I "letterati editori" sono sempre stati molto importanti nell'editoria italiana. L'approfondimento de ilLibraio.it, partendo da storici autori del dopoguerra come Vittorini o Calvino, arriva a indagare il panorama editoriale dei giorni nostri: Alberto Rollo, Andrea Bajani, Rosella Postorino, Chiara Valerio, sono solo alcune delle voci che abbiamo raccontato...

I letterati editori, come li chiama Alberto Cadioli nell’omonimo saggio (ilSaggiatore, 2017), hanno sempre rivestito grande importanza nel panorama editoriale italiano. Non scrittori che si sono prestati all’editoria, ma autori che hanno investito tempo e risorse in attività di editing e scouting, che hanno creato collane, scovato testi a loro contemporanei, o ripescato dal dimenticatoio nomi del passato. Un lavoro che per la sua stessa duplice natura, così intima da una parte e così aperta al mondo dall’altra, non può fondarsi solo su calcoli professionali ma ha in sé un’inestinguibile militanza sociale, culturale e – perché no? – anche politica. Non stupisce quindi che oggi, a più di cento anni dalle prime figure raccontate da Cadioli, le schiere di scrittori che lavorano nell’editoria siano ancora ampie, e di certo non intenzionate a interrompere una ricerca letteraria di qualità.

I letterati editori nella nuova Italia in fermento

Come spesso succede, tutto inizia da una rivista: La voce, di Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, o Solaria, o ancora Il Politecnico e le numerose altre che hanno animato l’Italia novecentesca e che spesso hanno provato, con progetti più o meno riusciti, a creare vere e proprie collane di libri.

È questo l’ambiente da cui partono le avventure editoriali dei romanzieri Elio Vittorini e Giorgio Bassani, e del poeta Vittorio Sereni.
Se Sereni diventa direttore letterario di Mondadori solo alla fine degli anni Cinquanta, è sicuramente l’autore di Uomini e no quello con la storia editoriale – e forse umana – più complessa. Di rivista in rivista e anche di casa editrice in casa editrice, Vittorini passa da Bompiani a Einaudi, e dunque anche lui a Mondadori. È con l’editore torinese, però, che ha maggior successo, grazie alla collana dei “Gettoni”, diretta da Vittorini con attenzione alle novità e un occhio di riguardo per il neorealismo. Curioso: Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, rifiutato proprio da Vittorini, non sfugge a Bassani, in quegli anni alla Feltrinelli e di gusti letterari più tradizionali.

È Einaudi, in questa Italia in fermento e ricostruzione, ad annoverare fra le sue fila il maggior numero di letterati editori, come Cesare Pavese, che svolge una serie svariatissima di mansioni, o Italo Calvino, che da ufficio stampa diventa direttore della collana “Centopagine”, biglietto da visita della sua concezione di letteratura problematizzante. Corrisponde alla figura a tutto tondo delineata da Cadioli anche lo scrittore e critico Giacomo Debenedetti, la cui avventura editoriale coincide, caso vuole, proprio con il Saggiatore, che Debenedetti vede nascere e per cui è direttore editoriale, oltre che ideatore della collana delle “Silerchie”.

Italia, 2018: un viaggio letterario

Ma dove si trovano oggi i letterati editori? Esattamente al loro posto, dietro i séparé di una casa editrice o a bere un caffè con il prossimo autore da pubblicare, impegnati in una multiformità di esperienze editoriali come i loro predecessori.

È il caso di Roberto Calasso, che nel 1963, quando ha appena ventidue anni, fonda con Roberto Bazlen e Luciano Foà la casa editrice Adelphi, di cui è tuttora presidente e direttore editoriale. Le sue opere di saggistica sono diventate dei veri e propri testi culto, basti pensare a L’impuro folle, del 1974, Le nozze di Cadmo e Armonia, del 1988, o La folie Baudelaire, del 2008.

Tra i decani dell’editoria, a cavallo tra l’Italia di allora e quella di oggi, non si può non nominare Ferruccio Parazzoli, professionista del settore e scrittore prolifico con alle spalle decine e decine di pubblicazioni. La sua vita lavorativa è rimasta indissolubilmente legata a Mondadori, per cui ha rivestito anche il ruolo di direttore della collana Oscar. Più recente, invece, è la sua attività di consulente per il Saggiatore.

