“La madre di tutte le domande – Riflessioni sul femminismo e il potere”, di cui proponiamo un estratto, raccoglie una serie di saggi della scrittrice e attivista americana Rebecca Solnit, nota per le sue posizioni femministe e per aver dato una forte spinta al dibattito pubblico su questioni come il patriarcato e il “mansplaining”, grazie a testi come “Storia del camminare” e “Gli uomini mi spiegano le cose”. Con questo volume, l’autrice torna sui temi a lei più cari, a partire da testimonianze di resistenza da parte di donne alle aggressioni maschili, di tutti i tipi…

Rebecca Solnit, scrittrice, giornalista classe ’61, è una delle voci del dibattito pubblico americano più rilevanti degli ultimi anni. Nei suoi saggi (pubblicati in Italia da Ponte alle Grazie), ha toccato molte dibattute questioni contemporanee: dalla salvaguardia dell’ambiente (prendendo parte, ad esempio, a numerose proteste e sit-in contro il nucleare sin dagli anni ’70) al viaggio, dall’arte alla politica.

In Italia è nota soprattutto per le sue riflessioni sul femminismo. Parliamo, del resto, dell’autrice della raccolta di saggi Gli uomini mi spiegano le cose (uscito in Italia nel 2017), a cui si tende ad associare il concetto di mansplaining, ovvero “l’attitudine tipica di certi uomini a spiegare alle donne qualcosa di non richiesto con condiscendenza e paternalismo“.

Non a caso, l’attivista torna ora nelle librerie italiane con La madre di tutte le domande – Riflessioni sul femminismo e il potere (Ponte alle Grazie, con la traduzione di Alba Bariffi  e le illustrazioni di Paz de la Calzada), una nuova raccolta di saggi, che nell’introduzione lei stessa presenta così: “Questo libro è un viaggio in un massacro, una celebrazione
della liberazione e della solidarietà, della comprensione e dell’empatia, e un’indagine sui termini e gli strumenti con cui poter esplorare tutto questo”.
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copertina di La madre di tutte le domande

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Tema cardine di questo testo è il silenzio e il modo in cui le donne vengono messe a tacere in mille modi, primo tra tutti tramite la fatidica domanda “perché non hai fatto figli?”. Solnit prosegue sottolineando come spesso il ruolo della donna sia visto, in primis, come quello di “fattrice“, unico modo in cui si può ottenere la realizzazione, e prosegue affrontando il tema, ritenendo che siano necessarie delle narrazioni che non stigmatizzino la vita delle donne.

Alla domanda non deve necessariamente seguire una risposta: questa è la prima di una serie di forme di “resistenza” che si devono mettere in atto e che la scrittrice raccoglie attraverso storie di umiliazioni femminili e di aggressioni maschili, raccontate a partire da testimonianze che provengono da social, media, letteratura, cronaca e cultura popolare.

A conferma della trasversalità del suo sguardo, ricordiamo che Solnit è autrice di opere come Storia del camminare (2018), Cenerentola libera tutti (2020), riscrittura in chiave femminista e ambientalista della celebre fiaba e Le rose di Orwell (2022), senza dimenticare il memoir-manifesto Ricordi della mia inesistenza (2021).

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

La madre di tutte le domande
(2015)

Qualche anno fa ho tenuto una conferenza su Virginia Woolf. Durante lo spazio riservato alle domande, l’argomento che sembrava interessare di più un certo numero di persone era se Woolf avrebbe dovuto avere figli.

Io risposi debitamente alla domanda spiegando che, a quanto si sa, all’inizio del matrimonio Woolf aveva preso in considerazione di avere bambini, dopo aver visto il rapporto gioioso che la sorella, Vanessa Bell, aveva con i propri. Ma col tempo Virginia arrivò a considerare poco saggia l’idea di riprodursi, forse a causa della sua instabilità psicologica. O magari, suggerii, aveva voluto essere una scrittrice e dedicare la vita alla sua arte, cosa che aveva fatto con risultati straordinari. Nella conferenza avevo citato positivamente la descrizione di come Woolf uccide ‘l’angelo del focolare’, la voce interiore che dice a molte donne di essere le umili ancelle della vita domestica e dell’ego maschile. Ero sorpresa che l’incitamento a strangolare lo spirito della femminilità convenzionale avesse portato a quella conversazione.

