La parola dell’anno, secondo l’Oxford Dictionary, è "toxic". Senza nulla togliere agli altri, ugualmente importanti, quello sull’ambiente è probabilmente il discorso più urgente e ansiogeno. A questo proposito, su ilLibraio.it un'ampia selezione di libri (saggi, ma anche romanzi) – senza pretese di esaustività – sul crinale tra ecologia e cultura e gli effetti del cambiamento climatico sul contesto culturale e l'immaginario...

La parola dell’anno, secondo l’Oxford Dictionary, è toxic. Per l’American Dialectic Society è ancora toxic. Per il Dizionario Collins single-use, che si riferisce all’impatto climatico degli imballaggi non riutilizzabili, Toxic, invece, è usata in un contesto più ampio. Nelle motivazioni dell’Oxford Dictionary si parla, oltre che di chimica e ambiente, di mascolinità tossica, cultura tossica, relazioni tossiche: sia in ambito personale, sia in ambito lavorativo; a partire dal quale si è spesso parlato di stress e di salute mentale.

La scelta di toxic effettivamente rende una mappa abbastanza fedele e variegata degli argomenti più discussi dell’ultimo anno.

Senza nulla togliere agli altri, ugualmente importanti, quello sull’ambiente è probabilmente il discorso più urgente e ansiogeno. Lentamente sta penetrando e contaminando il discorso pubblico. Del resto, è un bollettino di guerra: le conclusioni del rapporto del IPCC, il più importante gruppo di ricerca sui cambiamenti climatici, richiederebbero un intervento così radicale, argomentava Massimo Sandal su Esquire, da essere “un’utopia fantaecologica sotto anfetamine”. Pochi giorni dopo Damian Carrington sul Guardian riportava che, secondo un rapporto di Living Planet Index, il numero di animali selvatici viventi crollerà di due terzi nel 2020 rispetto ai livelli del 1970. A Katowice la diplomazia globale è stata recentemente chiamata a giocarsi letteralmente le sorti del mondo.

Ora lo chiamiamo così: cambiamento climatico. Ironicamente è una cornice tossica da manuale, ne neutralizza la carica semantica – prima era riscaldamento globale –, ma resta un vuoto al centro dell’immaginario: ci eravamo convinti ci sarebbe stato un bang, un evento, una frattura che avrebbe segnato un prima e un dopo, invece, lo sostengono ormai in tanti, se c’è un’apocalisse, bè ci siamo dentro.

La grande cecità

È un movimento lento e impercettibile dentro cui è probabile che il punto di non ritorno sia già stato passato. Due dei libri più potenti scritti negli ultimi anni analizzano proprio questo difetto di percezione, ponendolo al centro di un discorso culturale: Amitav Gosh, che si riferisce alle strutture narrative, parla de La grande cecità (Neri Pozza, traduzione di A. Nadotti, N. Gobetti), per Timothy Morton è una caratteristica intrinseca (‘un gap tra il fenomeno e la cosa’) degli Iperoggetti (Nero, traduzione di V. Santarcangelo).

Iperoggetti. NERO EDITIONS

C’è pure chi pensa che il nostro cervello non sia proprio fatto per pensare al cambiamento climatico: perché per sopravvivere mette da parte le realtà troppo difficili da accettare, come sostenuto da George Marshall (Don’t Even Think About It: Why Our Brain Are Wired to Ignore Climate Change), o dallo psicologo ed economista Per Espen Stokes (What We Think When We Try Not to Think About Climate Change) che individua più di una singola barriera cognitiva.

D’altro canto, da almeno un decennio ormai, fino al culmine dalle scelte dei dizionari, questo vuoto si è popolato di figure, creando un corpus di testi in cui continua a interesecarsi in un discorso vastissimo.

Uno dei campi in cui se ne sente di più il peso è quello della filosofia. Se Fredric Jameson nel 1984, in apertura a Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism, sosteneva che il compimento della modernizzazione consisterebbe nello svanire della natura per cui la cultura sarebbe diventata una seconda natura (Giglioli riassume nella postfazione, una “totale umanizzazione dell’episteme”), il contesto è cambiato completamente di segno. Dove si raddoppiava, ora si divide per zero verso la piena disumanizzazione.

Dopo la finitudine di Quentin Meillassou

Quella specie di corrente caotica definita come realismo speculativo da Dopo la finitudine di Quentin Meillassoux (Mimesis, a cura di Massimiliano Sandri) ha provato a eliminare lo sguardo umano dalla percezione degli oggetti, confidando nell’esistenza di una realtà delle cose indipendente dalle categorie della mente; la sua percezione però non può essere immediata, per cui la necessità speculativa.