Anche Alberto Rollo rientra nelle schiere di chi ha dedicato vent’anni a un editore, in questo caso Feltrinelli: diventato direttore letterario dalla casa editrice nel 2009, è appena approdato – come consulente – alla narrativa italiana Mondadori dopo una breve parentesi con Baldini+Castoldi. Rollo rappresenta quasi un’anomalia, rispetto alle figure citate fin qui: ha sempre lavorato con le storie degli altri, ma non ha mai sentito la necessità di pubblicarne di proprie, almeno fino al 2016, in cui è uscita per Manni la sua Educazione milanese, con cui è anche stato finalista al Premio Strega. “Ci sono persone che sono sia scrittori sia editor. Io ho sempre pensato in altri termini: prima di farlo, mi chiedevo ‘ma dove trovano il tempo?‘. E invece, quando un’urgenza preme, il tempo, quasi automaticamente, ti viene incontro”, racconta a ilLibraio.it Rollo, ripensando alla sua ultima esperienza autoriale. Ma d’altronde, nel suo caso, narrare Milano – la città in cui è cresciuto e ha sempre vissuto – e la sua famiglia proletaria rispondeva a un’esigenza molto più profonda, maturata con il tempo.
“Un’ossessione antica”, la definisce, e spiega: “Volevo rendere conto di un’identità e di come questa identità, essendo i miei genitori operai, fosse anche legata all’origine di classe, di come mi legasse al senso di una formazione vera e mi colmasse anche culturalmente. Nel 1994 scrissi una decina di pagine per la compianta rivista Linea d’ombra, di Goffredo Fofi, e nei vent’anni successivi mi è rimasta questa idea di fondo. Dunque non c’entrava niente il mio lavoro editoriale”.

La maggior parte degli editor che scrivono, o degli scrittori che lavorano nell’editoria, hanno però carriere più eterogenee rispetto a quella raccontata da Rollo, in cui i due ambiti di lavoro si intersecano e sovrappongono. È il caso, ad esempio, di Rosella Postorino, scrittrice e editor della narrativa italiana per Einaudi Stile Libero: il suo ultimo romanzo, Le assaggiatrici, è uscito da pochi mesi per Feltrinelli, mentre il suo esordio in libreria risale al 2004, quando il racconto In una capsula viene pubblicato nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi). O ancora, del poeta Vincenzo Ostuni che, dopo aver lavorato per Minimum Fax e Fazi, è attualmente editor di Ponte alle Grazie. I suoi versi sono raccolti in Faldone, un’unica opera in continua evoluzione e aggiornamento, concepita per essere la sola della sua carriera di scrittore.

Christian Raimo, consulente di Laterza e precedentemente responsabile della saggistica d’attualità per Minimum Fax, invece, unisce all’attività editoriale e autoriale (esordiente nel 2001 proprio con la casa editrice romana con Latte), quella giornalistica per Internazionale e il lavoro di professore di italiano, che gli ha ispirato il suo ironico e amaro Tranquillo prof, la richiamo io (Einaudi, 2015). Come lui, esordisce con Minimum Fax, ma diversi anni più tardi, anche l’editor della narrativa italiana Einaudi, Marco Peano, che nel 2015 pubblica L’invenzione della madre, una storia prima di tutto d’amore che si è conquistata il titolo di libro dell’anno a Fahrenheit, programma di Radio3 amato da tutti i bibliofili.

Alla radio – e alla televisione – è legata per diverse vie Chiara Valerio, esempio perfetto di quelle professionalità multiformi che animano l’industria culturale italiana. Oltre a lavorare per radio e tv, Valerio è scrittrice (il suo ultimo romanzo, Storia umana della matematica, è uscito per Einaudi nel 2016), ha diretto la prima edizione del festival Tempo di libri, è stata direttrice di collana per Nottetempo e attualmente è alla guida della narrativa italiana di Marsilio.

