Partendo da alcune lettere ritrovate in archivio, Jenn Shapland ripercorre la vita di Carson McCullers, autrice di capolavori come “Il cuore è un cacciatore solitario” e “La ballata del caffè triste”, e riflette sul modo in cui vengono raccontate le storie d’amore queer. Un libro a metà tra memoir, ricerca biografica e critica letteraria – Vi proponiamo un capitolo da “La mia autobiografia di Carson McCullers”

Che cosa succede quando un archivio restituisce una storia diversa da quella che abbiamo sempre conosciuto? È la domanda da cui prende avvio La mia autobiografia di Carson McCullers (Enciclopedia delle Donne, traduzione di DC Calgaro e Marina Calvaresi) di Jenn Shapland, un libro che sfugge alle definizioni tradizionali.

Non è soltanto una biografia della grande scrittrice americana (Columbus, 19 febbraio 1917 – Nyack, 29 settembre 1967), né un memoir in senso stretto: è il racconto di una ricerca che, seguendo le tracce lasciate tra lettere, documenti e omissioni, finisce per mettere in discussione il modo stesso in cui raccontiamo una vita.

Tutto comincia quando Shapland, allora dottoranda, si imbatte in alcune lettere indirizzate a Carson McCullers da una donna che si firma Annemarie. In quelle pagine riconosce una corrispondenza amorosa che sembra entrare in tensione con l’immagine pubblica e biografica della scrittrice, autrice di capolavori come Il cuore è un cacciatore solitario e La ballata del caffè triste.

Da quel momento la consultazione degli archivi si trasforma in un’indagine sempre più personale, che porta l’autrice a interrogarsi non solo sulla vita di McCullers, ma anche sulle forme attraverso cui la memoria conserva, modifica o cancella le esperienze queer.

Finalista al National Book Award e vincitore del Lambda Literary Award negli Stati Uniti, La mia autobiografia di Carson McCullers intreccia critica letteraria, ricerca storica e racconto autobiografico. Ne emerge il ritratto di una delle voci più importanti della narrativa americana del ‘900 e, insieme, una riflessione sul desiderio, sull’identità e sul bisogno di trovare sé stessi nelle storie degli altri.

La mia autobiografia di Carson McCullers copertina

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Corrispondenza

Non mi aspettavo lettere d’amore. La carta era scurita dal tempo, i bordi increspati. La calligrafia di Annemarie riempiva la pagina, con una pronunciata inclinazione verso destra e la tendenza a risalire lungo il margine sinistro per le aggiunte dell’ultimo minuto. Con la tipica ansia della tirocinante, leggevo quelle pagine senza nemmeno sfilarle dalle buste trasparenti di poliestere.

«10 aprile, di notte
Carson, bambina, mia adorata, lo sai che, in partenza dopodomani, mi sento per metà spaventata e per metà orgogliosa, sul punto di lasciarmi alle spalle tutto ciò a cui tengo, ancora una volta, e un’ondata di amore…»

Alzai lo sguardo sulle file di scatole per manoscritti che mi circondavano con un ronzio nella testa e il volto in fiamme. Voleva dire quello che pensavo volesse dire? Che cosa intendeva quando scriveva “amore”? D’istinto tesi l’orecchio per sentire se arrivasse qualcuno. C’era solo il ticchettio elettrico degli scaffali scorrevoli, così continuai a leggere. Annemarie rammentava a Carson di «come avevamo parlato, io e te, quel giorno a pranzo, ti ricordi, all’angolo vicino al Bedford Hotel, con il latte e il pane e il burro, secoli fa».

Quattro anni prima di visitare l’archivio in Georgia che ospita le trascrizioni delle sedute di psicoterapia di Carson, quando di lei conoscevo poco più del nome, stavo facendo un tirocinio all’Harry Ransom Center, un’enorme collezione di libri e documenti di artisti e scrittori nel campus della University of Texas ad Austin. Era stato un bel colpo: mi aveva evitato di insegnare per due anni mentre preparavo il dottorato oltre ad assicurarmi un accesso illimitato ai documenti e agli effetti personali di grandi autori.