Da questo punto di partenza condiviso (il rifiuto del “correlazionismo kantiano”) una serie di studiosi diversissimi – nessuno di loro, naturalmente, accetta l’etichetta senza ulteriori precisazioni –  si è interessata all’autonomia della realtà, alla critica della centralità dell’uomo che subordina il mondo alla sua percezione (‘l’antropocentrismo’), al concetto di natura (Ian Hamilton Grant, Filosofie della natura dopo Schelling, a c. di E.C. Corriero, Rosenberg & Selliers), quello di umano, come negli studi dell’antropologo Eduardo Kohn (How Forest Think: Toward an Anthropology Beyond the Human), al rapporto tra uomo e natura, declinato spesso nel vivacissimo dibattito sull’antropocene, concetto divulgato dal chimico premio Nobel Paul Crutzen (Benvenuti nell’Antropocene!, Mondadori, trad. A. Parlangeli) che vede l’azione umana come una forza geologica tale da caratterizzarne l’èra.

Il panorama è enorme e non riassumibile; va a toccare i campi più disparati, in particolare quello estetico, con effetti sull’architettura, il design, o il mondo artistico (Decolonizing Art: Contemporary Art and the Politics of Ecology, T.J. Demos). Ma oltre che indirettamente, ridefinendo i concetti di natura, uomo, tempo, spazio, spesso le questioni ecologiche sono affrontate direttamente da un punto di vista filosofico; come nel sesto volume della rivista Collapse (‘New Ecologies’) o in Jane Bennet (Vibrant Matters: A Political Ecology of Things) e i percorsi, confrontabili, ma indipendenti di Isabelle Stengers e Donna Haraway.

Questo è soprattuto il caso del Morton degli Iperoggetti (sottotitolo: filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo), autore di un intero impianto di pensiero: da Ecology Without Nature dove ha proposto un’ecologia che facesse a meno del concetto romantico di natura, cui poi sono seguiti The Ecological Thought, Dark Ecology e Humankind: Solidarity with non Human People  fino a Noi, esseri ecologici (Laterza, traduzione G. Carlotti).

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Da Meillassoux e dal disastro climatico parte anche la serie di Eugene Thacker che analizzando lo scarto tra il mondo-per-noi e quello in sé, riflette sull’impensabile costituito da un mondo svuotato dalla presenza umana, il mondo-senza-di-noi: il terreno dell’orrore della filosofia (il primo volume Tra le ceneri di questo pianeta, sarà pubblicato da Nero, trad. Claudio Kulesko).

Per inquadrare l’idea della fine in una visione di insieme di un’area anche più ampia di quella ‘speculativa’ invece si può leggere Esiste un mondo a venire? di Debora Danoskwi ed Eduardo Viveiros De Castro (Nottetempo, trad. A. Lucera, A. Palmieri) in cui, infatti, trovano spazio anche le teorie sulle apocalissi culturali dell’antropologo Ernesto de Martino.

Tali questioni hanno avuto una larga risonanza in altri ambiti filosofici e dell’immaginario. Nel pensiero politico strutturano sotterraneamente anche le riflessioni di Inventare il futuro di Nick Srnicek (naturalmente, dato che con Levy Bryant ha curato la raccolta The Speculative Turn) e Alex Williams (Nero, trad. Fabio Gironi – a cui si rimanda anche per dei saggi introduttivi di natura accademica sull’argomento). Anche in ambiti apparentemente lontani: tra il senso comune di sinistra e il pensiero di Srnicek-Williams ci sono gli stessi gradi di separazione che tra la decrescita ecofemminista di Vandana Shiva e la posizione aliena e post-umana di Laboria Cuboniks (“Se la natura è ingiusta” – si legge alla fine del Manifesto Xenofemminista – “cambiala”, traduzione Les Bitches).

Ma il peso del riscaldamento globale non si limita a quest’area: Naomi Klein, per esempio, ha cambiato prospettiva dai tempi di No Logo e ha scritto Una rivoluzione non ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile (Rizzoli, traduzione G. Carlotti).

Mary Robinson Climate Justice Hope, Resilience and the Fight for a Susteinable

E, con simile urgenza politica, ma in modo completamente diverso da Klein, Mary Robinson in Climate Justice: Hope, Resilience and the Fight for a Susteinable Future. O, ancora con strumenti diversi, la prospettiva dell’economista William D. Nordhaus in The Climate Casino: Risk, Uncertainity, and Economics for a Warming World, che ha recentemente vinto il premio Nobel per l’economia, insieme a Paul Romer, per i suoi studi sulla crescita sostenibile: la sua tesi è che l’umanità non giochi tanto a dadi con Dio, ma con la natura: il rischio però è lo stesso. Mentre una prospettiva collettiva che si vorrebbe concreta è quella di Paul Hawken che in Drawdown. The Most Comprehensive Plan Ever Proposed to Reverse Global Warming ha radunato un gruppo di esperti per discutere 100 soluzioni già esistenti e modellarne i possibili risultati fino al 2050. Per restare sull’economia è molto recente un vivace quanto interessante dibattito su un’interpretazione ecologica nientemeno che del marxismo. Visioni di insieme, invece, sono quelle di Anthony Giddens (La politica del cambiamento climatico, Il Saggiatore, traduzione di G. Barile) o di Simon Lewis e Mark. A. Maslin, autori di Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’antropocene, in uscita per Einaudi (traduzione di S. Frediani).

