A più di un anno dalla sua uscita in libreria, “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi continua a far parlare di sé. Non propriamente un’autobiografia, ma nemmeno un romanzo o un’opera di autofiction, il libro dell’autore abruzzese trasporta negli abissi della malattia mentale, con l’intenzione di restituire dignità a un argomento che ha bisogno di essere discusso e affrontato. Autore-personaggio, Pierantozzi porta chi legge nella sua quotidianità e nella sua routine auto-imposta, necessaria a (tentare di) preservare la sua psiche, tra sessioni di scrittura, palestra (tutti i giorni, almeno tre ore al giorno) e qualche tentativo di andare al mare…
“Questo non è un libro di autofiction”: lo scrive Alcide Pierantozzi nelle note del suo Lo sbilico (edito da Einaudi), libro uscito a maggio 2025, quindi ormai più di un anno fa, ma che continua a far parlare di sé grazie anche (ma non solo) a una stagione fortunata che l’ha visto protagonista nella sestina finalista del Premio Strega e poi nella cinquina del Campiello (di cui attendiamo i risultati il 3 ottobre).
Non è autofiction, certo, ma non è nemmeno un romanzo o un autobiografia, non del tutto. Questo libro è una cartella clinica, un resoconto di un medico che, tutto sommato, non è molto bravo, perché invece che attenersi ai fatti, freddi, concreti e “oggettivi”, sembra avere un’innata passione per, ad esempio, David Foster Wallace, Marie Darrieussecq, Jacques Spitz e Valerio Megrelli, passione che emerge dall’uso delle parole e da alcuni prestiti lessicali presi a piene mani dalle loro opere (come dichiarato dall’autore nelle note finali al testo).
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Un resoconto della malattia, senza censura
È così che Pierantozzi, medico-scrittore, ma anche soggetto-paziente, protagonista della sua storia, si apre a un resoconto dettagliato della sua malattia, senza censura, senza ritrosia, mettendo nero su bianco la sua vita, la sua diagnosi e la sua quotidianità.

Il protagonista è “un paziente lucido, collaborativo, dall’eloquio fluido”. La sua, è una quotidianità imposta: lasciata Milano, la città che sembra avergli dato tutto, lo scrittore-personaggio ritorna nella cittadina abruzzese natale, dove passa le sue giornate seguendo una rigida routine, necessaria a preservare la sua psiche, tra sessioni di scrittura, palestra (tutti i giorni, almeno tre ore al giorno) e qualche tentativo di andare al mare.
La sua diagnosi ha varie diramazioni e vari nomi: disturbo bipolare, spettro dell’autismo, dissociazione dell’io, asperger; sette sono le pastiglie che prende tutti i giorni, cinque al mattino, due alla sera.
Questo è, almeno in parte, Lo sbilico. Il racconto della malattia, dei farmaci, delle crisi e della inevitabile discesa nella perdita del sé, fino a un tentativo di risalita.
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Ma allora, cosa differenzia questo testo da un resoconto clinico? La differenza sta nel fatto che Alcide Pierantozzi, classe ‘85 e con Lo sbilico al suo sesto libro, è una persona affetta da spettro autistico che si è impegnata per diventare uno scrittore.
“Da grande farai lo scrittore”
Lo spiega bene lo stesso autore, in un’intervista per il podcast One More Time di Luca Casadei: è l’epoca delle elementari e il suo tema è una miniera rossa di errori. Eppure la maestra gli dice: “Non importa, tu da grande farai lo scrittore”. Quella frase gli ha permesso di aggrapparsi con tutto se stesso a un obiettivo: a fare la differenza non è stata la sua predisposizione alla scrittura, ma il modo in cui la maestra ha scelto di raccontargliela.
Che questo sia un testo scritto da uno scrittore, è innegabile. Ogni parola è scelta con cura, ogni episodio, anche il più crudo e impressionante, possiede una forza lirica nella sua descrizione e lascia chi legge senza fiato, destabilizzato: è come avere davanti agli occhi un quadro dai colori più puri e pregiati, ma il soggetto è un pozzo nero di disperazione.
“Ho sempre pensato che lo scopo della letteratura fosse interrogare la realtà in quanto tale. Adesso, a sollevare le pietre delle mie parole, emergono piaghe da decubito sulla pagina, un humus di vermi”.
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Il suo, però, non è un “progetto di salvezza”: la sua scrittura non può di certo salvarlo, ma può provare a restituire dignità alle cose, alla sua condizione (come racconta a Vanity Fair).
È per questo che, sapientemente, Pierantozzi costruisce una cornice narrativa riconoscibile – una madre sempre presente, un padre “negazionista”, le battaglie contro la sanità pubblica, la ricerca dello psichiatra giusto – per raccontare, di fatto, qualcosa che sarebbe molto difficile da leggere.
Lampi di terrore quotidiano
Le giornate nella cittadina abruzzese, scandagliate da farmaci, autodiagnosi e lampi di terrore quotidiano (dettato dalla paura costante di essere affetto da qualcosa di fisico, di materiale), si alternano a flashback di un passato quasi bucolico, ma non per questo meno violento. Un passato trascorso nella casa dei nonni, dove la brutalità della natura (e della morte) fa capolinea costantemente.
A legare il tutto lo sbilico, quella sensazione di essere sul filo del rasoio: un piede nella realtà e un piede in qualcosa di altro. Ecco che la cruda quotidianità delle paranoie, delle medicine, degli attacchi di panico è condita dalle lucide descrizioni di allucinazioni che, seppure disturbanti in quanto tali, rappresentano forse i passi più complessi e indimenticabili di tutto il libro.
“La penombra della sala torna a estenuarsi nella luce di luglio. L’azzurro dell’angelo inferocisce. E un azzurro in eccesso, l’azzurro che sprigionano le arance al buio. L’«amen» del prete lo dissolve. È allora che vado a guardare nel cassetto delle medicine, e ottengo la conferma che andavo cercando“.
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L’esergo all’inizio del libro riporta una citazione dal film Joker di Todd Phillips che, ispirandosi alla figura del noto villain della DC Comics, porta avanti una riflessione sulla malattia mentale e il trattamento riservato ai “matti” dalla società. Il protagonista è affetto da una raro disturbo che lo porta a risate incontrollabili, anche nelle occasioni meno opportune. Per evitare di essere aggredito, l’uomo porta con sé un cartellino che riporta la sua condizione e che mostra per giustificare le crisi, soprattutto quando c’è il rischio che qualcuno gli faccia del male.
Più volte, tra le pagine, sembra insinuarsi il personaggio di Joaquin Phoenix e il suo desiderio non di essere compatito, ma semplicemente di essere visto. Forse, Pierantozzi con questo libro tenta di fare proprio questo: tirare da sotto al tappeto una realtà che esiste e di restituirne dignità.
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Fotografia header: Alcide Pierantozzi, "Lo sbilico" (Foto Getty Editorial)