Da Lucia Mondella a Mary Bennet, da Cosette a Lolita, dalla Principessa di Clèves a Carla Ardengo, da Isabel Archer a Lenù: "Lucia, Lolita e le altre" è il libro di Licia Conte che, come un romanzo epistolare, raccoglie le lettere di molte eroine della letteratura alle loro autrici e ai loro autori che, prontamente, rispondono... - Su ilLibraio.it la missiva di Amy March a Louisa May Alcott

All’incrocio tra il gioco metaletterario e il romanzo epistolare, Lucia, Lolita e le altre (Elliot) è il primo libro di Licia Conte, giornalista e attivista per i diritti delle donne, che, con quest’opera, propone al lettore un viaggio nella storia della letteratura, alla scoperta di alcuni dei più celebri personaggi femminili.

Da Lucia Mondella a Mary Bennet, da Cosette a Lolita, dalla Principessa di Clèves a Carla Ardengo, da Isabel Archer a Lenù, il romanzo si compone di una serie di lettere immaginarie, scritte dai personaggi finzionali alle loro autrici e ai loro autori: protagoniste e personaggi femminili tra i più noti si rivolgono a chi le ha inventate, chiedendo loro il perché del proprio carattere, come mai la loro storia le porti in una direzione piuttosto che in un’altra, perché un altro personaggio sia più bello o più importante di loro, e così via.

Non solo. Licia Conte si mette nei panni di Jane Austen, Alessandro Manzoni, Vladimir Nabokov, Alberto Moravia, Louisa May Alcotte Elena Ferrante: ogni lettera riceve una risposta da parte dell’autore o dell’autrice, che si rivolge alla propria creatura nel tentativo di soddisfarne la curiosità, giustificando le proprie scelte narrative.

Così facendo, l’autrice, ideatrice del programma radiofonico Noi, Voi, Loro. Donna di Radio 3, ripercorre la storia della letteratura dal punto di vista dei suoi personaggi femminili, mimandone la parlata e lo stile, i tratti del carattere e gli aspetti più peculiari, per poi imitare la prosa e la forma delle scrittrici e degli scrittori che rispondono alle loro creature. In fondo, il romanzo epistolare e metaletterario vuole trovare risposta a una sola vera domanda: perché queste donne sono state scritte e raccontate così da chi le ha ideate?

Lucia Lolita e le altre Licia Conte Elliot

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it la lettera di Amy March a Louisa May Alcott:

Cara Miss Alcott,

vi scrive Amy, la piccola delle Piccole donne.

Immagino che voi non siate tanto stupita che qualcuna tra le quattro sorelle March vi scriva, ci avete voluto voi intraprendenti, e che a farlo sia io, Amy. Tutti sanno che fra noi quattro prediligete Jo. Chi conosce la vostra biografia sa che, come Jo, siete la seconda di quattro sorelle, come Jo avete cominciato a scrivere per bisogno e a pubblicare a pagamento brevi racconti su riviste e quotidiani. E io sono la sorella che meno assomiglia a Jo e dunque meno a voi. Come del resto voi stessa ci raccontate, tra Jo e me non c’è una particolare confidenza. Semmai fra le due sorelle maggiori quella che mi è più vicina, e con la quale mi confido, è Meg. Jo, lo sapete, finché la nostra Beth è vissuta, ha sempre avuto un affetto particolare per lei. Ma chi di noi non ha avuto un affetto particolare per Beth?

Non è che io non abbia un po’ sofferto di essere la meno amata delle quattro piccole donne che voi avete messo al mondo della letteratura. Ma non vi scrivo per protestare: sono orgogliosa. Mi avete fatta così. Il punto è che non vi credo. O almeno non vi credo del tutto. Ho sottotraccia un sospetto che più ci penso e più si fa strada: voi avete con me un legame sotterraneo e volete che resti tale. Ho qualche motivo per pensarlo. Il primo riguarda i nostri nomi: voi vi chiamate Louisa May. Io mi chiamo Amy? Chi non vede a occhio nudo che Amy è l’anagramma di May. Non ci avete mai pensato, Miss Alcott? Possibile che questo mio nome “Amy” sia spuntato dal nulla? Se poi ci avete pensato, che cosa mai sta a segnalare un nome che allude al vostro? Non indica per caso un legame tra noi due, un legame che si svela e non si svela?