Forse la maggiore influenza è stata esercitata sulle storie e i prodotti di intrattenimento, letteratura compresa. È sintomatico che i più importanti autori americani, il centro esatto del sistema del prestigio letterario, crescentemente affrontino il problema in modo diretto. Vollman e Franzen attraverso la non-fiction. Il primo ha scritto un enorme e meravigliosamente vollmaniana indagine sulle Carbon Ideologies, con una prospettiva alquanto pessimista. Mentre Franzen ha raccolto alcuni saggi in un libro che piacerebbe ai fan dei fan delle strutture ricorsive, The End of the End of the World, più positivo. Richard Powers e George Saunders con la fiction, il primo con il romanzo Overstory e il secondo con una short story, Fox 8, sulle conseguenze imprevedibili della nostra pretesa di addomesticare la natura.

Ma gli effetti più evidenti sono sul sistema dei generi (e di quella che snobisticamente una volta si chiamava letteratura di genere), è uno dei vettori dell’interesse che suscitano la fantascienza, il fantastico, o il gotico (alla Shirley Jackson, di recente ripubblicata da Adelphi, nella traduzione di S. Pareschi), l’horror (alla Ligotti, Il Saggiatore, traduzioni di L. Fusari) continuamente riaggiornati in una produzione automatica di nuove criticatissime etichette (il weird, il post-horror, la speculative fiction…); tra le quali spicca l’eco-fiction o cli-fi.

La fantascienza climatica forse può essere inquadrata tra due poli: da un lato il newweird dei libri di Jeff VanderMeer (tradotto da Einaudi, da C. Mennella), che replica in scala 1:1 il casino ontologico del realismo speculativo e dall’altro il modello di Kim Stanley Robinson, la cui trilogia di Marte è stata recentemente pubblicata da Fanucci (trad. M. Carità e A. Guarnieri), che Nicolò Porcelluzzi ha definito il perfetto opposto del new-weird. In mezzo a poli, da qualche parte, si collocano i capolavori di autrici come Ursula K. Le Guin e, soprattutto, Margaret Atwood, che qualche anno fa scriveva “It’s Not Climate Change, it’s Everything Change”.

Confrontarsi con la fine di tutto ovviamente significa confrontarsi con il tempo. Sono molte le analisi: dal campo lungo di Collasso. Come le società scelgono di vivere o di morire di Jared Diamond (Einaudi, trad. F. Leardini) e della Storia culturale del clima di Wolfang Behringer (Bollati Boringhieri, trad. C. Bertani) al tentativo di storicizzare il presente multipolare – dalla crisi del 2008 a oggi – de Lo schianto di Adam Tooze (Mondadori, trad. C. Rizzo, S. Serrai), in cui hanno un peso molto importante le lotte globali per i combustibili fossili.

 

Storia culturale del clima

Ma soprattutto ci importa del futuro, la cui esistenza – per l’umanità, non per la terra – è in dubbio: basti leggere Sei Gradi. La sconvolgente verità sul riscaldamento globale di Mark Lynas (Fazi, trad. T. Fazi) in cui viene descritto cosa succederà al pianeta per ogni grado per cui potrebbe aumentare la temperatura globale: il mondo sarà Senza di noi come nel saggio di Alan Weisman (Einaudi, trad. N. Gobetti) oppure in La Sesta Estinzione. Una storia Innaturale di Elizabeth Colbert (Neri pozza, trad. C. Peddis).

The Weird and the Eerie di Mark Fisher

Di clima si occupa largamente anche James Bridle in New Dark Age. Technology and The End of the Future, in cui peraltro c’è l’ipotesi più allucinante sulla dibattutissima origine dell’antropocene: per Bridle manifesta l’inizio dell’antropocene la piccola era glaciale (1570-1700) causata dall’impatto ambientale, sostiene, della violenza sull’ambiente e sull’uomo della scoperta dell’America, quando la popolazione indigena passò in un secolo da 50 milioni a 6 – i livelli di biossido di carbonio nell’atmosfera tra il 1570 e il 1620 crollarono. Della piccola era glaciale si può leggere anche in Il Primo Inverno. La piccola era glaciale e l’inizio della modernità europea di Philip Bloom (Marsilio, trad. F. Peri), che la definisce come una rivolta della natura.

Per ultimo, sul versante della critica culturale vale la pena segnalare, oltre a La grande cecità di Gosh, il citatissimo The Weird and the Eerie di Mark Fisher (minimum fax, traduzione di V. Perna) e soprattutto il volume di Niccolò Scaffai (Letteratura e Ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Carocci) che ricostruisce in maniera approfondita i complessi rapporti tra letteratura ed ecologia; utilissimo, certo, mentre intanto aspettiamo la fine della fine.

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