattere, al risentire le canzoni dei vaccai che ricordavano la loro infanzia vicina e lontanissima si illanguidivano e non avevano più voglia di far nulla, e cadevano in uno stato di letargica reminiscenza del passato.

Ecco, questa settimana il contagio mi ha toccata, e allora sono tornata a pensarci, alla mia adolescenza, che non rivivrei mai. E se la nostalgia è una malattia, il suo sintomo sono sorprendenti illusioni ottiche di comprovata potenza: quegli anni che non ripeterei per tutto l’oro del mondo mi sono apparsi avvolti in un pulviscolo dorato che li faceva risplendere, mi sono sembrati bellissimi, abbaglianti, e anche se sapevo che era effetto dell’illusione, la sua potenza non ne è stata diminuita.

Così mi sono avvicinata a questo abbacinante trompe l’oeil e ho provato a guardarlo da vicino. Perché non era una questione che riguardava solo me, era un miraggio collettivo. Da un giorno all’altro, i social del 2026, gli stessi canali su cui sperperiamo le briciole del tempo in cui una volta ci saremmo semplicemente annoiati, annullandoci in una forma più esasperante e raffinata della stessa noia di una volta, si sono riempiti di immagini della fine degli anni Novanta, di riflessioni sul tempo che è passato, sui cambiamenti che in venticinque anni hanno stravolto il mondo e il modo di stare insieme, di meditazioni sociologiche sulle relazioni parasociali e di analisi parecchio angosciose del funzionamento del sistema sanitario statunitense. E, ancora, di considerazioni dal tono variamente ironico o filosofeggiante sulla caducità della vita e sulla morte che è un problema che ci riguarda tutti, anche se ci sentiamo giovani e invincibili, o meglio, ci ricordiamo ancora come fosse ieri il tempo in cui ci consideravamo giovani e invincibili.

Ecco, è successo tutto questo, ed è stato un sollievo dolceamaro veder scorrere negli schermi dei telefoni che hanno cambiato il nostro modo di stare al mondo le immagini di un mondo in cui telefoni così non ce n’erano, e tutti ci accostavamo, anche un po’ per mancanza di alternative, agli stessi prodotti culturali, più o meno riusciti, o scadenti, o abborracciati, o moralistici, o diseducativi. Nelle stesse sere fisse della settimana li guardavamo alla TV e il giorno dopo ne parlavamo a scuola aspettando la puntata successiva, li chiamavamo telefilm e non serie e non potevamo riguardarli se non nel momento in cui venivano trasmesse le repliche, e per questo forse in attesa della nuova puntata ne parlavamo.

Se è successo che le immagini di quel tempo si sono ora riversate fra quelle di oggi e non abbiamo avuto bisogno nemmeno di un secondo per riconoscere un pontile su cui nessuno di noi ha mai messo piede, e una cameretta piena di poster di film di Spielberg, e una finestra a cui era stata poggiata una scala, e modelli particolarmente infagottanti di jeans e camicie a scacchi, se abbiamo pensato a Capeside, toponimo di fantasia, come a un luogo preciso della nostra crescita e formazione e in qualche caso, addirittura, educazione sentimentale, è stato perché la settimana scorsa, all’età di quarantotto anni, circa venticinque dopo aver dismesso i panni del suo ruolo più famoso che però non si è mai davvero levato di dosso, è morto James Van Der Beek.

Ricordo il suo nome di asperità nederlandesi quando compariva nella sigla, scritto in quei caratteri (nessuno allora si sarebbe sognato di chiamarli font, come facciamo adesso) che simulavano una calligrafia così tipica di quegli anni lì, che poteva trovarsi in una qualsiasi delle nostre smemorande, con le lettere tutte arrotondate. Il suo nome compariva per primo, perché aveva il ruolo del protagonista eponimo del telefilm: era il mondo di Dawson, sua era la cameretta che entrava nelle nostre camerette, suo anche un certo moralismo piuttosto passivo-aggressivo che, a riguardare oggi qualche puntata, come ho avuto la tentazione di fare, spicca come un elemento di invecchiamento prematuro.

Dawson’s creek era tutto fuorché un capolavoro, eppure in questi giorni in cui le immagini spezzettate della sigla comparivano nello schermo del mio telefono mi sono ricordata perfettamente – con la perfezione aggiunta del pulviscolo della nostalgia – il piacere che provavo, all’epoca, ad aspettare e centellinare le puntate, che invece di studiare guardavo nelle repliche (al tempo della prima messa in onda, chissà perché – la nostalgia mi impedisce di recuperare una memoria esatta delle circostanze – dovevo essermele perse) in luminosi pomeriggi di primavera, sul divano della casa della mia amica del cuore che nel frattempo ha cambiato molte case, e molti divani, il che non mi impedisce di ricordare consistenza e colore dei cuscini di quel divano lì, che forse oggi non esisterà più.

