"Siamo in un momento di conversazione globale sulla blackness in generale e sulla blackness di noi donne in particolare. È una fase molto interessante, per noi che scriviamo ma anche per chi legge, e non solo per chi è nero o nera, ma per tutti". L'intervista de ilLibraio.it a Igiaba Scego, che torna in libreria con "La linea del colore", romanzo storico che racconta la storia di Lafanu Brown, una pittrice afroamericana ispirata a due figure realmente esistite, e del suo viaggio in Italia. Nel libro, un affresco al femminile in cui si intrecciano passato e presente, l'autrice torna a parlare dei temi a lei cari: il colonialismo, la storia della Somalia, il diritto al viaggio: "L’Italia è un paese complesso, è stata colonia ed è stata colonizzatrice, e questo aspetto si lega al nostro contemporaneo"

Conosciamo Igiaba Scego, giornalista e scrittrice, per il suo lavoro profondamente organico, che intreccia la storia, in particolare quella dell’Italia coloniale e post-coloniale, all’attualità e alla riflessione sui corpi, i corpi delle donne, i corpi neri, i corpi migranti.

Dopo Adua (Giunti, 2015), Scego torna in libreria con La linea del colore (Bompiani), un romanzo storico in cui passato e presente si intrecciano per raccontare un’altra storia al femminile di viaggio e di speranza, di incessante ricerca di libertà.

La vicenda si muove su più piani narrativi, accostando la protagonista Lafanu, vissuta nella seconda metà dell’Ottocento, a una donna dei giorni nostri, Leila, che riscopre la sua storia. Ma nel libro spicca un’altra figura, quella di Binti, giovane cugina somala di Leila, che compie il lungo e pericoloso viaggio verso l’Italia e avvicina il lettore alla quotidianità dei migranti e delle loro famiglie. Ne La linea del colore i personaggi si muovono tra la Somalia e l’Italia, ma anche negli Stati Uniti, a dimostrazione di come i confini possano cessare di esistere almeno sulla carta stampata.

Il nuovo romanzo di Igiaba Scego

Igiaba Scego, la sua protagonista, Lafanu, è un personaggio fittizio, che nasce dall’unione di due donne afrodiscendenti realmente esistite: la scultrice Edmonia Lewis e l’ostetrica Sarah Parker Remond. Perché queste due figure?
Stavo facendo una riflessione e una ricerca storica sul colonialismo nell’Ottocento e mi sono imbattuta in Sara Parker Remond grazie a un’amica che mi ha mandato la sua foto. Invece conoscevo già Edmonia Lewis, la scultrice. Queste due donne – che sono vissute nella mia stessa città e, ho scoperto dopo, si conoscevano anche – hanno delle biografie affascinanti”.

Ci racconti.
“Sara Parker Remond era un’attivista abolizionista contro la schiavitù, ha viaggiato negli Stati Uniti e in Inghilterra, e poi è arrivata in Italia, prima a Firenze, dov’è diventata ostetrica, poi a Roma. Edmonia Lewis, che si era convertita al cattolicesimo ed era omosessuale, invece è subito andata a Roma: aveva il sogno di diventare scultrice. E come dice Amy in Piccole donne, “si diventa grandi artisti solo a Roma”. Queste due donne avevano un grande amore per l’Italia, mentre io mi sono messa a scrivere in un momento in cui il Paese si sta chiudendo in se stesso, e c’è un odio crescente. Quindi ho trovato splendido poter parlare di due donne che, superando le barriere del colore della pelle e del genere, riescono a fare un viaggio a quei tempi incredibile e a coronare il loro sogno nel nostro Paese. Ma non volevo scrivere le loro biografie. So
no storie molto belle, però volevo raccontarne un’altra. Insomma, Lafanu prende spunto da loro ma non è nessuna delle due, e ho cercato di metterle intorno una serie di personaggi e di conflitti. Nel libro non c’è solo il conflitto del colore, c’è anche quello di classe, il tema del denaro. Lafanu vorrebbe essere indipendente, ma dipende dalle abolizioniste bianche che la aiutano.

Come mai ha scelto per Lafanu il destino di pittrice?
Per un motivo semplice: avevo bisogno di parlare di quella black Italy che per me è soprattutto pittorica. Volevo raccontare quei quadri in cui è presente la black Italy, soprattutto schiavi, ma non solo: per esempio in un quadro del Carpaccio c’è un gondoliere nero. Sono presenze di cui non ci rendiamo conto: l’Italia si è descritta sempre come monocolore, ma non è vero. È una società meticcia, è mediterranea e in questo Mediterraneo ci sono stati anche i neri. E quelle opere ce li mostrano, ce li rivelano. La mia riflessione su questi manufatti artistici diventa la riflessione di Lafanu: ecco perché l’ho fatta diventare una pittrice.

