Nel saggio autobiografico “Il tempo rubato”, la docente e critica d’arte Rosalyn D’Mello, intellettuale emigrata dall’India all’Alto Adige, parte dall’esperienza della sua maternità per riflettere sul tempo libero come spazio di autodeterminazione, a livello sia personale sia collettivo. In un corpo a corpo con la scrittura, la vita quotidiana e il femminismo intersezionale, il diario che ha tenuto durante e dopo la sua prima gravidanza diventa così un atto di resistenza alle (op)pressioni di ogni giorno, che ci sprona a riappropriarci di tutto il tempo necessario per rimanere noi stessi…

Quante probabilità ci sono che proveniate dallo Stato indiano di Goa, che insegniate Design e Arti dopo aver avuto la possibilità di emigrare in Alto Adige e che stiate affrontando la vostra prima gravidanza in un Paese di cui non conoscete ancora la lingua?

Potremmo dire quasi zero.

E tuttavia è ben più probabile che sappiate cosa significa non poter dedicare abbastanza tempo al proprio nutrimento personale, di qualunque natura esso sia. Nel qual caso, non ci sono dubbi: Il tempo rubato (Alphabeta Verlag, a cura di Cristina Vezzaro) di Rosalyn D’Mello parla anche di voi. O meglio, di noi.

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Il tempo rubato alla costruzione dell’io

È la percezione del tempo a distinguere gli esseri viventi dai non viventi? Prima pensavo a questa differenza come a una contrapposizione tra animato e inanimato, ma è il tempo ad animare offrendo la finitudine?

Copertina del libro Il tempo rubato di Rosalyn D'Mello

Un’opera monstre, la chiama la sua autrice, in cui la scrittura è vista come una secrezione (dell’inchiostro e delle idee) che convive con trekking, genocidi e film francesi.

Un diario settimanale

Benché più che un saggio, come leggiamo nel sottotitolo, sia forse meglio definirlo con il suo nome di battesimo: un caro vecchio diario settimanale, compilato durante una gestazione estenuante, dopo una sessione di allattamento notturna o prima di consegnare in extremis un articolo accademico.

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Del resto Rosalyn D’Mello lo sa, perché è una saggista e critica d’arte di larghe vedute, e che se potesse leggerebbe ancora più spesso Simone Weil, Jeanette Winterson, Clarice Lispector e Anne Carson: non c’è identità senza memoria, ma non c’è memoria senza attenzione. E, purtroppo o per fortuna, l’attenzione richiede tempo.

Proprio quello che a lei manca non solo per le circostanze che rendono la sua vita complessa e compressa, ma anche per via di una cultura patriarcale e capitalistica, che riserva ancora a pochi il privilegio di affrancarsi da una concezione del tempo esclusivamente produttiva.

Se non hai tempo, non trovi spazio

[…] una donna […] era sposata con qualcuno di famoso e parlava di tutte le poesie che le venivano in mente mentre stirava i loro vestiti senza trovare mai il tempo di segnarsele. Ma il punto è proprio questo: non trovava il tempo perché non era a lei che era destinato.

Ce ne accorgiamo mentre D’Mello arranca per comunicare presto e bene negli uffici pubblici, supplisce alla precarietà di un welfare nazionale con tutto l’amore che ha in corpo o soffre nel non sentirsi parte di una comunità urbana accorta e solidale.

Per poi notare come dalla sua testimonianza si sviluppi un discorso più ampio, che denuncia la frustrazione di quanti, come lei, reclamano il diritto di disporre con meno fatica del proprio tempo libero.

Rosalyn D'Mello, nella foto di Armin Huber

Rosalyn D’Mello (qui nella foto di Armin Huber) è una scrittrice, critica d’arte, editor e giornalista classe 1985. Insegna presso la Libera Università di Bolzano, collabora con la Sharjah Art Foundation e ha scritto articoli e saggi per magazine e antologie. Nel 2025 ha pubblicato “A Handbook for My Lover” (HarperCollins)

Potrebbe sembrarci un lusso accessorio rispetto ad altre battaglie del femminismo intersezionale, ma in realtà ci basta pensare alle ore senza obblighi di sorta di cui disponiamo come a una risorsa destinata all’autoanalisi, allo studio (inteso come studium, o passione per un’attività) e alla condivisione, per intuire il nocciolo della questione.