Ciò che avrei dovuto dire al pubblico era che interrogarci sulla condizione riproduttiva di Woolf era una deviazione soporifera e inutile rispetto alle domande magnifiche poste dalla sua opera (a un certo punto credo di aver detto: «Basta con queste cazzate», che veicolava più o meno lo stesso messaggio ed ebbe l’effetto di far accantonare a tutti l’argomento). Dopotutto, molte persone generano bambini; solo una ha generato Al faro e Le tre ghinee, e questo era il motivo per cui eravamo lì a parlare di Woolf.
Quel tipo di domande mi era abbastanza familiare. Dieci anni fa, in Gran Bretagna, durante una conversazione che avrebbe dovuto vertere su un mio libro di argomento politico, l’intervistatore insistette per parlare, invece che del prodotto della mia mente, del frutto dei miei lombi, ovvero della sua mancanza. Sul palco mi incalzò per farmi dire perché non avevo avuto figli. Nessuna risposta che diedi sapeva soddisfarlo. La sua posizione pareva essere che io dovevo avere figli, era incomprensibile che non ne avessi, e perciò dovevamo scoprirne il motivo, invece che parlare dei libri che avevo scritto.

Quando scesi dal palco l’addetta stampa del mio editore scozzese – una venticinquenne minuta che portava ballerine rosa e un grazioso anello di fidanzamento – era furiosa. «A un uomo non l’avrebbe mai chiesto» sbottò. Aveva ragione (adesso uso quelle parole, in forma interrogativa, per mettere in difficoltà certi intervistatori: «Chiederebbe la stessa cosa a un uomo?»).
Domande simili sembrano sorgere dalla percezione che non esistano le donne, il 51 percento della specie, differenziate nei bisogni e misteriose nei desideri come l’altro 49 percento, ma solo la Donna, che deve sposarsi, deve procreare, deve far entrare uomini e far uscire bambini, come una specie di ascensore della specie. Sotto sotto, non sono domande ma affermazioni: noi donne che ci consideriamo individui, e stabiliamo la nostra rotta di conseguenza, ci sbagliamo. I cervelli sono fenomeni individuali che producono prodotti di varietà estrema; gli uteri generano un solo tipo di creazione.

Di fatto, ci sono molte ragioni per cui non ho figli: so usare bene i metodi contraccettivi; amo la solitudine, benché ami anche i bambini e ami fare la zia; sono stata cresciuta da persone infelici e inclementi e non volevo replicare il loro tipo di genitorialità, né creare esseri umani che provassero per me ciò che a volte ho provato per i miei; il pianeta non è in grado di nutrire altre persone del primo mondo, e il futuro è assai incerto; e poi volevo proprio scrivere libri, il che, come l’ho fatto io, è una vocazione piuttosto esigente. Non sono dogmatica sul non avere figli. In altre circostanze avrei potuto averne e stare benissimo – come sto adesso.

Ci sono persone che desiderano avere figli ma non lo fanno per vari motivi privati, medici, emotivi, economici, professionali; altre non ne desiderano, e anche questo è affar loro e di nessun altro. Il semplice fatto che la domanda abbia una risposta non significa che si debba porla, o che sia obbligatorio rispondere. La domanda che mi fece quell’intervistatore era indecente, perché presumeva che le donne debbano avere figli e che le attività riproduttive di una donna siano per natura un fatto pubblico. Ancor più alla radice, quella domanda dava per scontato che per una donna ci sia solo un modo giusto di vivere.

Ma persino dire che c’è un solo modo giusto forse presenta la questione in modo troppo ottimistico, dato che anche le madri vengono costantemente trovate in difetto. Una madre può essere trattata come una criminale per aver lasciato solo un bambino per cinque minuti, anche se il padre di quel bambino lo ha lasciato da diversi anni. Certe madri mi hanno raccontato che avere figli le ha portate a essere trattate come bovini privi d’intelletto di cui non si deve tener conto. Molte donne che conosco si sono sentite dire che non possono essere prese sul serio in una professione, perché a un certo punto molleranno tutto per riprodursi. E di molte donne che professionalmente hanno successo si presume che trascurino qualcuno. Non c’è una risposta giusta all’interrogativo su come essere donna; l’arte forse potrebbe stare nel modo di rifiutare la domanda.

Titolo originale:
The Mother of All Questions
© 2017 Rebecca Solnit
© 2026 Adriano Salani Editore – Milano Interior images © Paz de la Calzada

 

(continua in libreria…)

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Fotografia header: Rebecca Solnit GettyEditorial 16-02-2026

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