Ogni giorno, per quei due anni, mi sedevo nell’ufficio che condividevo con gli altri tirocinanti e rispondevo alle richieste di studiosi e ricercatori, pescandole da una catasta di lettere vicino alla porta. Erano in gran parte noiose. Una buona metà riguardava David Foster Wallace o Norman Mailer. (La mia scoperta preferita furono le lettere scritte a Mailer da una delle sue amanti, che esordiva con “Caro Coglione Americano”, una buona sintesi anche della mia opinione di lui.) Un giorno, all’inizio di febbraio del 2012, un ricercatore scrisse chiedendo informazioni sulla corrispondenza tra Annemarie Clarac-Schwarzenbach, un nome che mi era del tutto sconosciuto, e Carson McCullers, autrice di romanzi i cui titoli mi avevano sempre colpito. Il cuore è un cacciatore solitario. Puoi dirlo forte. Eppure non ne avevo mai aperto uno. I libri tendono a trovarmi solo quando sono pronta per leggerli, e se non è il momento giusto finisco con l’abbandonarli. Presi il montacarichi che portava nella gelida sala dei manoscritti nel seminterrato, trovai la cartella della corrispondenza – era la 29.1, lo ricordo ancora – e cominciai subito a leggere, ancora in piedi tra gli scaffali.

Nelle lettere a Carson, Annemarie usava un linguaggio intimo, allusivo, o almeno così lo leggevo io. «Ti ricordi.» Avevo ricevuto lettere come quelle. Ne avevo scritte io stessa, alle donne che amavo. Non era chissà quale prova, eppure lo seppi con certezza assoluta: Carson McCullers aveva amato le donne. O, perlomeno, quella donna aveva amato lei. Immediatamente, senza poterne esprimere la ragione, desiderai sapere tutto di loro due. Tornai di sopra con la cartella, la sistemai sul mio scaffale nell’ufficio dei tirocinanti, mi precipitai al mio turno delle quindici allo sportello informazioni e cominciai a cercare su Google. Stavo facendo ricerca, mi giustificai; era parte del mio lavoro. Scoprii che Annemarie era stata una scrittrice e fotografa svizzera, ereditiera dell’industria tessile e nota sciupafemmine, presente a New York tra gli anni Trenta e i primi Quaranta.

Nella cartella 29.4 trovai otto lettere scritte da lei, ma nessuna risposta da parte di Carson. Una era intestata «Sul fiume Congo, sett. 1941», un’altra «In barca, dall’Angola portoghese a Lisbona». Dopo aver contato le pagine per il ricercatore e aver risposto alla sua richiesta, riportai la cartella giù nel seminterrato e la riposi nella sua scatola. In seguito, il mio scaffale nell’ufficio si sarebbe riempito
dei libri e manoscritti di Carson, ma in quel momento non sentivo di avere il diritto di tenere quelle lettere così vicine. Però ne avevo trascritte alcune in un’email inviata a me stessa. Il ricercatore non richiese mai le scansioni.

fotografia di Carson McCullers

Carson McCullers, nell’ottobre del 1961 (foto di Ben Martin-Getty Images 15/06/2026)

Poiché la calligrafia di Annemarie era così minuta e pressante, le sue missive risultavano lunghe, sebbene spesso occupassero solo due facciate, fronte e retro di un foglio. Le sue lettere, come le mie, erano sovraccariche, tormentate dall’emozione e dall’esigenza di dichiararla per iscritto. Con la prima lettera sembrava che volesse porre fine alla sua relazione con Carson, delicatamente ma con fermezza. Scriveva da Zurigo, dopo aver lasciato gli Stati Uniti:

«Ti ringrazio per sempre […] Carson, ricordati dei nostri momenti di comprensione e di quanto ti ho amata. Non dimenticare lo splendido onere del lavoro, non lasciarti mai sedurre e scrivi, cara, prenditi cura di te. Come farò io. (Ho scritto, quand’ero a Sils. Solo poche pagine, ti piacerebbero), e non dimenticare mai, te ne prego, quel che ci ha toccate nel profondo.
La tua Annemarie, con tutto il mio amorevole affetto.»