Me lo chiedo, ma ancor più lo chiedo a voi.

Vediamo intanto come si parla di voi. Ecco una descrizione stralciata da una vostra biografia: «La sua casa era un cenacolo trascendentalista, il salotto degli Alcott era frequentato da Thoreau, Hawthorne ed Emerson. Louisa faceva scuola alle figlie di Emerson e aveva libero accesso alla sua biblioteca, dove leggeva di tutto, da Platone a Dickens».

Vediamo ora come i vostri biografi presentano me: «La viziata e capricciosa Amy si presenta con un injured sniff, un offeso tirar su col naso». Io “bella, capricciosa e vanitosa” sono snob: non dimentico mai di essere per nascita, anche se non per censo, una gentildonna e imito i modi delle classi alte e ben istruite. Per di più in queste imitazioni sono maldestra e mi escono dalla bocca veri e propri strafalcioni.

Tali descrizioni dicono tante cose e soprattutto dicono che Jo e io siamo una l’opposto dell’altra, non è così?

Facciamo ora un passo di lato, Miss Alcott, e andiamo a scoprire qual è stata la vostra formazione culturale e quel che ne avete ricavato: per Emerson, assiduo frequentatore della vostra casa, il conformismo è il vizio principale, l’esatto opposto della virtù della fiducia in se stessi: «Chi vuol essere un uomo, deve essere un anticonformista». Prestiamo troppa stima alla moda, all’abbigliamento e ad altri status symbol, dice in sostanza Emerson.

Fermiamoci qui. Non sembrano esservi dubbi: se Jo è una perfetta raffigurazione del pensiero di Emerson, io ne sono la negazione. Provate a negarlo.

Eppure anche questo non è il punto.

Il punto, Miss Louisa, è: voi da che parte state? Sulle prime la risposta è univoca: Jo non è che Miss Louisa, ossia non è che la traduzione in chiave autobiografica di Louisa May Alcott.

E io, Amy, sono il suo contrario: sono conformista, dipendo dal giudizio degli altri, sono vanitosa, sono desiderosa di “apparire”. Insomma, in Piccole donne c’è il modello della perfetta educazione emersoniana e il suo contrario. Quasi voi vi foste divertita ad affibbiare alla piccola Amy le peggiori qualità. Per consolazione mi avete fatta bella: riccioli d’oro, figura aggraziata. Però sono afflitta da un nasino a patata che mi dà molto fastidio. Me lo pizzico sempre nella speranza di assottigliarlo: voglio che diventi bello come quello delle statue greche. Dunque, io sono bella, ma pur sempre un po’ ridicola.

Vi faccio una provocazione: Miss Louisa, voi siete sempre e solo una Jo in carne e ossa? Nel clima culturale che avete vissuto, e con il vostro ingombrante genitore, non potevate che costruire voi stessa così come poi avete costruito lei. Possibile però che non vi siate mai sentita in qualche momento in sintonia con me? Siete proprio sicura di non aver desiderato nell’infanzia di essere bella come avete fatto me? Insomma, c’è qualcosa di Amy che vi appartiene? Come potete constatare, sono tenace anch’io nelle mie provocazioni. Le mie, comunque, sono solo supposizioni, Miss Louisa, e spero che non me ne vogliate.

In ogni modo, avete costruito il vostro romanzo tenendo il filo di una latente rivalità tra Jo e me (anche tra me e voi?), i due modelli opposti. Rivalità che si manifesta ad esempio nel rapporto con la zia March. All’inizio del romanzo Jo ne è la dama di compagnia e sopporta la severa e un po’ aspra zia anche perché spera di accompagnarla nell’annunciato viaggio in Europa. Zia March ha però occasione di conoscermi quando vengo da lei ospitata in occasione di una grave malattia di Beth e per sottrarmi a un possibile contagio. E la zia March finisce con il preferire me a Jo. Sono, infatti, per così dire, più “all’antica”, rappresento un modello tradizionale e dunque più rassicurante per la vecchia signora. E quando arriverà il momento, sarò io ad accompagnarla in Europa.