Mi sono ricordata come commentavamo le analisi minuziose dei comportamenti di un gruppo di amici che non erano i nostri, eppure sì, nella vicinanza illusoria che creava la sensazione di un prolungamento delle nostre vite in un liceo della provincia americana, in casette a due piani diversissime dalle nostre, in un clima di puritanesimo che già allora ci faceva sorridere, ma certo non ci vietava di appassionarci alle avventure di un gruppetto di amici della nostra età, pur se interpretati da attori visibilmente più maturi. Mi sono sorpresa a trovare, in quel mondo convenzionale e un poco angusto, una poesia che certo è effetto dell’illusione ottica, ma forse non solo: forse anche di una forma un po’ ingenua di realismo, quella per cui Dawson era sì il protagonista, ma era quasi impossibile desiderare di essere lui. Come Tonio Kröger, si portava addosso una pesantezza che fiaccava gli slanci, era troppo impegnato a osservare la vita per vivere davvero. Come me allora, che non lo avrei ammesso mai, e faccio fatica ad ammetterlo adesso, eppure so che è vero.

Può interessarti anche

Ma credo che quella parvenza – illusione? – di poesia sia dovuta soprattutto alla specifica forma che ha assunto, riguardata a posteriori, l’adolescenza di inizio millennio: l’ultima adolescenza analogica, ma anche la prima potenzialmente riproducibile all’infinito, sui social arrivati subito dopo. Per questo è prematura e amplificata, la nostalgia dell’ultima adolescenza prima che cambiasse il mondo e tutto diventasse più facile in apparenza e in questa facilità ci si impigrisse e nessuno si sognasse più, non dico di arrampicarsi sulla finestra di un amico, condotta che comunque fuori dai telefilm avrebbe potuto avere conseguenze indesiderabili, ma nemmeno di citofonare senza preavviso, per chiederti di scendere a prendere un gelato, a fare un giro in bicicletta, a chiacchierare, o a sperperare un po’ di tempo in attività che non richiedono pianificazione e che nessuno ha documentato, perché le fotografie si facevano con parsimonia, dato che svilupparle costava.

Può interessarti anche

Come Dawson che voleva fare il regista, crescevamo con l’idea che ogni strada ci fosse aperta, e naturalmente non era vero; non è forse mai stato proprio vero, forse non lo sarà mai, ma di sicuro noi avevamo coltivato questa illusione con particolare accanimento, il che avrebbe reso simmetricamente più cocente la disillusione. E certo poi ci si sarebbero messe di mezzo le crisi economiche, la precarizzazione del lavoro, e come ci ripetiamo da un tempo che pare infinito, la società liquida e l’epoca delle passioni tristi, e tutto quello che ci atterrisce oggi, e ci fa somigliare a quei soldati svizzeri del Seicento, oggi che scopriamo che la nostra adolescenza è abbastanza lontana da poterne avere finalmente nostalgia.

Scopri la nostra pagina Linkedin

Seguici su Telegram
Scopri la nostra pagina LinkedIn

Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it

Seguici su LinkedIn Seguici su LinkedIn

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, scrittrice, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Dal 2015 collaboratrice di ilLibraio.it, scrive per diverse testate e collabora con radio, tv e scuole di scrittura.

Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno), Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi) e, sempre con Einaudi, Vita segreta delle emozioni. Nel 2022 per Giulio Perrone editore è uscito A Berlino – Con Ingeborg Bachmann nella città divisa. Con Emons, (e con il sostegno dell’Institut Français Italia), sempre nel 2022, ha curato e condotto il podcast Chez Proust. Per la collana digitale Quanti di Einaudi ha inoltre pubblicato il saggio breve Cenerentole e sorellastre – Una botanica della bellezza.

Guanda a marzo 2024 ha pubblicato il suo secondo romanzo, La reputazione, in cui la scrittrice affronta temi stringenti della nostra contemporaneità. Da poco è tornata in libreria con il racconto lungo L’hotel del tempo perso – Non rubare, un giallo a tinte filosofiche che omaggia Agatha Christie e le sue atmosfere, uscito in una nuova collana Rizzoli ispirata ai dieci comandamenti.

Scopri le nostre Newsletter

Iscrizione alla Newsletter
Il mondo della lettura a portata di mail

Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it

scegli la tua newsletter Scegli la tua newsletter gratuita

Fotografia header: James Van Der Beek ai tempi di Dawson's Creek (foto GettyEditorial 12-2-2026)

Libri consigliati