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Quello che descriveva era un amore legato a doppio filo alla scrittura, alla necessità di prendere sul serio il lavoro creativo femminile. Credo che quest’aspetto mi colpì tanto quanto la storia d’amore, e ora mi fa tornare alla mente le parole con cui Audre Lorde descrive, nella sua autobiografia, Zami, la prima volta in cui si trova all’interno di un gruppo di donne, queer e creative: «E in quel momento, come la prima notte che l’avevo stretta a me, sentii che avevo lasciato l’infanzia alle spalle, una donna in connessione con altre donne in una rete intricata, complessa e sempre più ampia di forze condivise».¹ Come le lettere che avevo scritto tra la tarda adolescenza e i miei primi vent’anni, quelle di Annemarie sono messaggi da una donna confusa a un’altra altrettanto confusa, un tentativo di articolare un sé che è ancora in divenire. Rileggendo le mie, ritrovo la convinzione che un giorno, di lì a poco, la mia identità avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di fisso, stabile. Stavo aspettando che la mia faccia si affinasse, che le mie mani invecchiassero. A eccezione delle mie, non avevo mai letto lettere d’amore tra donne prima di allora. Seppure Annemarie e Carson fossero due figure a me sconosciute, lontane nel tempo e nello spazio, sulla pagina le capivo profondamente.

La ballata del caffè triste

La scoperta di quelle lettere coincise con la principale catastrofe dei miei vent’anni: la fine, continuamente procrastinata, del mio primo amore. Lei era una ragazza texana che avevo conosciuto durante il mio primo anno di college in Vermont. Eravamo rimaste insieme per sei anni, sempre in segreto. Frequentavo il secondo anno di un dottorato che sarebbe dovuto durarne sei, e il mondo accademico mi aveva già annoiata a morte. Non volevo diventare una critica letteraria e non sopportavo tutte le barriere istituzionali da superare come in una corsa a ostacoli. Dopo sei mesi di tirocinio, avevo già capito di non avere la stoffa dell’archivista. Mi mancava la pazienza, e passavo troppo tempo a cercare di risolvere misteri che creavo da sola. Un giorno, dal nulla, un mio professore mi scrisse un’email in cui elogiava la mia scrittura, e quella specie di legittimazione fu come una scossa. Arrivarono altri complimenti, insieme a una raffica di poesie e pressioni ad andare a letto con lui, cosa che feci, senza capire del tutto come fossi arrivata a quel punto. La relazione con la mia ragazza finì e io lasciai il nostro appartamento. Avevo venticinque anni e, quando non ero impegnata a ubriacarmi e fumare una sigaretta dietro l’altra sulla veranda di qualcuno dei miei amici, ero, per la prima volta nella mia vita, squisitamente sola, in un monolocale che non potevo permettermi. La lavastoviglie era piena di scarafaggi, e quegli insetti mi giudicavano. Io stessa ero sconcertata dal mio comportamento. Non capivo se volessi uscire con altre donne – non lo avevo mai fatto davvero; per tutti quegli anni, io e il mio primo amore eravamo rimaste ufficialmente “coinquiline” – e però, fresca di manipolazione com’ero, l’idea di frequentare degli uomini mi sembrava desolante. Come molte persone della mia età, non avevo idea di che cosa mi aspettasse.

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Quello che mi aspettava era Carson.

Provai a parlare delle lettere a qualcuno – amici, colleghe – ma non riuscivo a spiegare perché mi sembrassero così importanti. «Frequentava una donna» dicevano. «E allora?» Gli anni che seguirono furono dominati dal mio desiderio di comprendere l’entità di quell’amore epistolare. La settimana dopo averle trovate mi tagliai i capelli corti; nel giro di un anno sarei stata più o meno a mio agio nel definirmi per la prima volta lesbica. Nello stesso periodo avrei catalogato la collezione McCullers al Ransom Center, vestiti e oggetti che erano arrivati all’archivio solo per restare in attesa per anni, senza che nessuno li censisse. Quattro anni più tardi avrei vissuto per un mese nella casa d’infanzia di Carson a Columbus, e poco dopo mi sarei trasferita da Austin a Santa Fe con il mio nuovo amore, Chelsea – che avevo conosciuto durante il tirocinio –, e avrei abbandonato la ricerca di un lavoro accademico per finire il mio libro su Carson. Lo sguardo retrospettivo tende a ridefinire il passato, e io non amo l’idea di ascrivere un significato narrativo costante alla vita, né alla mia né a quella di chiunque altro. Ma suppongo che quelle lettere si possano definire un punto di svolta.

1 Audre Lorde, Zami: così riscrivo il mio nome, trad. it. di Grazia Dicanio, a cura di Liana Borghi, Pisa, ETS, 2014, p. 208.

(continua in libreria…)

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Fotografia header: Credit John Rawlings/Conde Nast via Getty Images (15/06/2026)

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