Jo ne prova rammarico, ma da perfetta emersoniana dà prova del suo carattere, rilanciando con scelte di vita, cariche di futuro.

Anche io vado in Europa con molte aspettative e una grande speranza. E infatti,se Jo è una scrittrice e Beth una pianista, io sono la “piccola Raffaello” di casa. La mia meta è Roma, dove spero di completare la mia educazione artistica.

Mi fermo qui, Miss Alcott, mi serve il vostro aiuto. Voi mi spedite in Europa con quale scopo? Lo chiedo a voi, perché siete voi ad avere in mano e a decidere i nostri destini. Se apparentemente è stata zia March a scegliere di condurre me in Europa al posto di Jo, chi ha in fin dei conti dato questo suggerimento alla burbera zia? Ebbene, Miss Louisa, a proposito del mio viaggio in Europa, ricapitoliamo le nostre intenzioni. Cominciamo dalla mia: voglio diventare un’artista e Roma può darmi il modo per capire se ne ho la stoffa; conosciamo altresì le ragioni della zia nella scelta tra me e Jo: le sono più vicina, o meno estranea. Non conosciamo le ragioni di Miss Alcott. Azzardo un’ipotesi: mi mandate in Europa perché è lì che mi vedete idealmente collocata? Sarei dunque la più “europea” delle piccole donne March? E, per converso, pensate che Jo sia la più “americana” di noi quattro? Forse la mia non è poi un’ipotesi così bizzarra. Io vengo all’inizio presentata come una bambina vanitosa, viziata e pigra. Ho maniere artificiose, mentre voi, Miss, da buona americana sembrate ammirare modi spontanei e coraggiosi, quali voi profondete a piene mani in Jo. Io somiglio al vecchio mondo, quello che i Padri Pellegrini si sono lasciati alle spalle; Jo, diciamolo ancora una volta, è una perfetta americana, ne è anzi il modello e ben rappresenta lo stereotipo della giovane del Nuovo Mondo pura, ingenua, moralmente nobile e piena di fresche energie, contrapposto alla perfidia, all’ottusità, alla malizia della società europea, corrotta e corruttrice.

Peggio, molto peggio: io, detta la “piccola Raffaello”, sogno Roma. Lì, mi riprometto di capire se ho talento. Miss Alcott, vorrei chiedervi che cosa vi dice la vostra coscienza emersoniana quando decidete di spedire una delle vostre piccole donne a Roma, la città del Papa, luogo di perdizione per ogni buon trascendentalista.

Ma c’è di più: a Roma, non solo maestra nell’arte, ma per me – a quanto pare – magistra vitae, si compie la mia svolta. La fanciulla viziata e smorfiosa diventa una giovane donna matura, capace di un coraggioso realismo. Quando Laurie, che a Nizza mentre guardiamo il «Mediterraneo scintillante di sole» mi chiede «Quando darai inizio al tuo capolavoro, Raffaellina?», io rispondo: «Mai, Roma ha ridimensionato ogni mia velleità. Quando ho visto tutte quelle meraviglie mi sono sentita troppo insignificante…». Laurie da giovane americano mi incalza: hai volontà, talento… E io impietosa: il talento non è il genio e non basta impegnarsi per raggiungerlo.

Miss Alcott, nel preciso momento in cui io dico a Laurie parole così semplici e coraggiose, la fanciulla viziata lascia il posto alla donna che pian piano diventerò.

Pian piano però. Il realismo che mi connota (dico spesso: «Così va il mondo») ha una doppia faccia: mi induce a un’ammissione onesta (non sono un genio), ma rischia di sconfinare in un cinico opportunismo. E infatti, quando Laurie mi chiede il mio programma per il futuro, gli rispondo con franchezza che intendo «occupare un posto di rilievo nella società che conta». Del resto, Miss Louisa, Roma mi ha fatto più matura, ma certo non pura, schietta e disinteressata. No, per questo servirà ben altro e forse non ci arriverò mai. Sono fin qui pur sempre quella stessa Amy che, a proposito di un corteggiatore, aveva scritto dalla Germania alla mamma: «Anche se le mie sorelle dicono “Ecco la solita opportunista”, ho preso in coscienza la mia decisione, e se Fred mi chiede di sposarlo, accetterò anche se non ne sono innamorata… È un bel ragazzo, giovane, intelligente e molto ricco, ancor più ricco di Laurie… erediterà un patrimonio, e che patrimonio! Una casa in città nel quartiere più alla moda…».