È invece peculiare il percorso di Chiara Moscardelli, che da ufficio stampa di Baldini+Castoldi è diventata, sempre per lo stesso editore, responsabile della narrativa. Moscardelli ha anche riscosso un buon successo commerciale con i suoi libri, come Quando meno te lo aspetti, pubblicato nel 2015 con Giunti.

Per Andrea Bajani, autore raffinato (da non perdere il memoir sulla sua amicizia con lo scrittore Antonio Tabucchi, Mi riconosci, Feltrinelli 2013) e consulente della nuova narrativa italiana di Bollati Boringhieri, non è strano che l’attività di editing e la scrittura spesso si accompagnino: “L’elemento in comune è l’ascolto. In fondo la scrittura di una persona è fondata sull’ascolto di due cose: del mondo, che può essere interiore o esteriore, e della prosa in sé. Quando si scrive, quello che si fa dopo aver visto comparire sul monitor le parole, è leggerle e scoprire cos’hanno da dire. E questo è esattamente quello che fa anche un editor”, ci racconta. Nell’esperienza di Bajani si intuisce anche quella vocazione sociale e politica dei suoi predecessori novecenteschi: essere scrittori, ci spiega, significa anche assumersi una responsabilità: “È una forma di impegno civile”, dice, “per me fanno parte dell’essere scrittore lo scrivere buoni libri, il condividere la complessità attraverso i giornali, e poi attraverso l’editoria fare proposte letterarie che incarnino la mia idea di letteratura”.

Due figure che – per diverse strade – perseguono una scrittura e un lavoro editoriale in cui si intravede nitidamente una direzione “politica” sono Nicola Lagioia e Vanni Santoni. Lagioia, ex direttore della narrativa italiana Minimum Fax, vince il Premio Strega nel 2014 con il romanzo La ferocia, e da due anni a questa parte la sua direzione del Salone del libro di Torino sta raccogliendo consensi, sia per l’originalità delle proposte sia per la prospettiva ad ampio respiro della kermesse.

Santoni, invece, scrittore eclettico che passa dalla cultura raver al fantasy (nel 2017 viene candidato al Premio Strega con La stanza profonda, Laterza), si occupa dal 2012 della fortunata collana Romanzi di Tunuè, a cui ha dato un’impronta ben definita senza rinunciare alla differenziazione delle proposte.

Giovani ma con un’esperienza professionale già significativa sono poi Federica Manzon, Andrea Gentile e Carlo Carabba. Manzon è la nuova responsabile dei progetti didattici della scuola Holden, dove già insegnava. Autrice di racconti e romanzi (l’ultimo, La nostalgia degli altri, è uscito con Feltrinelli nel 2017), ha lavorato per diversi anni alla narrativa straniera di Mondadori. Ed è sempre in Mondadori che troviamo Carabba, anche lui con esperienza nel mondo delle riviste letterarie – stiamo parlando della storica “Nuovi Argomenti” –, ora responsabile della narrativa italiana. Poeta e critico, principalmente di saggi di filosofia, esordisce nella narrativa proprio in questi mesi con un testo a metà strada tra il memoir e l’autofiction: Come un giovane uomo, pubblicato da Marsilio.

Gentile, invece, è un autore che ha spaziato, tra le altre cose, dal romanzo (la sua ultima fatica è I vivi e i morti, Minimum Fax, 2018) alla narrativa per ragazzi con il libro su Rita Atria, Volevo nascere vento (Mondadori, 2012). La sua esperienza autoriale va di pari passo con quella editoriale, infatti è diventato direttore editoriale del Saggiatore nel 2014, a soli ventinove anni.

Si potrebbe andare avanti ancora, citando altri nomi e altre professionalità: da chi, lavorando nell’editoria, si è affacciato – o si sta affacciando – per la prima volta in libreria come autore, a chi lentamente compie il percorso inverso, partendo dalle pagine di collane più o meno di nicchia, di giornali, o di una delle molte riviste indipendenti.

Una cosa è certa: l’attenzione dell’editor e quella dello scrittore sono, come nota Bajani, per molti versi simili, e quando si sviluppano nella stessa figura il frutto non può che essere prolifico.

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