Nel 1983 Enzo Tortora viene arrestato per associazione camorristica (un calvario giudiziario, il suo, che si concluderà solo nel 1987, poco prima della morte). Guido Vitiello ripercorre il celebre caso di malagiustizia in “L’affaire Tortora”, un saggio, di cui proponiamo un estratto, in cui lo scrittore segue il caso a partire da “documenti insoliti”, come ritagli di giornale, carteggi, fotografie e perfino le poesie dei camorristi pentiti. Al centro c’è la figura del noto conduttore che, secondo l’autore, riuscì a sopravvivere alla vicenda (anche) tenendosi stretto al suo “albero maestro”, quello della letteratura: grazie a Sofocle, Alessandro Manzoni e Joseph Roth trovò il modo di “nominare l’assurdo”

È il 17 giugno 1983 quando per Enzo Tortora, conduttore, autore televisivo e giornalista, comincia un calvario giudiziario che si concluderà solo nel 1987, poco prima della sua morte, e di cui si è recentemente parlato anche in occasione dell’uscita della miniserie Portobello, diretta da Marco Bellocchio.

Tortora è stato un volto notissimo della televisione italiana: ha condotto un programma di culto, Portobello, considerato il precursore della televisione anni ’90: trasmesso dalla Rai sulla Rete 2, proponeva annunci, invenzioni e offerte, con spot entrati poi nell’immaginario, ottenendo ascolti oggi impensabili.

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Arriva poi quel fatidico 17 giugno: il Tg2 annuncia che “Enzo Tortora è stato arrestato in uno dei più lussuosi alberghi romani, il Plaza; ordine di cattura nel quale si parla di sospetta appartenenza all’associazione camorristica Nuova Camorra Organizzata“.

Comincia così un lungo caso giudiziario (durante il quale il conduttore verrà anche incarcerato) che troverà la sua fine solo nel 1987, quando la Corte d’appello di Napoli lo assolve definitivamente.

L’affaire Tortora

L'affare Tortora di Guido Vitiello

Guido Vitiello, docente alla Sapienza di Roma, saggista e collaboratore del Foglio, per cui cura la rubrica Il Bi e il Ba, dedica il saggio L’affaire Tortora a questa vicenda. Edito da Feltrinelli, il testo segue il caso, “un grande dramma allegorico in cui si specchia l’Italia in un momento cruciale della sua storia”.

Vitiello – che insegna Teorie del cinema e dell’audiovisivo e che ha pubblicato, tra gli altri, Il lettore sul lettino – Tic, manie e stravaganze di chi ama i libri (Einaudi, 2021), La lettura felice – Conversazioni con Marcel Proust sull’arte di leggere (Il Saggiatore, 2024) e Joker scatenato – Il lato oscuro della comicità (Gramma Feltrinelli, 2025) – ripercorre, con “una catena serrata di note a margine e divagazioni”, tutti i momenti salienti della vicenda, dall’arresto alla morte di Tortora.

Una ricerca che parte da “documenti insoliti”

Scopo dell’autore è quello di mettere in luce non solo gli aspetti giudiziari e politici, ma anche quelli linguistici, sociali e antropologici. Per farlo, Vitiello non parte dai fatti di cronaca e dai documenti giudiziari, bensì da “documenti insoliti“, come ritagli di giornale, carteggi, memoriali, fotografie, perfino le poesie dei camorristi pentiti, che esamina con interesse filologico.

Al centro c’è la figura di Enzo Tortora, figura nota e apprezzata, ma anche simbolo di “un’attardata sopravvivenza di un’idea d’Italia a lungo accarezzata e mai veramente realizzata“, conduttore di un programma che Vitiello definisce come “un salotto gozzaniano di buone cose di pessimo gusto”.

Il professore sottolinea come Tortora, accusato di essere camorrista e spacciatore, riuscì a sopravvivere alla vicenda tenendosi stretto al suo “albero maestro“, quello della letteratura: Sofocle, Alessandro Manzoni e Joseph Roth lo aiutarono a trovare le parole per “nominare l’assurdo” che lo stava travolgendo.

Ma la riflessione dell’autore non si ferma all’analisi della vicenda giudiziaria: Vitiello mostra come il caso fece da apripista all’Italia come la conosciamo oggi, in cui il “circo mediatico-giudiziario” è diventato “il nostro fait social total per eccellenza, la goccia in cui si riflettono tutti i nostri mali”.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

“E io voglio che questa storia incivile arrivi non solo in Cassazione ma addirittura in Paradiso,” annotò il laico Tortora nelle settimane dopo l’assoluzione, quasi a indicare, come tribunale di ultima istanza, il solaio soprannaturale dell’antica iconografia. C’era in questo suo proclama un’eco del Giobbe biblico: “O terra, non coprire il mio sangue e non abbia sosta il mio grido! Ma ecco, fin d’ora il mio testimone è nei cieli, il mio mallevadore è lassù; i miei avvocati presso Dio sono i miei lamenti” (Gb 16, 18-20). In tutto l’affaire, del resto, un perturbante sottofondo teologico si era lasciato avvertire dietro la superficie delle cronache. Appena approdato in carcere, nel giugno del 1983, Tortora intuì di essere stato scritturato in una sacra rappresentazione blasfema, in un morality play senza morale, in una parabola sapienziale sprovvista di qualunque sapienza; e subito decise, con un ripicco d’orgoglio da uomo di lettere, quale parte avrebbe interpretato nel dramma.

La sua prima identificazione fu proprio con Giobbe, il servo giusto che Dio mette alla prova affidandolo alle cure del buon nome, della salute. Ma non scelse per sé il Giobbe biblico. Cercò il suo costume di scena nel guardaroba letterario della finis Austriae, confezionato dal sarto che più venerava: “Giobbe di Joseph Roth mi venga in aiuto,” scrisse in una delle prime lettere dal carcere alla figlia Silvia.E in effetti il Giobbe di Roth soffre sotto i colpi di un dio questurino, crudele come un isprawnik, un capo della polizia distrettuale zarista: “Se tu osservi le leggi, allora dice che le hai osservate solo per tuo vantaggio. E se appena trasgredisci uno solo dei comandamenti, allora ti perseguita con cento castighi. Se vuoi corromperlo, ti fa un processo. E se ti comporti onestamente con lui, sta in agguato per corromperti”.

Al cospetto del suo Inquisitore, Tortora sfodererà la stessa virtù del Giobbe biblico; che non è però la pazienza, come siamo portati a credere da un equivoco millenario. La patientia con cui la Vulgata di san Girolamo tradusse il greco hypomoné della Lettera di Giacomo aprì la via alla confusione, nella devozione popolare, tra l’attitudine di Giobbe e la rassegnazione predicata dal cattolicesimo più arrendevole. Ma hypomoné sta per tenacia, perseveranza. Qualcuno traduce anche: pazienza militante.

Copyright: Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione in “Feltrinelli Gramma” novembre 2026

(continua in libreria…)

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Fotografia header: Enzo Tortora, 1985. (Foto di Edoardo Fornaciari/Getty Editorial)

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