Fin qui, Miss, Amy è proprio Amy; io sono proprio io. Chi altri potrebbe parlare in tal modo?

Poi comincia a cambiare il vento e con il soffio di aria nuova comincio a pensare a Laurie in altro modo. Fermiamoci ancora una volta, Miss, e ditemi: perché? Roma mi ha reso più matura, ma certo non è stata Roma a ispirarmi un sentimento nuovo di cui non avevo prima avuto il sentore. È stato per caso il Mediterraneo “scintillante di sole” o le meravigliose rose di Nizza? Oppure l’inizio di un nuovo sentimento si è coniugato con una più sottile forma di realismo quando ho compreso che Laurie, pur innamorato di Jo, ne era stato respinto? Perché,se Fred, come avevo scritto alla mamma, è molto ricco, Laurie, Dio mio, non è certo povero.

Laurie, per quel che ne sapevo, era invaghito di Jo. E se ne potevano ben comprendere le ragioni: è stato da sempre il suo amico del cuore: hanno attraversato l’adolescenza sorreggendosi, litigando, divertendosi sempre insieme.

Prima di conoscere Jo, e noi, egli era un ragazzo timido e introverso, triste e solo nella grande casa del nonno. Nutriva in cuor suo il desiderio di fuggire da quella casa e dall’America per andare in Europa come aveva fatto suo padre. Con Jo e con noi scopre il calore di una famiglia, una madre e l’amica del cuore. Jo lo accoglie e lo sprona. Laurie trova il gusto della giovinezza e diventa allegro, si riconcilia con la casa, il nonno e l’America. Va persino all’università, pur senza abbandonare il suo amore per la musica. È dunque strano che voglia continuare ad andare incontro alla vita con la fanciulla che, tirandogli una palla di neve, lo ha aiutato a diventare forte e vitale? Le frequenti baruffe tra loro possono spiegare qualcosa? Ma se durano, lo spazio della risata che ne seguirà…

Miss, perché avete deciso che sarei stata io a sposare Laurie e non Jo? Sapete bene: è una decisione che non torna a nessuno!

Nelle storie come quella che ci avete donato, l’eroina e l’eroe prima si incontrano, magari fanno appena appena qualche litigio, ma poi si sposano. Jo è indiscutibilmente l’eroina di Piccole donne, come Laurie ne è l’eroe. Chiedetelo ai vostri lettori e soprattutto alle vostre lettrici: chi di loro, piccole o grandicelle, non si è un po’ innamorata di lui? E inoltre, Miss Alcott, se l’eroina è povera, ma acuta e brillante, e incontra un lui ricco, è opinione diffusa che essi debbano sposarsi. Voi sapete bene – qualche traccia ce n’è in Piccole donne – che nella nostra lingua abbiamo un modello straordinario in un romanzo inglese dell’inizio del nostro secolo, dove si parla di una giovane donna, cui Jo un po’ alla lontana assomiglia, che finisce dopo alcune traversie per sposare un Lord ricco con soddisfazione di tutti, e soprattutto di tutti i lettori.

Miss Alcott, dite a me quel che a nessuno avete rivelato: perché mai avete deluso i vostri lettori non assecondando il desiderio di
Laurie, e cioè sposare Jo?

Ah, Miss, a me è andata bene così e ve ne ringrazio, ma anche io mi chiedo perché abbiate voluto favorirmi. Desidero capire fino in fondo le ragioni che vi hanno indotto a decidere che dovessi essere io a sposare il nostro affascinante vicino di casa. Amo il mio Laurie, ma con il realismo che mi riconoscete voglio sapere la verità sui suoi sentimenti, quand’anche dovessi scoprire che per lui sono stata una seconda scelta, che in cuor suo continua a prediligere la giovane donna che lo ha respinto.

