Un secolo e mezzo dopo la pubblicazione di "Piccole Donne" di Louisa May Alcott, la regista Greta Gerwig rilegge il romanzo e lo riporta al cinema, realizzando non una semplice trasposizione ma un film moderno, coerente ed epico nella sua quotidianità... - L'approfondimento

Quasi ogni bambina, a un certo punto della crescita, si è vista piovere in mano da parte di qualche parente una copia ingiallita di Piccole Donne, di Louisa May Alcott. I bambini, purtroppo, un po’ meno, ma fortunatamente si può rimediare.

La storia delle quattro sorelle March e dell’anno che passano nella loro vecchia casa a Concord, Massachusets, nell’attesa che il padre torni dalla guerra, è un romanzo di formazione ormai imprescindibile, tanto da venire spesso richiamato in altre opere: solo per citarne una, Lila e Lenù nell’Amica geniale cementano la loro amicizia sfogliando proprio le pagine di Piccole donne.

Le diverse protagoniste sono diventate dei modelli in cui identificarsi: la responsabile e materna Meg che rimpiange però i fasti del passato, la turbolenta Jo che sogna di diventare una scrittrice e mantenere la famiglia, la timida Beth che si scioglie davanti al pianoforte e la vanitosa Amy, che vuole essere una grande artista e sposarsi con un uomo ricco.

Le sorelle imparano a ridimensionare i loro progetti, a migliorarsi secondo le teorie trascendentaliste che predicava il padre dell’autrice, e a vivere serene con quello che hanno.

In realtà Alcott, attraverso la parabola di questa famiglia così simile a quella in cui è cresciuta lei stessa, ha voluto raccontare molto più di quello che si possa pensare sulla condizione delle donne nella sua epoca, sulle restrizioni, e le etichette e gli obblighi, e per quanto sia a tutti gli effetti un romanzo dell’Ottocento – la vicenda si svolge negli anni della Guerra di Secessione – tra le righe colme di buone e sagge parole emerge tutta l’energia della scrittrice, cresciuta in una comune, attiva in una rete clandestina per l’abolizione della schiavitù (Underground Railroad, come l’omonimo romanzo del premio Pulitzer Colson Whitehead), femminista.

Un secolo e mezzo dopo, la regista Greta Gerwig rilegge quelle stesse righe e le riporta al cinema, realizzando non una semplice trasposizione ma un film moderno, coerente ed epico nella sua quotidianità.

Distaccandosi dai numerosi adattamenti precedenti (il primo risale addirittura al 1918), Gerwig sceglie di non seguire l’ordine cronologico delle vicende raccontate nel romanzo: il film si apre con Jo March già ventenne, davanti alla porta dell’editore a cui vuole proporre i suoi racconti. Agli episodi della vita adulta delle sorelle March si alternano, ben ritmati, i ricordi dell’adolescenza, materiale del primo volume. Il celebre “Natale senza regali”, l’incontro con il ricco vicino di casa Laurie, le gite in spiaggia e i manoscritti bruciati accompagnano così in sordina le ragazze nei loro viaggi tra gli Stati Uniti e l’Europa, nella loro vita famigliare e nella malattia.

Gerwig sottolinea come, crescendo, le nostre versioni più giovani continuino a camminare con noi; e lei stessa da lettrice ammirava la forza creativa di Jo, che l’ha ispirata a diventare ciò che è ora, un’autrice.

Questo mantenersi fedeli a se stesse e ai sogni dell’infanzia che la regista così accentua richiama Memorie di una ragazza perbene, prima parte dell’autobiografia di Simone de Beauvoir. Accorgendosi fin da piccola della propria passione per lo studio e per la conoscenza, de Beauvoir rifiuta istintivamente il destino già scritto per le donne del suo ceto sociale: “Una volta preso il baccalaureato, avrebbero seguito qualche corso di storia e letteratura, avrebbero fatto la scuola del Louvre, o il corso della Croce Rossa […] Di quando in quando le avrebbero condotte a vedere la Carmen, o a girare intorno alla tomba di Napoleone per intravvedere un giovanotto; con un po’ di fortuna l’avrebbero sposato”. La vita coniugale non si concilia con le aspirazioni di Simone bambina, che dopo il diploma sceglie di studiare filosofia e lettere e diventare insegnante di liceo.

Questo non significa che de Beauvoir rifiuti l’esperienza amorosa, anzi. Proprio la lettura di Piccole donne, e in particolare la descrizione delle dinamiche tra Jo e Laurie, le fa apprezzare quello che lei chiama “un rapporto di amore-amicizia”, dove il legame romantico è rafforzato da un rispetto reciproco e dalla capacità di sfidarsi e stimolarsi a vicenda: gli amanti sono a tutti gli effetti due compagni.

