Chi ha detto che il fantasy possa essere solo un'espressione della cultura occidentale? Marlon James, scrittore di origini giamaicane, vincitore del Man Booker Prize nel 2015, torna nelle librerie con il primo libro di una trilogia (che dovrebbe diventare una serie tv), che ha il preciso obiettivo di scardinare il modo che hanno i lettori di approcciarsi al genere (non solo letterario) e all'identità. Lo scrittore ha anche lavorato sul patois e le mescolanze tra le varietà di inglese e delle lingue centrafricane - L'approfondimento

Grande era l’attesa per “Il Trono di Spade africano”, come era stato annunciato dalla stampa: con questo ambizioso progetto Marlon James (nella foto di copertina, di Mark Seliger, ndr) è tornato con il suo nuovo romanzo fantasy, Leopardo nero, Lupo Rosso, uscito per Frassinelli con la traduzione di Paola D’Accardi.

Nato nel 1970 a Kingston, figlio di due poliziotti, Marlon James è cresciuto nei sobborghi della capitale giamaicana a suon di fumetti di supereroi e romanzi, nel pieno fervore degli anni ‘80. Ma fu solo l’incontro con La casa nella prateria di Laura Ingalls Wilder a convincerlo a diventare scrittore. Un percorso che si rivelò difficilmente accessibile, per non dire impervio: James fu rifiutato 80 volte prima di esordire con Il Diavolo di John Crow, uscito nel 2005, a un passo dalla rinuncia. Un aneddoto che la stampa ha ricordato spesso in occasione della sua vittoria al Man Booker Prize 2015, con il romanzo Breve storia di sette omicidi (Frassinelli).

Recensendo questo libro persino Michiko Kakutani, star della critica letteraria americana, aveva notato la sua “enorme ambizione e il talento prodigioso”: in oltre 800 pagine James affresca una Giamaica degli anni ‘70 molto lontana dalla rivoluzione pacifista auspicata da Bob Marley, il bersaglio di un tentato omicidio attorno cui ruota tutta la narrazione. 

Marlon James oggi insegna scrittura creativa al Macalester College a St. Paul, in Minnesota, e ha da poco scambiato il proprio passaporto giamaicano per uno americano. È tornato a inizio 2019 con l’atteso nuovo libro, nominato per il National Book Award, il primo di una trilogia denominata “Dark Star”, un’epopea fantastica popolata da cacciatori, demoni, vampiri, streghe e mutaforma, che vuole sfidare il lettore a mettere da parte la propria prospettiva occidente-centrica, portando il tipico immaginario fantasy in un contesto letteralmente diverso: il folklore e i miti africani.

“Nessuna polemica, ma non è un caso che in Game of Thrones non ci fosse nemmeno un personaggio non-caucasico”, ha dichiarato in una lettura pubblica all’Università di Cambridge. Il parallelo più immediato è forse con il mondo di Black Panther, il cine-comics nominato agli Oscar 2019 e acclamato dalla comunità nera afroamericana. Caso o non caso, l’attore Michael B. Jordan, che interpretava il ruolo del cattivo Erik Kilmonger nel film, ha acquisito i diritti per trarre una serie tv proprio di questa trilogia. James ha attinto a piene mani dal folklore del suo paese d’origine, studiando non solo i miti e l’epica giamaicana ma anche il legame dell’isola con il continente africano nel periodo pre-coloniale. A ben guardare, un’operazione simile a quella che Tolkien fece per Il Signore degli anelli, attingendo ai miti inglesi e a quelli nordici.

La lingua riveste un ruolo importante: su esortazione dello scrittore Salman Rushdie, prima estimatore e poi amico, James ha lavorato sul patois e le mescolanze tra le varietà di inglese e delle lingue centrafricane. In un’intervista a La Lettura lo scrittore ha dichiarato: “Volevo scrivere un’opera che raccogliesse in sé le culture africane, le culture della diaspora africana. L’inglese era l’unica lingua a cui potevo ricorrere in quanto scrittore, un idioma che al tempo stesso rappresentava un ostacolo per il tipo di storia che avevo in mente. Per prepararmi ho studiato il wolof (lingua ufficiale del Senegal, ndr): l’espressione ‘il coccodrillo si mangia il sole” annuncia l’arrivo della sera” .

Leopardo nero, lupo rosso è in effetti un romanzo complesso che sfida davvero i canoni a cui i lettori sono abituati. Si parte in corsa, un omicidio è svelato: il bambino è morto e “questo è tutto ciò che c’è da sapere”, come dichiara il narratore. Non ci sono però killer da scoprire, né trame da svelare: James ci tiene a spiegare che non si tratta di un giallo da risolvere. Non esistono nemmeno i colpi di scena a cui siamo abituati. Lo svolgimento dei fatti dipende unicamente da chi lo racconta e ciò è testimoniato dal fatto che i prossimi libri della trilogia, come messo in chiaro dall’autore, racconteranno la medesima vicenda, ma da punti di vista diversi. Una tradizione tipicamente africana, secondo cui le storie sono raccontate con espedienti diversi: ciò che conta è ciò che succede nel mezzo.

Mancano anche gli eroi per come li intendiamo noi – né Inquisitore né Inseguitore appartengono a questa categoria – e tutto il cosmo dei personaggi risponde a esigenze diverse. L’Inseguitore è un personaggio fluido, nell’identità individuale come di genere: non partecipando ad alcun rito di passaggio vive in un limbo che non lo definisce né come maschio né come femmina.

La fluidità (di forma) sembra essere l’obiettivo ultimo di tutta questa opera: non esiste differenza tra umano e animale, senza soluzione di continuità nel tempo e nello spazio. La definizione di identità, se non come solida, almeno come univoca, è un aspetto occidentale che i lettori devono abbandonare.

Esattamente come il suo autore, che in un op-ed per il Guardian dichiara di sfidare le norme della moda indossando gonne e abiti insoliti per il genere maschili, ridendo apertamente delle norme sociali. James si era schierato più volte a difesa del movimento #metoo appena nato, constatando con amarezza la fragilità dell’identità maschile. Lo stesso autore che dichiara, provocatoriamente: sono stanco di parlare di diversità nei panel a cui mi invitano, nei saggi e nei libri, finché non diventerà una possibilità concreta da realizzare nella società.

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