Parliamo di Jo: ha allontanato da sé Laurie per invaghirsi di un signore più vecchio di lei, povero e dall’inglese stentato. Credibile? E inoltre, che Jo sia molto affezionata a mio marito è un fatto, rispetto al quale è impossibile nutrire dubbi. Lo dimostra il nome dato al figlio suo più amato: l’adorabile scavezzacollo Teddy. Voi direte che ho la fissa dei nomi. Sia pure, ma salta subito alla mente di ogni vostro lettore, e ancor più di ogni vostra lettrice, che Teddy è il nome con il quale Jo ha sempre chiamato Laurie.

Parliamo di Laurie: respinto dalla fanciulla che ama ricomincia a fare una vita dissipata. Forse si accorge di me quando gliene dico quattro per questo suo lasciarsi andare e allora… lui, che evidentemente ha bisogno di un sostegno femminile, si gira verso di me e mi “vede”. È un musicista, conosce la biografia di Mozart. Gli viene in mente che il grande compositore si invaghisce dapprima di Aloysia, soprano di grande talento, che però gli preferisce un altro. Dopo una delusione cocente, Mozart ne sposa la sorella Constanze. Una storia che lo ha ispirato? Del resto, il mio Laurie è come me dotato di spirito realistico: siamo entrambi lontani da casa, io sono lì nei suoi pressi, sono bella, sono per così dire disponibile… È il nostro un matrimonio di convenienza? No, non voglio dire questo: mio marito e io ci amiamo, forse siamo davvero fatti l’uno per l’altra. Coltiviamo i buoni sentimenti, ma siamo lieti del lusso nel quale viviamo. Siamo generosi e vogliamo che della nostra ricchezza possano in qualche modo godere anche le persone a noi care.

Io, cara Miss Louisa May, ve lo ripeto: vi devo un grazie di cuore perché penso che se anche mi avete un po’ strapazzato quando ero una fanciulla, mi avete restituito l’onore dotandomi di garbo e finezza, ma anche di una forte personalità: fate infatti di me una matriarca (europea? Americana? Chissà…). Ne fa fede un colloquio tra Jo e Laurie al nostro rientro in patria. «Chi tra voi due porta i pantaloni in casa?» chiede Jo a mio marito. E lui: «Lei; o glielo lascio credere». E Jo (benevola?): «Amy ti comanderà a bacchetta per tutta la vita». «Amy» dice infine mio marito «è una di quelle donne che hanno il giusto polso… si arrotola la gente intorno a un dito». Miss Alcott, all’inizio di questa lettera vi ho scritto «voi avete con me un legame sotterraneo». Ebbene, dopo questo dialogo, potete darmi in coscienza torto? Voi mi apprezzate più di quel che a tutta prima avete lasciato credere.

Piuttosto, Miss, perché – e ve lo chiedo accorata – avete condannato Jo a una vita senza amore o con un amore un po’ spento? Avete beneficato me, avete sacrificato lei. L’avete sacrificata a un astratto ideologismo? Jo doveva essere una scrittrice, un’educatrice e mai e
poi mai una signora della buona società? O forse Jo, pur amando Laurie, non poteva sposarlo perché lui era ricco di famiglia e dunque poco rassomigliante all’ideale americano del self-made man? Insomma, Miss, volete in fin dei conti dirci che la giovane intellettuale americana Jo non poteva che inseguire il mito dell’uomo che – come i padri pellegrini – partendo dal basso raggiunge da solo per meriti
propri successo, ricchezza e magari celebrità?

Miss Alcott, avete condannato anche voi stessa a questo ideale? Certo, cara Louisa, voi avete avuto molto dalla vita: onori e fama imperitura, almeno così pare, oltre alla possibilità di vivere con decoro, aiutando anche i vostri familiari. E l’ideale che vi ha ispirato vi ha permesso di costruirvi come una self-made woman, una vera donna, americana fino alla punta del cappellino che di sicuro portate. Ma davvero non rimpiangete nulla? Non avete riposto in me qualche vostro segreto desiderio? Non sono io la parte più segreta di voi? Se avete, deridendola, dato qualche metaforica sberla alla piccola Amy, non sarà perché nel vostro cuore l’amavate un po’, ben più di quanto avete lasciato credere?

(Continua in libreria…)

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