Uno dei meriti del film di Gerwig è quindi quello di evidenziare quei tratti rivoluzionari dell’opera di Alcott che la morale dell’epoca ha smorzato. Nessuna delle sorelle March è realmente disposta a sposarsi per convenzione sociale, tuttavia non c’è nessuna ingenuità in questo: numerosi dialoghi (scritti dalla stessa regista) sottolineano come, di fatto, il matrimonio sia una proposta economica, con una lucidità degna di Jane Austen.

In diversi momenti del film, Gerwig si prende gioco delle riduzioni smielate che sono state fatte di Piccole donne, proprio come è successo con Orgoglio e pregiudizio e gli altri romanzi; ad esempio, l’editore di Jo le consiglia di terminare il suo romanzo con un bel matrimonio romantico per aumentare le vendite, e la Amy del film, la più piccola delle sorelle, potrebbe assolutamente essere un personaggio austeniano, con un percorso che, gradualmente, la porta a mettere da parte le sue ambizioni artistiche e a ragionare su un’unione conveniente, salvo seguire il cuore e riuscire comunque ad accasarsi con successo. Come spiega a Laurie in un dialogo densissimo che funge da snodo fondamentale dell’intero film, sia a livello narrativo sia di senso, senza nessuna proprietà, e non avendo il genio delle sorelle Brontë, l’unica possibilità per una ragazza di uscire dalla povertà è sposarsi “bene”.

piccole donne film

Il film arriva nelle sale italiane il 9 gennaio. Nel casto, Timothée Chalamet, Chris Cooper, Laura Dern, Louis Garrel, Tracy Letts, James Norton, Bob Odenkirk, Florence Pugh, Saoirse Ronan, Eliza Scanlen, Meryl Streep ed Emma Watson

Lo stesso riferimento alle sorelle Brontë va a toccare un altro aspetto delicato del romanzo, che ha deluso lettrici e lettori: tutte le sorelle March hanno un talento e lo mettono da parte. Meg ama recitare, Jo per l’appunto è la scrittrice della famiglia, Beth un’ottima musicista e Amy un’artista. Se i destini di Meg e Beth si dimostrano da subito inconciliabili con le loro passioni, è più difficile accettare che Jo e Amy, le più determinate, scendano a compromessi; nel romanzo Amy dice chiaramente che il confronto con le opere viste al Louvre e poi a Roma le ha tolto ogni speranza, e se per i primi lettori questa consapevolezza e questa modestia potevano bastare, per gli spettatori di oggi il ragionamento deve spingersi oltre.

Il talento artistico è oggetto di molte narrazioni anche contemporanee: solo negli ultimi anni la serie scritta e diretta da Lena Dunham Girls ha come protagonista una ragazza che desidera essere la voce della sua generazione, e insieme alle sue amiche cerca di farsi strada nell’ambiente culturale di una New York più ostile di quella di Sex and the City.

La stessa Gerwig, in Frances Ha, da lei scritto e interpretato, è una giovane ballerina che deve scontrarsi con la realtà lavorativa piuttosto infelice delle compagnie di danza, e ritagliarsi un posto che sia davvero suo, sia fisicamente sia creativamente. In Piccole donne, però, si fa strada il sospetto che la ragione della rinuncia alle ambizioni non sia solo una questione di reindirizzare il proprio talento dove è meglio sfruttato, o di comprendere i propri limiti, quanto la presa di coscienza che, come donna, essere un vero e proprio genio (appunto, come le sorelle Brontë) sia l’unica strada possibile; l’asticella della bravura, in sostanza, è molto più alta per chi è nella condizione delle sorelle March. In questo contesto è ancora più soddisfacente, seppure con una nota amara, il finale (sorpresa) che Gerwig regala alla nostra Jo.

Da una parte una ricostruzione maniacale di Orchard House, la casa della famiglia Alcott, e un casting accurato, dall’altra la creazione di personaggi che, pur inseriti in un determinato periodo storico, riescono a essere moderni e sfaccettati, e ad avere una loro piccola indipendenza dall’omonimo di carta: con la sua solida regia Gerwig realizza un film che è un omaggio potente e si incammina allo stesso tempo su una strada personale.

In un video la regista ha ricordato il suo desiderio, da piccola, di essere Jo March: adesso, invece, vorrebbe essere Louisa May Alcott. A differenza dei suoi personaggi, Alcott non si è mai sposata ed è riuscita a mantenersi con i suoi libri.

Tanti gli aneddoti più significativi. Un esempio? La sua sorella minore, a cui si ispirò per il personaggio di Amy, andò realmente in Europa a studiare arte, ma non grazie a una ricca zia come avviene nel secondo romanzo: fu proprio la scrittrice a finanziarle il viaggio, grazie alle royalties di Piccole donne. Con tutti gli strumenti di cui poteva disporre, Louisa May Alcott ha aiutato, supportato e collaborato all’emancipazione delle donne della sua famiglia, e di ogni sua lettrice e lettore, seminando il messaggio che Gerwig, con la sua preziosa riscrittura, ha riportato alla luce: possiedi la tua storia.

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