Questo romanzo racconta un aspetto della storia italiana che le sta a cuore: l’imperialismo coloniale.
Quello che mi premeva era far vedere che per Lafanu, come per tutti, questo sogno d’Italia si guasta con il colonialismo. L’Italia era già un paese coloniale ma, dopo la battaglia di Dogali, Lafanu si trova a essere indicata come ‘la negra’. E lei lo dice: ‘Non è la mia Roma questa’. Per me è molto importante anche la frase che faccio dire a Ulisse Barbieri (una citazione di un poeta reale che si chiamava, appunto, Ulisse Barbieri): ‘Ma non capite, branco di cretini, che i veri patrioti sono gli abissini?’. Ci dimostra che l’Italia è un paese complesso, è stata colonia ed è stata colonizzatrice, e questo aspetto si lega al nostro contemporaneo. Lafanu è una donna forte, caparbia, che supera grandi dolori, ma è anche un personaggio che ci permette di vedere più da vicino una certa Italia.

La linea del colore ricerca proprio la genesi di questa italianità.
In Italia c’è stato il Risorgimento, l’Unità, però a un certo punto il Paese è entrato in un’ottica coloniale per imitare il resto d’Europa. L’Italia ha fatto agli altri quello che gli altri avevano fatto a lei: prima era colonia austriaca, poi ha colonizzato il Sud e quindi è passata all’Africa Orientale. Questo passaggio, secondo me, segna l’inizio dei nostri guai. Si pensa sempre che il colonialismo sia fascista, ma per me è molto importante far capire ai lettori e alle lettrici che il colonialismo italiano non è stato solo Mussolini. Anzi, Mussolini era in piena continuità con l’Ottocento. Ho scelto di raccontare una battaglia molto particolare, ed è stata la prima scena del romanzo che ho scritto, due anni e mezzo fa, quando non sapevo ancora che direzione avrebbe preso questo libro.

E poi c’è Leila, la protagonista “contemporanea”. Che ruolo ha?
Leila vuole far conoscere la figura di Lafanu Brown a un vasto pubblico contemporaneo. E, soprattutto, è il personaggio che veicola il tema dei migranti attraverso la vicenda di sua cugina Binti. Ci fa vedere la migrazione da un punto di vista intimo. Intimo ma anche, in qualche modo, militante, perché Leila non è solo una curatrice d’arte: quando la sua cuginetta Binti decide di scappare dalla Somalia, vive i drammi che vivono tutti i famigliari dei migranti. Leila soffre anche se non ha mai conosciuto Binti di persona: a volte succede nelle diaspore, si vive in un posto e alcuni parenti vivono in un altro, ci si conosce attraverso i social network, attraverso WhatsApp… Io alcuni miei nipoti non li ho mai visti.

Quindi non c’è così tanta discrasia tra la quotidianità di Leila e la vicenda di Binti.
È quello che volevo mostrare. Leila è comunque parte della diaspora: ha la sua vita, ma anche queste preoccupazioni. La vera differenza tra Leila e Binti, più che il vivere in due paesi diversi, sta nel passaporto. Una può girare il mondo perché ha un passaporto forte, l’altra no. Dobbiamo arrivare alla radice del problema, che è questa diseguaglianza delle possibilità di spostamento. Il viaggio deve essere un diritto, è necessario che si possano avere i visti legali, che si possa prendere un aereo. Molti di quelli che oggi viaggiano verso l’Europa non sono poveri in assoluto: appartengono alla middle class. Per fare tutta la traversata servono cifre che si può permettere solo chi ha parenti all’estero o qualche soldo da parte. Stiamo costringendo tantissime persone – che magari potrebbero riempire le nostre università e andare e tornare in modo circolare – a pagare i trafficanti. Quindi ho cercato, con Binti e con Leila, di far vedere che sì, ci sono tante differenze nel mondo, come il colore della pelle o la classe sociale, però c’è anche la disuguaglianza dei passaporti.