Ovvero: come faremmo, senza questo tempo, a prendere coscienza della nostra condizione esistenziale? E come potremmo progettare di cambiarla, tanto a livello privato quanto in ottica collettiva, se non sappiamo nemmeno quando ne avremo l’occasione?

E se non trovi spazio, non esisti

Imbucarti era l’unico modo che avevi di accedere a spazi che non erano a te destinati. Il trucco era provare a spacciarti per un’ospite invitata, sicura di avere ogni diritto di essere presente, sebbene non te ne fosse stata data facoltà.

Sottrarci il tempo, in altre parole, equivale a sottrarci spazio di azione e interazione in un contesto sempre più digitalizzato – e nel quale già da anni tendiamo a parlare meno con chi ci circonda, dovendo però rimanere disponibili e performanti h24 e affannandoci ancora di più se siamo vittime di una o più discriminazioni, se subentrano difficoltà psicofisiche, finanziarie o relazionali, o se facciamo da caregiver a qualcuno.

“Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio“, recita non per niente un proverbio africano, quando la verità è che di un villaggio di supporto si sente la mancanza pure per gli adulti.

Il messaggio allora è chiaro, perché è D’Mello a riconoscerlo come tale man mano che ricomincia a votarsi alla scrittura. Se continuiamo a sentirci in carenza di tempo, per riappropriarcene bisognerà che iniziamo a rubarlo.

L’intenzione fa l’uomo “ladro” (e tanto più la donna)

Semplicemente ho provato la sensazione di dilettarmi con delle verità, che ciò che stavo leggendo provenisse da uno spazio di audace onestà. Mi stavo infine concedendo di lasciarmi accadere.

E il suo esperimento, in fondo, non consiste che in questo: nell’avviare una laboriosa erosione del tempo degli impegni, che dopo aver preso il via sulla carta le permetta di trasformare in un tempo impegnato quel minuto passato a giocare con le manine di suo figlio, l’ora trascorsa a preparare il pollo cafreal, la mattinata divisa fra allenamenti e passeggiate o la giornata da dedicare a fare l’amore con il marito.

Non si creda, però, che Il tempo rubato voglia proporsi in tal senso come un manifesto universale. L’unica aspirazione di D’Mello consiste infatti nel ridare forma e sostanza alla sua, di quotidianità, riallenando il suo spirito critico finché può mettere al servizio altrui il proprio contributo intellettuale, e godendosi le innumerevoli sfumature dell’hic et nunc se si trova con terze persone.

I tentativi pratici che descrive nel testo, accompagnati dalle più brillanti considerazioni di chi si è interrogato sul tema prima di lei, sono quindi “concepiti” solo per sé stessa, e la sua postura rimane sobria e viscerale fino al toccante epilogo del libro, per non dire meravigliosamente noncurante di chi ci sia al di là del foglio.

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Il tempo rubato per (r)esistere

Mi sono “messa in pari” con il tempo. Non sono più in costante ritardo, né a caccia di sogni o illusioni. Sono esattamente dove devo essere, e non è una pista né un’arena di gara. È un campo aperto con fango lussureggiante, terreno fertile grazie alle vestigia di tutto ciò che è stato piantato prima.
Che sia questo ciò che significa “prosperare”?

Dopodiché, è proprio questo approccio a rendere Il tempo rubato un atto politico quasi involontario, che a lettura ultimata ci invoglia a reimpostare a nostra volta la connessione con il tempo che abbiamo ricevuto in comodato d’uso, e a guardarci dentro – e soprattutto intorno – con occhi nuovi.

Perché, riflettendoci, il tempo da rivendicare per noi non andrebbe sottratto né all’introspezione né al mondo che ci circonda tout court, ma solo alle incombenze che rischiano di prosciugarci, così da essere consacrato fino all’ultima goccia alle cause e alle persone che alimentano invece la nostra umanità.

E scusate se è poco…

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Fotografia header: Rosalyn D'Mello, nella foto di Armin Huber

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