È interessante la vicenda migratoria di Binti accostata a quella di Lafanu.
Il desiderio di viaggiare accomuna entrambe. Vogliono abbracciare la vita, vedere il mondo, sono giovani, hanno ragione. È normale desiderare di poter andare oltre la propria casa, no? Ho quindi cercato di costruire un libro sul desiderio di viaggiare e su cosa significhi avere un impedimento al viaggio. Quando parliamo di migrazioni, oggi, parliamo soltanto di rifugiati: certo, c’è il nodo della migrazione economica, ma c’è anche il nodo, inesplorato, del desiderio. Binti non ha niente di diverso da noi, vuole diventare una fumettista, e grazie al personaggio di Lafanu racconto di una donna nera che, duecento anni prima, anche grazie all’aiuto di una serie di altre donne, è riuscita a viaggiare nonostante le grosse barriere di colore e di classe

Nel suo lavoro è sempre stata rilevante la riflessione sui corpi, e la corporeità è un aspetto molto forte nella figura di Lafanu.
Ho cercato di rendere Lafanu molto elegante, e non è un caso: lo era anche Sarah Parker Remond. Ho dato questa sua caratteristica a Lafanu perché fa parte di due minoranze, è nativa americana e afroamericana. Due minoranze schiacciate, considerate feccia, e Lafanu vuole elevarsi, andare contro l’immagine che gli altri hanno di lei. E poi il suo è anche un corpo che è stato umiliato, e, quindi, è un corpo che ricerca il bello e l’ordine. Quando, nel prologo, le strappano le forcine a piazza Colonna, lei si sente male, ha una sorta di attacco epilettico, questo accade anche perché i capelli per le donne nere hanno una valenza politica. Per me era importante, in questo libro, mostrare i capelli, il corpo, l’umiliazione. La corporeità torna anche nelle donne scolpite nella fontana di Marino: si tratta di corpi piegati, e, quando li guarda, Leila vede anche se stessa piegata, vive un trauma. Sia Leila sia Lafanu sentono di essere le donne della fontana: è una sorta di dolore nella sorellanza.

Tra l’altro la fontana – e altre opere – sono ritratte nell’apparato fotografico alla fine del libro.
Sono fotografie di Rino Bianchi: con lui avevo già collaborato per un lavoro sui movimenti coloniali, Roma negata (Ediesse, 2014),  e avere le sue foto in questo libro per me significa tanto. E poi aiutano i lettori e le lettrici ad avere un quadro della situazione. A questo serve anche il making of alla fine, che racconta perché ho scritto questa storia, e la bibliografia. In un romanzo storico secondo me è importante metterla, e poi la parte più accademica di me non riesce a non citare le fonti!”.

Ha da poco curato l’antologia di racconti di scrittrici afroitaliane Future (Effequ): che riscontri ha avuto?
Sono rimasta molto colpita dal successo di Future. Certo, mi aspettavo che se ne interessassero gli addetti ai lavori, ma quello che è successo è andato oltre, è stato veramente dirompente. Le presentazioni di Future sono quasi sold out per tutto quest’anno, abbiamo richieste ovunque. L’intuizione di Effequ era giusta: in questo caso mi sono occupata di scrittrici nere, ma mancano quasi del tutto gli scrittori di origine migrante. C’è stato un momento di grande fermento negli anni Novanta, però successivamente non c’è stato ricambio, non hanno pubblicato nuovi scrittori ventenni e trentenni, che pure esistevano nella società. Con Future abbiamo dato un piccolo avvertimento alle case editrici: non mancano le persone, manca la ricerca, manca lo scouting, ed è chiaro che uno scrittore di origine migrante, ma anche di seconda generazione, lo devi andare tu a cercare, a stanare. C’è veramente bisogno di fare questo lavoro, anche perché il dialogo tra le generazioni è importante. Ho imparato molto leggendo sia i racconti di chi mi era simile in età, sia quelli delle scrittrici più giovani. Aiuta anche a capire che diverso tipo di rabbia circola, che tipo di percorsi sono stati fatti e che tipo di storie e competenze possono nascere. Mi sono occupata di Future sia per le scrittrici selezionate, sia per chi non è dentro il libro: che possa aiutarli e aiutarle a uscire allo scoperto con coraggio.

Le sembra che oggi ci sia maggior interesse per le voci afrodiscendenti?
Sì, è un momento molto positivo nel mondo per le letterature black. Finalmente c’è un riconoscimento di queste storie: penso al Man Booker Prize vinto da Bernardine Evaristo, con un libro che fa la cronistoria di cento anni di donne nere in Gran Bretagna. Siamo in un momento di conversazione globale sulla blackness in generale e sulla blackness di noi donne in particolare. È una fase molto interessante, per noi che scriviamo ma anche per chi legge, e non solo per chi è nero o nera, ma per tutti. Sicuramente stiamo assistendo anche al suprematismo più feroce, però c’è anche fermento fra tutti quelli che sono stati considerati minoranze. L’Italia è arrivata per ultima, ed è un dispiacere che quello che è stato coltivato negli anni Novanta e negli anni Duemila si sia un po’ perso per strada. Avevamo davvero tanti autori brillanti che hanno fatto fatica a pubblicare, e abbiamo perso una generazione. Si sarebbe dovuto investire allora, invece non c’è stato il coraggio di farlo. Adesso non dobbiamo fare lo stesso errore

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